Apprendimento ed affettività - seconda parte
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Apprendimento ed affettività - seconda parte

Dopo i primi 20 mesi di vita il bambino comincia a giocare correndo o saltando. Solo in una fase successiva apparirà il gioco simbolico. La funzione del gioco dal punto di vista emotivo

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Apprendimento ed affettività - seconda parte

Dopo i 20 mesi compaiono i giochi del correre, saltare ecc., in seguito i bambini diventano capaci del gioco simbolico dove la ripetizione di qualche schema appreso viene applicato ad oggetti o persone non presenti, grazie alla capacità di immaginazione e di memoria che si sono evolute.

Adesso il bambino "fa finta" che certi oggetti o persone siano lì servendosi dell'imitazione di modelli adulti. Dal punto di vista cognitivo questi giochi permettono al bambino di familiarizzarsi con le regole, con la turnazione, con i diversi ruoli (nascondino, guardie e ladri) facilitando il consolidarsi dell'empatia, imparano anche quali sono i comportamenti che in sé o negli altri suscitano certe reazioni, è attraverso questi giochi che il bambino comincia ad interiorizzare i valori e le norme sociali di riferimento; inoltre forniscono una palestra naturale all'esercizio del pensiero, della formazione delle idee e delle rappresentazioni mentali.

Dal punto di vista emotivo il gioco svolge varie funzioni: permette al bambino la realizzazione di qualsiasi desiderio compensa le piccole frustrazioni con cui si scontra legate ai suoi limiti e alla disciplina. Può sperimentare un ruolo attivo laddove di solito sono gli adulti ad avere questa prerogativa: quando lo accudiscono o lo sgridano e inoltre gli permette di esorcizzare le proprie paure e di acquisire dimestichezza con le emozioni. Ancora i giochi di movimento permettono al bambino di scaricare quell'energia in eccesso che si è accumulata durante la giornata, soprattutto se vi sono stati momenti di stress. Man mano che il bimbo cresce cambia anche l'atteggiamento con cui gioca. Inizialmente il bambino gioca da solo con i suoi giocattoli, poi si dedica al gioco parallelo cioè per conto proprio ma vicino ad altri bambini magari usando giochi analoghi senza però avere rapporti con loro, infine si aprirà all'interazione e al confronto anche se il gioco avrà ancora una finalità personale (se lo vedo io è mio, se è tuo e lo voglio io è mio). Con la crescita il gioco diventa sociale e si sviluppa una senso di appartenenza al gruppo. Il gioco, inoltre, consente la gradualità necessaria agli apprendimenti del bambino. Infatti, prove troppo al di sopra delle capacità dell'individuo lo inibiscono e troppo al di sotto lo annoiano; quello che ci vuole è una situazione che richieda appena un po' di sforzo, quello necessario a destare interesse appunto. Mentre l'adulto ha la possibilità di reperire autonomamente ciò che lo interessa, il bambino dipende dall'adulto per avere un ambiente stimolante, che non abbia timore di venire messo in disordine o danneggiato e che preveda la presenza di altri bambini.

Lo specchio svolge una funzione molto importante. I bambini che non hanno ancora un anno non capiscono che l'immagine riflessa è la loro (es. del naso), ma sono gradualmente aiutati a farlo prendendo consapevolezza anche visiva, oltre che cenestesica, del proprio corpo e della sua estensione permettendo gradualmente che i bimbi colgano somiglianze e differenze con gli altri bambini. La possibilità di esplorare il proprio corpo è molto importante per acquisirne familiarità. Abbiamo visto come tutte le conoscenze partano da lì e dunque un buon rapporto con il corpo induce sicurezza, autostima, favorisce il senso di identità e di autoconsapevolezza.

A 20 mesi i bambini che hanno una madre estroversa e comunicativa padroneggiano il vocabolario molto meglio di quelli che hanno mamme che non parlano abbastanza con loro. Sul versante cognitivo questi giochi favoriscono nel bambino la comprensione del proprio mondo e lo aiutano a capire quali sono le proprie preferenze. I genitori efficaci sanno creare un ambiente familiare che stimola la curiosità del bambino, incoraggiano il loro bisogno di esplorare e si prestano ad essere punto di riferimento ogni volta che il bambino è in difficoltà o è interessato a qualcosa. Ciò vuol dire, semplicemente, che gli prestano ascolto, lo aiutano o ne condividono l'entusiasmo magari suggerendogli qualcosa che lo aiuti a ragionare ulteriormente in merito al suo dilemma.

Con sorpresa è emerso anche che questi genitori non avevano molto tempo da dedicare ai figli, infatti, vi erano brevissime sequenze di scambio (pochi minuti) ma a completa disposizione del bambino. In altre situazioni però i genitori non interrompevano le loro faccende e rimandavano ad un momento successivo il dialogo insegnando ai figli a tollerare un minimo di frustrazione e il rispetto delle esigenze degli altri.

Questi genitori parlano molto con i figli cercando sempre di spiegare i motivi delle loro azioni o decisioni e si è visto che anche questo è un modo che incentiva il ragionamento e la possibilità di stabilire dei nessi tra fatti e conseguenze. Riassumendo, dunque, il gioco è anche strumento di sviluppo e di apprendimento in quanto: mobilita e fissa l'attenzione del bambino sviluppa e coordina gli schemi percettivi e motori, incentiva l'intenzionalità, favorisce la memorizzazione degli apprendimenti, anticipa e prevede riposte e soluzioni, esercita, sviluppa e arricchisce il linguaggio, incentiva le relazioni interpersonali, permette di imparare ad imparare esercitando delle abilità generali, che pian piano diventeranno specializzate attraverso le funzioni della memoria.

Quali sono i vantaggi dell'allenare la memoria in piccoli e piccolissimi? Innanzitutto, è un'ottima "ginnastica" per il cervello: l'esercizio mnemonico attiva milioni di nuove connessioni cerebrali tra diverse cellule nervose ("neuroplasticità"). Questo è il requisito morfologico di una maggiore qualità di pensiero e di associazioni ("psicoplasticità"). Benissimo allora il tornare ad insegnare le tabelline, come per gioco, a figli e nipoti piccoli (fin dall'età prescolare). Benissimo l'incoraggiare a leggere a voce alta. Ottimo il far imparare brevi poesie a memoria. Perfetto se troviamo la motivazione e il tempo di ascoltarli, mentre ripetono a voce alta la lezione di storia o geografia o scienze, o ci raccontano il contenuto di una piccola ricerca.

La ripetizione a voce alta (di conti mentali o nozioni apprese), ancor meglio se un adulto attento ascolta, incoraggia, corregge, ha altri pregi ancora. Non solo allena una memoria procedurale, oltre che semantica, ma abitua anche a "sentirsi", ad ascoltarsi. A scegliere le parole più appropriate, a essere concisi, ad assaporare il gusto – che è mentale, ma anche fisico – di padroneggiare un argomento. Certo, con livelli di difficoltà adatti all'età. Anche in questo, l'allenamento premia con un rendimento intellettuale sempre più alto: i bambini abituati a ripetere le lezioni ad un adulto affettuoso che li ascolti hanno poi uno strumento in più di successo non solo a scuola, ma soprattutto nella vita.