Il ruolo dello stretching nella preparazione atletica e sportiva
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Il ruolo dello stretching nella preparazione atletica e sportiva

Numerosi benefici, altrettanti luoghi comuni e parecchie applicazioni errate. Facciamo chiarezza!

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Il ruolo dello stretching nella preparazione atletica e sportiva

Sebbene il ruolo dello stretching sia stato notevolmente ridimensionato nel corso degli ultimi decenni (rispetto a quello che si riteneva essere il suo potenziale) è in ogni caso incontrovertibile che racchiuda una gamma di vantaggi per i quali è consigliato il suo inserimento all'interno dei comuni work-out o addirittura l'organizzazione di specifiche sessioni di lavoro o l'adozione di specifiche discipline sportive che sollecitano in tal senso le strutture muscolari, quando questo non è possibile sarà opportuno in ogni caso dedicare 10-15 minuti all'allungamento dei muscoli sollecitati.

Questa prassi eviterà fastidiose contratture e consentirà di avere dei muscoli sempre elastici e pronti ad eseguire gli esercizi con la massima escursione possibile, compenserà inoltre situazioni posturali squilibrate per effetto dell'accorciamento muscolare. Lo stretching agevola il recupero ed allevia i dolori post-allenamento, sebbene tali ultime affermazioni sono molto relative e corrette sin tanto ci si trova all'interno di un protocollo di allenamento per soggetti moderatamente attivi.

Quando ci si sposta verso l'atletismo o in ogni caso si ha l'ambizione di grandi miglioramenti sotto il profilo della performance il tutto diviene più complesso, come chiarito a breve.

Il ruolo dello stretching all'interno di specifiche forme di lavoro come nel caso dell'allenamento calistenico, o dell'allenamento a corpo libero, ma anche di numerose discipline come quelle dell'atletica, non è semplicemente connesso all'importanza dell'allungamento come tipicamente riscontrabile in qualsivoglia work-out, ma è una caratteristica imprescindibile nella corretta esecuzione di esercizi e sequenze.

Ad esempio si ipotizzi di voler realizzare in modo corretto un L-sit

l sit

la sua esecuzione corretta è senza dubbio connessa ad un adeguato livello di forza nei flessori dell'anca, ma in ogni caso non sarebbe realizzabile con una muscolatura accorciata o poco flessibile nella regione posteriore della coscia.

In molti tipi di lavoro quindi l'allungamento muscolare non è di tipo accessorio, ma è una parte integrante e determinante al fine di massimizzare i risultati, gestire in maniera più economica un gesto (compresa la corsa) ed evitare squilibri posturali (come nel caso del bodybuilding). Occorrerà pertanto individuare le tecniche più opportune per raggiungere e preservare adeguati livelli di mobilità ed elasticità, i giusti esercizi e ovviamente dedicare il tempo opportuno a questo tipo di sollecitazione. Una scarsa mobilità determina un'inevitabile compromissione dell'intero allenamento e conseguentemente una minore efficacia.

Quando parliamo di mobilità articolare facciamo riferimento alla

capacità di utilizzare la massima escursione articolare possibile nei limiti fisiologicamente imposti dalle articolazioni, dai muscoli e dalle strutture tendinee. È una capacità che involve rapidamente se non costantemente sollecitata, e tende a regredire rapidamente anche nella fase senile quando, la capacità viscoelastica dei tessuti, diminuisce marcatamente. In questo contesto il principale responsabile è il collagene, la cui presenza diminuisce nei tessuti connettivi che vengono scarsamente sollecitati. Un fenomeno analogo accade in condizioni di sedentarietà o immobilità, nel corso dei quali si assiste alla diminuzione dei sarcomeri e all'aumento di densità del tessuto connettivale. Viceversa, lo stiramento muscolare, innesca un meccanismo ipertrofico in grado di aggiungere nuovi sarcomeri nei punti di contatto fra parte carnosa e parte tendinea di un muscolo1.

La mobilità articolare pertanto, come in seguito sarà ribadito, non è connessa alle sole strutture muscolari, di conseguenza il suo miglioramento è sempre marginale ovvero connesso al grado di mobilità consentito dalle altre strutture anatomiche, in particolare l'estensibilità dei tendini e delle strutture articolari può essere incrementata solo in modo modesto. La flessibilità è a vario titolo importante in pressoché tutte le discipline sportive diviene fondamentale, come già detto, in particolari specialità e nelle discipline che prevedono movimenti precisi e controllati.

A livello muscolare il contributo alla flessibilità è fornito sia dai muscoli agonisti, ossia quelli attivamente implicati nello svolgimento di un gesto, sia dai muscoli antagonisti, vale a dire quelle strutture che, contraendosi, potrebbero ostacolare il movimento desiderato. A livello dei muscoli agonisti è richiesto un ottimo grado di forza, sia per la produzione del movimento stesso, sia per vincere le resistenze articolari e muscolari normalmente prodotte dalla muscolatura antagonista. Ai muscoli antagonisti sarà richiesta un'efficace propensione al rilassamento, alla detensione, all'allungamento.

Il miglioramento della mobilità articolare può essere di tipo permanente o temporaneo. Sarà permanente se ottenuto con ripetute e frequenti sessioni di stretching, capaci di agire direttamente sulla fisiologia muscolare e sulla meccanica articolare, sarà di tipo temporaneo se sfrutta fattori come la temperatura ambientale o la temperatura del muscolo (un suo aumento migliora la mobilità), forze esterne entro limiti che non determinino traumi, o condizioni psicologiche non stressanti.

Alcuni autori auspicano perfino stimoli da somministrare due volte al giorno per migliorare al massimo la componente della mobilità2. Altri autori riferiscono, in relazione al mondo dell'atletismo, una sollecitazione minima di 3 sessioni settimanali, con adattamenti che iniziano a poter essere apprezzati in modo significativo non prima delle 6 settimane di lavoro specifico.

Uno dei principali ruoli rivestiti dall'attività di allungamento è proprio in direzione di migliorare e conservare la mobilità articolare, riducendo le rigidità muscolari a tutto vantaggio di un incremento del ROM e dell'economia del gesto atletico. Elemento fondamentale all'interno di un programma finalizzato alla preparazione atletica oltre che al miglioramento generale delle performance. La necessità di un lavoro specifico nasce ovviamente dalla considerazione che ciascun adattamento corporeo origina da una specifica sollecitazione, e diviene più marcato e duraturo in virtù dell'intensità e della durata dello stimolo, oltre che dalla sua evidente specificità. È quindi necessario non solo formulare work-out adeguati selezionando tra le diverse possibili metodologie e discipline che stimolano questo parametro, ma è altrettanto indispensabile ricercare la giusta durata ed intensità dello stimolo.

Porre spesso in secondo piano le sessioni di stretching, o il tempo dedicato a questo allenamento all'interno delle comuni sedute di lavoro, è frutto di una incompleta consapevolezza sui reali vantaggi che una muscolatura allungata può offrire rispetto ad una muscolatura che non lo è. Altrettanto paradossalmente alcuni dei presunti benefici dello stretching sono più il retaggio di supposizioni e luoghi comuni molto radicati, piuttosto che benefici realmente comprovati dalle ricerche scientifiche.

Stretching e prestazione sportiva

Ad esempio, nonostante lo stretching venga diffusamente utilizzato ancora oggi all'interno del processo di riscaldamento degli atleti, questa procedura è del tutto priva di ogni ragione di tipo scientifico, e crea semmai non pochi problemi. Chiarisce egregiamente questo concetto un articolo di Stephan Turbanski3 dell'Istituto di Scienze dello Sport dell'Università di Francoforte, il quale segnala tra l'altro che, come metodo di riscaldamento, lo stretching è sempre più messo in discussione, soprattutto negli sport nei quali il risultato è deciso dalla forza rapida.

In ricerche controllate si vede che lo stretching diminuisce le capacità di prestazione svolgendo un'azione negativa sulla performance degli atleti che molto spesso può essere del tutto compromessa.

Può essere utile a tal proposito citare alcune delle ricerche condotte in questa direzione e riprese da Turbanski:

  • Peggioramenti della prestazione nell'altezza di salto in alto dopo stretching (Henning, Podzienly 1994)
  • Riduzione dell'altezza di salto e del contatto al suolo nel drop jump (Kunnemater, Schmidtbleicher 1997)
  • Riduzione delle prestazioni dall'8% al 10% nella forza reattiva (Bergert, Hillebrecht 2003)
  • Peggioramento dei tempi di sprint sui 35m piani dopo 15 minuti di stretching (Klee, Wieman 1991)
  • Riduzione di forza dal 7,3% all'8,1% in test massimali compiuti dopo allungamento sulla muscolatura degli estensori e dei flessori della gamba (Kokkonen et. al. 1998)

Le ragioni di una simile interferenza negativa dello stretching, quando precede un lavoro di forza, sono imputabili alla riduzione della stiffness muscolare, ossia della capacità di accorciamento rapido di un muscolo dopo un allungamento, riducendo quindi il potenziale elastico di una struttura.

È bene precisare che queste considerazioni non sono volte a confutare i benefici dello stretching, tra l'altro anche sul parametro della forza, quanto la sua inopportuna applicazione nella fase di riscaldamento che eventualmente precede nell'immediatezza un lavoro di forza o, ancora peggio, di forza esplosiva. Oltre alle interferenze sulla muscolatura anche le strutture tendinee, se sottoposte a un lavoro specifico di allungamento, vanno incontro a creeping ossia ad una modificazione nell'assetto delle fibre di collagene. Vengono a riorganizzarsi in modalità quasi parallela mentre la loro disposizione fisiologica è di tipo obliquo al fine di ottimizzare la capacità di acquisire (e restituire) energia elastica, che ne risulta quindi compromessa.

Per quanto attiene l'insorgenza della fatica la fase di allungamento di un muscolo è del tutto simile ad una contrazione di tipo eccentrico, e risponde alle medesime conseguenze, compreso l'incremento di microlesioni nelle muscolatura o in prossimità della giunzione muscolotendinea, determinando in buona sostanza un deficit muscolare prima ancora dell'avvio del lavoro.

Appare fallace anche l'idea di ridurre o prevenire gli eventi traumatici grazie allo stretching, alcuni autori hanno perfino dimostrato un incremento dei casi di infortunio (stiramenti e strappi) in atleti che eseguivano regolarmente l'attività di stretching, incremento probabilmente determinato dalla capacità del lavoro di allungamento di ridurre la percezione del dolore muscolare innalzando come conseguenza il rischio di traumi.

Se dall'esecuzione dello stretching nella fase che precede un lavoro di tipo dinamico ci si sposta ad una valutazione globale connessa con i vantaggi di un buon grado di flessibilità e mobilità, appare evidente che da un punto di vista atletico una muscolatura che non ha difficoltà ad allungarsi conferisce una maggiore predisposizione ai lavori di forza e di esplosività, inserendo lo stretching a pieno titolo fra gli elementi utili all'interno di una programmazione specifica finalizzata ad acquisire al massimo queste caratteristiche.

Il vantaggio di una muscolatura flessibile è infatti individuabile in un'azione frenante da parte dei muscoli antagonisti molto meno marcata. A questo si somma uno spazio maggiore per imprimere i movimenti di accelerazione rendendoli di conseguenza più efficaci. Un più ampio prestiramento e l'attivazione di un maggior numero di fibre muscolari determinano altresì un potenziale di forza più marcato. Relativamente ad allenamenti di forza è inoltre interessante segnalare che, a seguito di specifiche sollecitazioni di questo tipo, si assiste ad una marcata riduzione della mobilità articolare, sebbene in modalità reversibile e per lassi temporali di circa due giorni.

Viceversa inserendo una fase di allungamento a conclusione di un work-out incentrato sulla forza, la componente della mobilità migliora progressivamente. Questo produce una maggiore propensione al recupero da parte del muscolo ed un miglioramento generale del suo tono. Indirettamente, sebbene in misura minore, anche la resistenza potrà essere ottimizzata, poiché un minore lavoro contro la muscolatura antagonista preserva maggiormente freschi i muscoli attivamente al lavoro, consentendo il protrarsi dell'attività per un periodo maggiore o con un'intensità più elevata.

Sotto il profilo dell'esecuzione tecnica molte discipline vincolano le azioni più efficaci al completo utilizzo del ROM articolare, individuando quindi nei lavori di allungamento la premessa per un gesto atletico qualitativamente migliore, oltre che una tappa imprescindibile nel corso dell'apprendimento di gesti e sequenze tecniche particolarmente complesse.

Se, come detto, sono spesso contraddittori gli studi sulla possibilità che lo stretching possa realmente prevenire situazioni traumatiche, è certo che possa intervenire nell'evitare squilibri posturali che nascono per effetto di strutture muscolari particolarmente sollecitate, e che quindi tendono all'accorciamento, rispetto ad altri distretti anatomici che lo sono meno. A tal proposito è però fondamentale segnalare anche il processo inverso, ossia l'esasperazione dell'allungamento che poi innesca un incremento della rigidità come fenomeno di compensazione. È opportuno quindi segnalare che, al pari di qualsivoglia altro adattamento, anche in direzione dello stretching occorre ricercare la condizione migliore per le necessità individuali.

Modalità esecutive dello stretching

Da un punto di vista delle metodiche esecutive, in relazione allo stretching è possibile citare:

Allungamento statico

L'allungamento statico, certamente quello più ampiamente diffuso ed utilizzato, prevede di raggiungere una data posizione attraverso un lavoro di massima flessione, estensione o torsione, sino ad avvertire un senso di stiramento. La posizione raggiunta sarà mantenuta per un determinato lasso temporale, in genere inferiore ad un minuto ma superiore ai 10 secondi. È da segnalare che non c'è pieno accordo fra gli autori sul tempo ottimale di mantenimento della posizione4.

Questo genere di allungamento è di tipo passivo (allungamento statico passivo), in quanto si sfruttano forze esterne, comunemente l'azione della gravità, o interventi meccanici che consentono di andare oltre il limite raggiungibile in modo attivo. Il tempo di riposo prima di ripetere il gesto è normalmente pari o doppio al tempo per il quale si è mantenuta la posizione di allungamento. Occorrerà evitare la percezione del dolore oltre a movimenti "molleggiati" che, tra l'altro, avrebbero come risultato l'attivazione del riflesso di stiramento, che produce un risultato opposto a quello desiderato in questa pratica di allungamento. La principale nota negativa di questo sistema di lavoro è una sollecitazione praticamente nulla sui muscoli agonisti, quelli che poi in una fase dinamica promuovono il lavoro, tecnicamente è quindi una forma di allenamento che non ricalca alcun gesto atletico. Sotto il profilo dei miglioramenti indotti è invece una forma certamente efficace di allungamento, probabilmente tra quelle meno traumatiche sul fronte dei possibili incidenti.

Rientra nelle modalità di allungamento statico anche l'allungamento statico attivo e l'allungamento isometrico.

Allungamento statico attivo

L'allungamento statico attivo è basato su esercizi in cui si mantiene una determinata posizione di allungamento mediante l'azione attiva della muscolatura agonista senza aiuti esterni e sfruttando il meccanismo di inibizione reciproca per effetto del quale alla contrazione di un muscolo corrisponde il rilassamento del suo antagonista. È tipico anche di specifiche discipline (come il pilates e lo yoga) dove il mantenimento di una posizione rappresenta di fatto un allungamento statico attivo. Probabilmente tra le diverse metodiche di allungamento è quella che produce i minori adattamenti, salvo sfruttare la predisposizione al rilassamento per poi applicare un allungamento di tipo statico.

Allungamento isometrico

L'allungamento isometrico implica di contrarre in modalità isometrica il muscolo posto in allungamento migliorando oltre alla flessibilità anche la componente di forza dei muscoli sollecitati. Si avvia la fase di allungamento vero e proprio, analogamente a quanto previsto per l'allungamento statico propriamente detto, e si effettua poi una contrazione isometrica contro resistenza della medesima muscolatura. Al termine della fase isometrica la cui durata è inferiore ai 15/20 secondi segue il recupero.

Allungamento dinamico

L'allungamento dinamico ricalca in pieno i movimenti specifici di una disciplina sportiva e prevede l'esecuzione di slanci e molleggi lenti e controllati che sfruttano ovviamente la contrazione di un muscolo agonista per l'allungamento del suo antagonista, nella sua variante dinamico-balistica l'esecuzione dei gesti è rapida, cercando di sfruttare al massimo il ROM articolare sempre attraverso slanci, oscillazioni e molleggi. È evidente che questo genere di lavoro può innescare il riflesso da stiramento e, per la sua peculiare intensità, sarebbe da riservare a soggetti atleticamente evoluti, e quindi pienamente consapevoli anche della corretta esecuzione tecnica dei gesti che si ricalcano.

È una metodica riservata al mondo atletico, ed in particolare a chi si cimenta nella ginnastica, nelle discipline acrobatiche ed in alcune discipline marziali. Del resto espone a sollecitazioni potenzialmente traumatiche e, sempre più autori, concordano nello sconsigliare questa metodica di allungamento5. È tuttavia da segnalare che, questo specifico protocollo, è l'unico che non interferisce negativamente in caso di successive prestazioni in cui la componente principale è la forza esplosiva, come invece accade per altre forme di allungamento.

Facilitazione propriocettiva neuromuscolare (o PNF)

La facilitazione propriocettiva neuromuscolare (o PNF) deriva da protocolli originariamente riservati al campo della riabilitazione e si basa essenzialmente sull'alternanza di fasi di contrazione e rilassamento della muscolatura. Esistono differenti forme di applicazione della PNF, la più comune prevede di agire in una prima fase che è analoga all'esecuzione dello stretching statico, quindi raggiungendo e mantenendo una data posizione di allungamento per un intervallo di tempo di circa 10 secondi. Mantenendo la posizione raggiunta occorrerà stimolare una contrazione isometrica del muscolo sollecitato, tecnicamente quindi si passa da una fase si allungamento ad una di stimolo all'accorciamento, con una durata relativamente breve, di circa 5 secondi. Si torna quindi in modo fluido e continuo ad un nuovo allungamento del medesimo muscolo per un lasso temporale analogo al primo, pertanto doppio rispetto alla fase di contrazione isometrica.

La seconda procedura di allungamento in genere consente di raggiungere un limite maggiore nell'escursione articolare. Limite che, in assenza di stimoli dolorifici, dovrà essere assecondato. Si procederà quindi ad una fase di recupero di circa 45 secondi, per poi ripetere l'operazione.

Esistendo varie modalità esecutive dello stretching occorre anche domandarsi quale sia più idonea alle esigenze di chi lo pratica. Lo stretching attivo e lo stretching balistico ad esempio è maggiormente indicato in chi pratica attività come le arti marziali. Le tecniche di stretching in cui si alterna contrazione e rilassamento (PNF) sono invece quelle che meglio si prestano al processo di recupero dopo un lavoro particolarmente intenso, compreso il lavoro con i sovraccarichi, a patto che l'alternanza tra contrazione e allungamento sia relativamente rapida.

Come già chiarito è invece errata in ogni caso la sua esecuzione su una muscolatura fredda, come del resto è inopportuno l'impiego dello stretching come sostituto o come parte del riscaldamento muscolare. Lo stretching, al contrario, deve essere sempre eseguito su una muscolatura adeguatamente calda e sollecitata.

L'applicazione di un protocollo di allungamento non prescinde da una idonea programmazione del lavoro e, come in tutti gli altri casi, e per tutti gli altri risultati ricercati, la programmazione implica anche una progressione dei carichi, in questo caso intesi come intensità e metodica di lavoro sempre tenuto conto degli adattamenti già realizzati sul soggetto e dei suoi obiettivi specifici.

Da quanto esposto sino a qui si comprende che lo stretching rappresenta un'area a se stante dell'allenamento, con regole e varianti proprie di questo componente ma anche con strutture anatomiche di riferimento ben precise e che fanno riferimento alla possibilità di percepire stiramento e velocità con la quale avviene, attivando delle reazioni specifiche. Deputati a tale scopo sono i fusi neuromuscolari e gli organi tendinei del Golgi.

Parlando di stretching emergono pertanto due differenti priorità, quella di svolgere delle sessioni specifiche ad esso dedicate più che utilizzare parte della sessione allenante alla sua esecuzione, e quella di svolgerlo in modo corretto, ritenendo utile allo scopo anche la necessità di svincolarsi, come ribadito più volte sin qui, da un alone di magnificenza che per decenni ha individuato nello stretching una sorta di risolutore di tutti i mali e una serie di benefici incondizionati quanto sovradimensionati e irrealizzabili, fossero anche solo quelli di incrementare o recuperare un certo grado di mobilità, potendo quest'ultima aver subito una compromissione anche per problemi connessi alla degenerazione articolare.

Per quanto la pratica dello stretching sembra nota e consolidata, gli autori non sono in disaccordo solo sui margini di efficacia, ma perfino su quali aree anatomiche l'allungamento provochi i principali vantaggi, individuando un divario fra chi afferma che siano soprattutto le strutture connettivali a beneficiare di un lavoro di allungamento mentre altri ritengono che il vantaggio maggiore è individuabile a carico delle componenti contrattili di un muscolo.

Analogamente poi a quanto visto nell'articolo sull'allenamento con i sovraccarichi, nel quale era posta in discussione l'opportunità di una sollecitazione con sovraccarichi dei singoli segmenti corporei in favore di una attività dinamica globale e/o funzionale, anche riguardo lo stretching sarebbe da considerare un'analoga modalità esecutiva, che quindi non si concentri su parti specifiche del corpo ma su una intera catena muscolare. È infatti da considerare che concentrandosi nell'allungamento di un singolo distretto appartenente ad una più complessa catena muscolare (ad esempio quella posteriore) si potrebbero determinare delle attività di compensazione da parte di altri distretti coinvolti che potrebbero rispondere all'allungamento indotto con l'accorciamento di un'altra porzione, viceversa l'allungamento globale della catena eviterebbe simili compensazioni. Non è un caso che questa modalità esecutiva sia tipica di lavori di tipo posturale, sebbene abbia anchÈessa ricevuto analisi critiche.

Tornando al discorso relativo alla flessibilità e al suo potenziale grado di miglioramento è necessario anzitutto differenziare distinguere tra flessibilità attiva e flessibilità passiva. Sulla prima forma di flessibilità agisce esclusivamente l'azione compiuta dal soggetto o dall'atleta, sulla seconda agisce invece una forza esterna. È pertanto intuibile con facilità che la flessibilità passiva, proprio in quanto agevolata dall'applicazione di forze esterne, è maggiore rispetto a quella attiva. La differenza fra queste due situazioni genera la riserva di movimento che è in qualche modo anche il principale margine di miglioramento potenziale.

Per quegli atleti o quegli sportivi che ambiscono a massimizzare i risultati in termini di mobilità articolare è possibile coadiuvare le sessioni di stretching mediante vibrazioni. Frequenze prossime ai 18 Hz possono essere un valido aiuto nei lavori finalizzati al miglioramento della mobilità articolare mediante un allungamento delle strutture muscolotendinee. Il miorilassamento indotto6 agevola e coadiuva le normali sedute di stretching. C'è da aggiungere che l'intensità dei miglioramenti varia molto tra soggetti allenati e sedentari e che gli adattamenti sono temporanei e potenzialmente labili se non supportati da metodi classici di allenamento. In questa chiave quindi l'uso delle vibrazioni può costituire un ulteriore elemento a vantaggio di sportivi che si allenano intensamente e con regolarità, rappresentando invece un sistema molto meno valido o perlomeno superfluo per gli altri7.

Altre possibili interazioni positive con il lavoro di allungamento prevedono di affiancare l'esecuzione di discipline che hanno tra i loro cardini proprio il processo di stretching muscolare. In questo caso, ai vantaggi e benefici dell'allungamento, si associano attività di natura differente che possono contrastare la monotonia o la sensazione di scarso impegno nella pratica dello stretching, soprattutto nella forma classica dello stretching statico. Discipline come lo yoga, il pilates, il tai-chi, sono probabilmente tra quelle più indicate in questa direzione e possono indubbiamente essere applicate anche all'interno di un protocollo di preparazione atletica, col vantaggio di non compromettere in modo drastico altre componenti e di sfruttate (lo yoga in particolar modo) la componente della respirazione in associazione al movimento.

Così come esistono condizioni e protocolli utili alla migliore gestione dell'attività di stretching, esistono anche situazioni che mal si conciliano con questo tipo di lavoro. Ad esempio condizioni di stress fisico o psicologico, muscolatura particolarmente affaticata, ma anche momenti della giornata particolarmente inidonei, per esempio al mattino quando, la soglia di attivazione dei fusi neuromuscolari è maggiore, mal si concilia con la stimolazione dell'allungamento. Anche intensi lavori di tipo lattacido inducono una rigidità muscolare poco adatta ad un successivo lavoro di stretching.

All'interno di un protocollo di allenamento della mobilità articolare finalizzata alla preparazione atletica occorrerà tener presente in modo particolare quella che è definita come la mobilità articolare speciale, ossia riferita ad una singola articolazione, nello specifico quella di maggior interesse all'interno di una pratica sportiva, e che si distingue dalla mobilità articolare generale che invece valuta globalmente il grado di mobilità delle principali strutture articolari.

Nel contesto della preparazione atletica è utile tenere presente anche che i tempi di adattamento non sono immediati, pertanto il lavoro di stretching non dovrebbe mai essere interrotto, sfruttando anche il fatto che ciascun atleta potrà cimentarsi in questa prassi in piena autonomia e praticamente in qualsiasi luogo. In alternativa occorrerà considerare di avviare il lavoro di allungamento almeno un mese prima della fase intensa di una preparazione, in modo da giungere con una muscolatura adeguatamente performante sotto il profilo della flessibilità.

Non meno importanti divengono la scelta degli esercizi di stretching e la loro applicazione pratica. Con l'esclusione evidente di metodi di allungamento globale, negli altri casi aarà buona norma selezionare esercizi che stimolino all'allungamento solo di uno o pochi muscoli simultaneamente. Facendo attenzione, nel caso di muscoli biarticolari, che entrambe le articolazioni partecipino alla fase di allungamento. La selezione degli esercizi inoltre non terrà conto solo della loro efficacia e corretta esecuzione, ma anche di quali siano quelli maggiormente opportuni a seconda dell'attività fisica svolta o per la quale si sta apportando la preparazione atletica specifica. Questa selezione non solo permette dei vantaggi sotto il profilo della prestazione, ma è in grado di prevenire i conseguenti squilibri posturali cui si è fatto cenno precedentemente.