Corpo e mente: differenze tra Oriente e Occidente
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Corpo e mente: differenze tra Oriente e Occidente

Le radici del pensiero orientale e del pensiero occidentale differiscono molto, seppure nell'ultimo secolo si siano avvicinate. Un breve excursus storico sulla cultura occidentale e quelle orientale su due temi: il corpo e la mente

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Corpo e mente: differenze tra Oriente e Occidente

Pensiero occidentale e orientale sono stati molto distanti per millenti, ma nell'ultimo secolo sono stati protagonisti di una lenta marcia di avvicinamento.

Ciò che ha condizionato questi due mondi è senz'altro stato il modo con cui hanno guardato la vita e nella fattispecie il corpo.

Occidente

Il mondo Occidentale si è trovato a convivere con un forte aspetto monoteistico e un concetto di corpo demonizzato, soprattutto in età medievale, e successivamente condizionato dal pensiero dualistico cartesiano ("rex cogitans" e "rex extensa") e newtoniano e di tutte quelle scoperte "materialiste" vissute durante l'Illuminismo. Ad esempio Thomas Hobbes (1588-1679), nella introduzione al Leviatano, dice:

la vita non è altro che un movimento di membra

E aggiunge:

che cos'è il cuore se non una molla e che cosa sono i nervi se non altrettanti fili e che cosa le giunture se non altrettante ruote che danno movimento all'intero corpo? 1

Questo ha portato non solo a tenere separate corpo e mente ma allo stesso tempo, poiché ciò che è esterno non è altro che una manifestazione dell'interno, a costruire un modello sociale corrispondente.

Il corpo è divenuto una macchina alla quale bastava cambiare dei pezzi, qualora ce ne fosse stato bisogno, per rimetterla in carreggiata; proprio così diceva il mèdecin-philosophe Julien Offroy de La Mettrie (1709-1751), il quale descriveva ogni attività de L'homme machine nell'opera omonima: di quest'"uomo macchina" l'anima, secondo La Mettrie, "non è che un termine vano"; l'uomo è fatto di parti solide, di umori fluidi, di spiriti aerei, congegnati in una organisation mèchanique simile a quella di un orologio, che funziona bene se caricato e ricaricato a dovere e che funziona male se gli ingranaggi si guastano.

Gli stati mentali e razionali dell'uomo, già ritenuti patrimonio dell'anima, non sono altro che effetti o epifenomeni di condizioni organico- meccaniche, fisico-somatiche, psico-fisiche, e in quanto tali dipendenti dai cibi, dalle droghe, dalle malattie, dall'età.

Il medico è come l'orologiaio, che ripara i guasti perchè conosce la macchina1. E la mente è anch'essa una macchina razionale ( "cogito ergo sum") la quale poteva comprendere la vita circostante analizzando in maniera statistica e analitica il mondo fenomenico, escludendo pertanto le emozioni viste come fonte di disturbo all'elaborazione del pensiero.

Oriente

In Oriente non c'è mai stato questo aspetto monoteistico così radicato (esiste un sé interiore, superiore) e staccato dal corpo. Il corpo anzi è sempre stato un mezzo attraverso il quale si poteva tentare di indagare la Verità ultima. Questo vale soprattutto per lo Yoga e la cultura indiana; probabilmente, anche attenendosi alla letteratura, la cultura più antica.

Così in Egitto nel XII secolo si parla del teologo, filosofo, naturalista, medico e uomo di corte Maimonide. Il Maimonide medico che "guida alla buona salute" è lo stesso Maimonide teologo che "guida i perplessi" verso la verità. Il dodicesimo paragrafo del capitolo terzo del Regimen (articolato in quattro capitoli) si apre con la frase significativa che "le affermazioni dell'anima alterano molto il corpo". "Maimonide prende in considerazione l'influenza psicosomatica nell'ingranaggio della malattia. L'influenza dell'anima [o dell'animo] sulla salute è tale che il medico, prima di iniziare ogni altro tipo di trattamento, deve procurare che i moti psichici siano in equilibrio"1.

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Per quello che riguarda la medicina cinese e il modo in cui questa vede il corpo, si può dire che essa tende a prevenire e curare l'individuo. Il suo scopo è quello di mantenere lo stato di salute in relazione all'equilibrio psicofisico della persona nell'ambiente in cui vive. I suoi principi sono rimasti immutati nel tempo, e fanno riferimento alla legge dello yin e dello yang e alla teoria dei cinque movimenti.

Il trattato più antico a cui ancor oggi si fa riferimento è lo Huang Di Nei Jing Sou Wen (V sec. a.C.), o "canone di medicina interna dell'imperatore giallo (Huang Di)".

Praticare la medicina tradizionale cinese è soprattutto una forma di pensiero. Questo è in chiave di causa- effetto; affronta la realtà con un metodo induttivo, che interpreta il particolare come facente parte di un contesto generale, anziché in ottica occidentale, alla luce di quanto è stato detto poco sopra, dove si affronta il reale basandosi sul metodo della deduzione e misurazione dei fenomeni.

È importante comunque non escludere a priori nessuno dei due metodi di ragionamento, anzi, la medicina tradizionale cinese si è sviluppata proprio in Occidente grazie ai pochi studiosi che hanno saputo integrare queste conoscenze ed estrarle da un contesto culturale, che non ha più niente a che fare con quello antico.

Riprendendo quindi da Maimonide riporto quindi nuovamente le preziose parole del libro "L'arte lunga - storia della medicina dall'antichità a oggi" di Giorgio Cosmacini");

Dall'Egitto di Maimonide, così come dalla Persia di Rhazes e di Avicenna e dall'Andalusia di Albucasis e Avenzoar, la medicina araba era un campo aperto agli apporti culturali da Oriente, anzitutto a quelli dell' alchimia. L'apporto di questa derivava dalle conoscenze della medicina cinese. Non è da sorprenderci se troviamo che la cultura alchimistica cinese ha influenzato i cultori di quella disciplina in Persia, in Mesopotamia e in Egitto

Non a caso il Profeta aveva detto:

Seguite la via della scienza; dovrete per questo andare fino in Cina

In Cina l'alchimia aveva un lungo passato.

I seguaci del Taoismo desideravano una lunga vita, il meglio per prepararsi al Paradiso, ed a tal fine praticavano la meditazione, una ginnastica respiratoria, vari esercizi fisici, una dieta severamente frugale; era naturale pertanto che il desiderio di longevità si trasformasse in una speranza di immortalità e che i seguaci di quel culto fossero indotti alle dottrine e alle pratiche alchimistiche

Filosofia taoista, medicina igienica e alchimia formavano un tutto coerente. Il culto dell'immortalità e le regole di vita sobria si prolungavano naturalmente nell'uso di distillati o sublimati minerali allo scopo di preservare la salute e prolungare la vita: così una miscela di zolfo, arsenico, allume, cianuro e resina di pino era ritenuta in grado di trasmutare il cinabro in oro e il piombo-stagno in argento.

Con questi stampi pregiati doveva essere fatto il vasellame entro cui porre i cibi da mangiare e le bevande da bere: così gli uni e gli altri sarebbero diventati alimenti, lunga vita; oppure da quel miscuglio doveva trarsi quell'elisir di lunga vita che, assunto come farmaco per cento giorni di seguito, avrebbe portato all'immortalità.

Alla filosofia-medicina cinese era per così dire connaturata un'alchimia intesa come "arte sacra", fatta di religiosità e soteriologia non meno che di ricerca naturalistica e prassi artigianale. Ne derivava un complesso di tecniche finalizzate alla cura dei corpi. Ma la medicina asiatica d'estremo Oriente aveva un altro centro importante nel subcontinente indiano, dove il periodo mongolico, che datava dall'anno Mille, era succeduto ad oltre duemila anni di medicina "vedica" e "brahmanica". La prima era basata sui Veda, in particolare sull'Ayur Veda o Libro della Salute, dettato da Dhavantari, padre della medicina corrispondente all'Asclepio dei Greci e propugnatore dello yoga; la seconda (800 a.C. - 1000 d.C.) era legata ai due grandi medici Susruta e Charaka, fondatori rispettivamente dell'anatomofisiologia e della clinica indiane.

Più appartato, per non dire escluso, dal circuito medievale della medicina era il Giappone, dove la cura della salute si basava soprattutto sul furô, cioè sul <>, non solo igienico ma anche distensivo e depurativo, e sul jû-jutsu, cioè sulla cultura del corpo esercitata nel combattere senz'armi, uomo contro uomo. Come quella dei Greci, la cultura fisica giapponese coltivava tanto la forza d'animo quanto l'atletismo, con ugual riguardo per la mente e le membra: la filosofia zen non aveva difficoltà a integrarsi con le "arti marziali".