Scienze motorie: fra mito e realtà
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Scienze motorie: fra mito e realtà

Sfatiamo alcuni falsi miti sulla laurea in Scienze Motorie anche grazie all'analisi della legislazione. Una critica costruttiva sul percorso di studi. Il laureato in Scienze Motorie tra opportunità e vittimismo

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Scienze motorie: fra mito e realtà

Dubbi, speranze, incertezze attanagliano e accomunano un po' tutti gli universitari, dagli studenti di Medicina a quelli di Economia, da Giurisprudenza a Lettere fino a Biologia. La difficile situazione economica e lavorativa attuale ha determinato una condizione di sofferenza e insicurezza fra i più giovani, soprattutto in chi dopo la laurea ha difficoltà ad affacciarsi per la prima volta al mondo del lavoro.

Ogni giorno nei telegiornali si sentono notizie allarmanti circa la disoccupazione giovanile, condizione che coinvolge sempre più i giovani laureati. Chi più e chi meno ha insomma il problema di trasformare i propri studi in una professione e se fino a qualche tempo fa il solo fatto di essere laureati offriva una concreta possibilità e una discreta sicurezza di fare carriera oggi non è più così, anzi spesso è l'esatto opposto.

Tale condizione di disagio è addirittura amplificata per chi frequenta il corso di laurea in Scienze delle attività motorie e sportive. Nel corso di questo articolo cercheremo di capire il perché la figura del laureato in Scienze Motorie non riesca ad assumere una connotazione specifica che gli consenta di godere oltre che di un maggior prestigio professionale anche di un miglior inserimento nell'ambito lavorativo. Ci districheremo fra quelli che sono diversi miti che riguardano il corso di laurea in scienze motorie, i suoi studenti e i laureati confrontandoli con quella che poi è la realtà attuale.

Il mito

"E tu di cosa ti occupi ?"
"Io studio Scienze Motorie"
"Ah quindi vuoi fare l'insegnante di educazione fisica…"

A quanti in una discussione fra studenti universitari o più semplicemente in una riunione di famiglia sarà capitata una scena simile? Immagino a tanti…

Nell'immaginario collettivo il laureato in scienze motorie è di fatto l'insegnante di educazione fisica, questo nella migliore delle ipotesi. Capita anche che dicendo "Scienze Motorie" le persone pensino a qualcosa che riguarda l'ambito meccanico e automobilistico (non è un'invenzione ma un'esperienza personale).

La realtà dei fatti è che spesso intorno a questa figura così misteriosa, quasi mitologica (una sorta di Minotauro dell'antichità greca), vi è tanta ignoranza. Non soltanto da parte delle persone comuni che a dire il vero non avrebbero alcun motivo per approfondire più di tanto, quanto da parte anche degli stessi studenti. Se si prova a chiedere ai nuovi iscritti in scienze motorie che professione vorrebbero fare una volta conseguita la laurea in molti risponderanno: "fisioterapia, riabilitazione, massaggi". A molti sorprenderà sapere che il laureato in Scienze Motorie non può e non deve (per legge) occuparsi né di fisioterapia né tantomeno di riabilitazione oppure effettuare massaggi.

Si cita testualmente il Decreto Legislativo dell'8 Maggio 1998 n° 178, Decreto istitutivo della Laurea in Scienze Motorie, Art. 2 comma 7:

Il diploma di laurea in Scienze Motorie non abilita all'esercizio delle attività professionali sanitarie di competenza dei laureati in medicina e chirurgia e di quelle di cui ai profili professionali disciplinati ai sensi dell'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n.502, e successive modificazioni e integrazioni.

Un altro luogo comune è che la laurea in scienze motorie sia relativamente facile da acquisire. Molte persone pensano che la maggior parte degli studenti passi il proprio tempo all'Università praticando le più svariate discipline sportive, divertendosi e dedicando soltanto una minima parte allo studio sui libri. Ma allora che cosa studia e di che si occupa il laureato in Scienze Motorie? Bella domanda.

La realtà

Nel Decreto Legislativo dell'8 Maggio 1998 n° 178, Decreto istitutivo della Laurea in Scienze Motorie, Art. 2. comma 2 è scritto che:

Il corso di laurea in scienze motorie è finalizzato all'acquisizione di adeguate conoscenze di metodi e contenuti culturali, scientifici e professionali nelle seguenti aree:
  • didattico-educativa, finalizzata all'insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado
  • della prevenzione e dell'educazione motoria adattata, finalizzata a soggetti di diversa età e a soggetti disabili
  • tecnico-sportiva, finalizzata alla formazione nelle diverse discipline
  • manageriale, finalizzata all'organizzazione e alla gestione delle attività e delle strutture sportive

In parole spicciole e facendo un po' di interpretazione su quanto scritto dal legislatore, il laureato in Scienze Motorie avrebbe competenze (non esclusive aggiungiamo noi) e possibilità di lavoro in ambito scolastico (il già citato prof. di educazione fisica), nelle palestre o centri fitness nell'intervento "rieducativo", nella preparazione atletica (calcio, basket, ecc.) e nell'ambito manageriale (di dubbia collocazione).

Questa interpretazione è resa necessaria dal fatto che nel Decreto Legislativo citato non si parla di che cosa il laureato in scienze motorie faccia o possa fare ma in realtà solo delle conoscenze che dovrebbe possedere. Distinzione che potrebbe sembrare banale ma che in realtà non lo è affatto. Poiché vi è differenza fra il possedere delle conoscenze e l'essere poi l'esecutore unico deputato a mettere in pratica le stesse. Da qui si viene a creare l'equivoco di fondo del laureato in Scienze Motorie, "custode di conoscenze" messe poi in pratica da tutti.

E dire che secondo i dati Almalaurea del 2010, sull'indagine che riguarda la percentuale di persone che lavora ad un anno di distanza dalla laurea, subito dopo i laureati nelle professioni sanitarie (81,2%), troviamo proprio i laureati in Scienze Motorie (43,2%), ancor prima di altri ambiti ben più quotati (Giuridico 21,2%, Ingegneria 13,2%, ecc.). Questo non deve fare pensare ad una situazione rosea, fra questi infatti il laureato in scienze motorie è quello con le retribuzioni più basse, spesso una vera e propria miseria.

L'evidenza ci dice anche che per quanto riguarda gli studi effettuati vale l'esatto opposto a quello in cui molti credono, ossia che la laurea in scienze motorie sia essenzialmente un percorso incentrato sulla pratica. Questa è una convinzione del tutto erronea, a Scienze Motorie in realtà si studia, anche parecchio e forse troppo. Non cadiamo in equivoci, lo studio non è mai troppo, ma in un percorso che dovrebbe facilitare l'inserimento lavorativo degli studenti nel proprio ambito di competenza, sembra un controsenso che un corso di laurea in Scienze motorie sia quasi esclusivamente costituito da materie di tipo nozionistico. Diritto, Psicologia, Statistica, Economia, Sociologia sono solo alcune delle materie che vanno a costituire il "complesso" piano di studi del laureato in Scienze Motorie. Non sarebbe forse meglio ridurre il tempo dedicato a questi insegnamenti e dedicarlo invece ad aspetti più pratici, concreti e attinenti con la disciplina?

Le soluzioni

Resta da capire il perché un percorso universitario che abbiamo visto sia tutt'altro che privo di difetti e che non garantisce alcuna sicurezza lavorativa ogni anno attragga migliaia di nuove matricole pronte ad iscriversi. Per alcuni, probabilmente la percentuale minore, è sicuramente una passione. Per altri può valere il discorso del pensare che il corso sia facile o che garantisca lavoro in ambiti che in realtà non competono al laureato in scienze motorie. Di certo è che in questo settore specifico sembra essere davvero il momento di trovare delle soluzioni concrete.

Una potrebbe essere quella già detta di rendere il percorso universitario più indirizzato alla pratica, all'esperienza sul campo, al rapporto con gli atleti e le persone. Ciò renderebbe sicuramente più consapevole il laureato sia di quale è effettivamente il suo ruolo ma anche incentiverebbe aziende, palestre, società sportive e quant'altro a rivolgersi maggiormente all'esperto in Scienze Motorie, proprio in virtù delle sue competenze. L'inserimento e la pratica dell'educazione fisica all'interno delle scuole non deve trattarsi più di un mero ideale ma di un fatto concreto, vista l'importanza fondamentale che il movimento riveste per l'armonico sviluppo psico-corporeo nell'età evolutiva. Anche il progressivo inserimento del laureato all'interno del mondo universitario renderebbe gli insegnamenti sicuramente più interessanti e le docenze più credibili. Non è possibile che un insegnamento in "didattica dell'attività motoria" possa essere svolto da laureati in lettere o filosofia, con tutto il rispetto per gli stessi.

In un'ultima analisi sento di dover fare una critica alla categoria, se così possiamo definirci, a cui io stesso appartengo. Basta vittimismo. È sbagliato pensare di essere gli unici ad avere problemi o a cui venga negato qualcosa. Nella situazione attuale nessuno studente, a qualsiasi corso appartenga, avrà un posto garantito in futuro, a meno che non goda di qualche particolare "privilegio" ma questo è un altro discorso. Le lamentele difficilmente servono a qualcosa, la differenza, quella vera, la fanno la preparazione, la competenza, la voglia. Chi effettivamente crede in questa professione, chi non ha alcuna paura nel confrontarsi con gli altri, sono sicuro riuscirà ad ottenere ciò che vorrà.