Apprendimento ed affettività
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Apprendimento ed affettività

L'apprendimento è un processo che ha inizio con la nascita. La ricerca di Scarr e Grajek dimostra come intelligenza e capacità non dipendano solo dai geni ma anche da fattori ambientali

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Apprendimento ed affettività

Quando si parla di apprendimento, per la maggior parte di noi, viene evocata l'età della scuola con le sue richieste e le sue regole associate, a loro volta, al necessario impegno. Mangione B60 sostiene che in questo caso è più corretto parlare di apprendimento formalizzato, ma in realtà gli apprendimenti sono molto numerosi fin dalla nascita e avvengono in modo per lo più spontaneo e divertente.

Fino a non molto tempo fa, però, prevaleva un'idea del neonato come un essere completamente inetto, una tabula rasa, che dovesse essere solo nutrito e cambiato, che non aveva alcuna capacità di entrare in relazione con gli altri; oggi invece, grazie a molte ricerche effettuate in questo ambito, quello stesso neonato è considerato un essere competente e dotato di una serie di abilità fondamentali tra cui quella di imparare (cioè di elaborare informazioni e di metterle in relazione tra loro).

Impara presto l'alternanza dei cicli sonno/veglia, fame/sazietà, calma/pianto e successivamente la regolazione sfinterica, la deambulazione, il linguaggio. Un altro luogo comune che è stato smentito considerava i processi cognitivi completamente slegati da quelli affettivi ed emotivi che non dovessero interferire sui processi razionali tanto più se si trattava di apprendimento.

Invece oggi è appurato che lo sviluppo di queste due abilità procede parallelamente e che anzi, l'apprendimento (e quindi lo sviluppo cognitivo) può avvenire solo se vi è un terreno affettivo sufficientemente stabile e sicuro che sia in grado si produrre emozioni positive legate al compito da apprendere. In altre parole, l'apprendimento è motivato dall'affettività che ne diventa condizione necessaria. Infatti, quando non vi è un ambiente affettivo sereno il bambino può avere difficoltà serie di apprendimento, che si manifestano in epoca scolare e che poi richiedono un intervento adeguato.

Da recenti studi sembra che l'emozione provochi il rilascio di alcune sostanze che facilitano il fissaggio dell'esperienza in memoria. Laddove invece vi è un contesto emozionalmente neutro, l'esperienza viene registrata con minor forza e quindi viene successivamente richiamata alla memoria con più difficoltà. Il bambino, infatti, è attivo nella ricerca di relazione e non si limita a rispondere.

I primi apprendimenti, quindi, derivano dall'elaborazione delle sensazioni corporee e, infatti, il tatto è il senso maggiormente sviluppato alla nascita. Da queste esperienze corporee il bambino impara a formare delle categorie che, gradualmente, daranno senso cognitivo e affettivo a tali esperienze, di solito abbinate ad una sensazione piacevole o spiacevole. Man mano che lo sviluppo procede e si affinano le abilità, anche gli stimoli necessari a "svegliare" la curiosità del bambino diventano più complessi e non si limitano più alla relazione con la madre finché alla fine del terzo anno egli è in grado di rapportarsi perfettamente agli adulti e all'ambiente.

L'intelligenza e la capacità di imparare non dipendono solo dai geni, ma anche da fattori ambientali: fisici e affettivi, come mostrato da Scarr e Grajek61. Sui geni ancora non possiamo intervenire ma sicuramente possiamo farlo sul tipo di ambiente che ci circonda.

Quando nasce il bambino ha un cervello sproporzionatamente grande in confronto al resto del corpo e questo proprio perché esso rappresenta lo specifico della nostra specie, è un organo capace di accumulare esperienze e tale capacità si è rivelata vincente sul piano evolutivo. Secondo alcuni il periodo di prolungata dipendenza del bambino dall'adulto sarebbe un vantaggio evolutivo in quanto consentirebbe al cervello una accumulazione maggiore di memorie. Tra le memorie importanti da immagazzinare c'è l'esperienza ripetuta della disponibilità dell'adulto, cosicché oggi possiamo dire che lo sviluppo dell'intelligenza dell'uomo è fin dall'inizio un processo interpersonale, sia perché attraverso la madre il bambino fa le sue prime esperienze del mondo, sia perché in questo modo gli viene fornito l'humus emotivo che facilita la memorizzazione delle esperienze in termini di apprendimento.

Alla base dell'apprendimento vi è il sorgere di un interesse o curiosità (che fa capo alla motivazione ad esplorare) nei riguardi di qualche stimolo, tale interesse permette il collegamento tra l'informazione e la memoria. Questo interesse crea uno stato di attenzione e con essa la suspense che rappresenta l'aspetto emotivo piacevole legato all'esperienza. Tale aspetto emotivo facilita il fissaggio delle esperienze, attraverso modificazioni biochimiche, che è alla base dell'apprendimento.

La prova è che tutti noi ricordiamo eventi che hanno avuto una forte connotazione emotiva. Le capacità propedeutiche di base che maturano all'interno della relazione di accudimento sono: la possibilità di regolare la propria attenzione e sperimentare un interesse o curiosità, la conseguente possibilità di sperimentare il proprio desiderio (di un oggetto per es.) e di volerlo realizzare con una azione e infine di capire i primi rapporti di causalità.

Come avvengono adesso gli ulteriori apprendimenti? La risposta è nel gioco! Infatti questa attività un tempo sminuita e considerata infantile, secondo la connotazione dispregiativa della parola, adesso è stata riabilitata completamente dalle moderne teorie psicologiche e pedagogiche e non solo per ciò che riguarda il bambino. Oggi le viene riconosciuto un ruolo centrale nello sviluppo dell'intelligenza.

Effettivamente nell'attività ludica si vedono all'opera sia i processi di sviluppo cognitivi sia quelli attinenti allo sviluppo emotivo entrambi costitutivi dell'intelligenza. Il gioco ha varie funzioni. Quando il bambino è molto piccolo, e la sua intelligenza è prevalentemente pratica, ha bisogno di affinare i propri sensi in modo da diventare consapevole delle proprie sensazioni e di cosa le produce.

Gioca, quindi, con il proprio corpo che è il primo materiale che ha a disposizione, punto di partenza per tutte le conoscenze. Lo vedremo impegnato ad osservare colori vivaci e forme irregolari (capacità di attenzione), giocando scopre gli oggetti portandoli alla bocca e, quasi per caso, scopre di essere capace di produrre degli affetti sull'ambiente che lo circonda (capacità di comprendere la causalità) e subito impara questa abilità e la esercita, sperimenta, ripetendola e trasformandola in un gioco che gli procura soddisfazione (capacità di essere intenzionale).

Sperimenterà i suoni affinando l'udito: è attratto dai rumori e allora lascia cadere gli oggetti per scoprire che suono fanno. E ancora metterà alla prova il tatto: già verso i 5 mesi il bambino si diverte ad esplorare il nostro viso, poi a manipolare materiali non strutturati come pongo, pasta di sale, pittura a dita ecc proprio perché gli fanno sperimentale sensazioni tattili particolari che egli impara ad associare a categorie quali caldo/ freddo, duro/morbido, ruvido/liscio ecc. Queste categorie perderanno gradualmente la sola connotazione concreta per diventare patrimonio anche del linguaggio dei sentimenti e delle emozioni.