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Binge Eating Disorder: cos'è e come funziona
È annoverato tra gli EDNOS (Eating Disorder Not Otherwise Specified), cioè tra quei disturbi alimentari che ancora non hanno trovato una classificazione diagnostica propria, assomiglia alla bulimia per quel che riguarda le abbuffate, ma non prevede condotte di compenso, cioè chi ne soffre non si sottopone poi a periodi di digiuno, né si auto-somministra lassativi e diuretici.
Coloro che ne sono affetti mangiano una grande quantità di cibo, mediamente un paio d’ore ad abbuffata, sperimentando la sensazione di non riuscire a controllarsi e di non potersi fermare, quasi come in una dissociazione. Addirittura alcuni riferiscono durante la terapia di non ricordare momento per momento la successione degli eventi da quando hanno deciso di mangiare a quando sono poi passati all’azione e tutti i cibi che hanno assunto.
È una condizione spesso associata all’obesità, ma da non confondersi con essa. Una caratteristica distintiva è che i pazienti con questo disturbo spesso presentano bassi livelli di autostima e ritengono che il proprio valore sia dato dal proprio peso. Sono convinti cioè che le difficoltà relazionali, così come eventuali problemi personali e professionali si risolverebbero se il loro peso fosse inferiore. Ritengono, altresì, che anche la loro accettazione sociale risulterebbe migliore se riuscissero a raggiungere standard ponderali nella norma.
Tutte queste convinzioni sono ovviamente disfunzionali in quanto non è chiaramente possibile far coincidere il proprio valore personale o il successo sociale con la forma fisica o la classe di peso di appartenenza. Ma il senso di solitudine che deriva da queste idee, associato alla sensazione di esclusione sociale e di isolamento, conferma l’ipotesi di non avere successo sociale a causa delle proprie caratteristiche ponderali.
Si tratta, però, di un’ipotesi non veritiera che formula il paziente, senza alcun fondamento reale. È solo il proprio comportamento e le proprie idee preconcette che porteranno il soggetto ad auto-escludersi socialmente, convincendosi che siano gli altri a non accettarlo. Ma lui o lei chiaramente non sono consapevoli di questo processo. Naturalmente il ritiro dalla vita sociale intensifica il senso di solitudine e peggiora il tono dell’umore che appare per lo più depresso. Per lenire queste sensazioni angoscianti il paziente si abbuffa, nel tentativo di trovare una gratificazione almeno nel cibo. Le abbuffate però, purtroppo, confermano all’individuo il suo scarso valore («Non sono capace nemmeno di controllarmi!») e la sua mancanza di risorse personali per uscire da questa situazione di impasse.

Come si vede dallo schema le persone, partendo da una base di bassa autostima e convinti che gli altri non li accetteranno a causa delle proprie forme corporee, finiscono con l’auto-escludersi a priori dalla vita sociale. Questa situazione di solitudine forzata li porta a sviluppare sentimenti di tristezza che tenteranno di lenire mediante abbuffate. Ricordiamo che il cibo non rappresenta solo una modalità di gratificazione, ma è stato più volte dimostrato che ha anche un notevole potere sedante. Il cibo viene quindi utilizzato per trovare momentaneo sollievo dai pensieri e dalle sensazioni negative.
L'articolo e' tratto dalla collana Scienza e Movimento Ed. NonSoloFitness.






