Collabora   home contatti sitemap pubblicità autori shop mobile

Dagli artigiani alle industrie del fitness

CHIUDI ANNUNCIO

Nell’ultimo editoriale, di qualche mese fa, mi sono cimentato nell’osservare il popolo dei runner, esaminandone le caratteristiche ed il comportamento nell’ambiente naturale. In modo assolutamente non previsto, e come esclusivo frutto degli eventi, mi trovo ora mio malgrado a parlare del popolo dei fitness club.

Come sempre nei miei editoriali, anche a causa dalla mia scarsa capacità di sintesi, si impone una piccola premessa. Sportivamente parlando sono nato e cresciuto all’interno di una piccola palestra di una minuta cittadina. Un luogo che, nonostante siano trascorsi oltre vent’anni dalla mia prima iscrizione, esiste ancora, quasi immutato nel corso del tempo.

Una palestra in senso stretto, dove non mancava lo spirito di gruppo e il desiderio di aggregazione, ma il punto fondamentale era la voglia di applicarsi in modo deciso in una determinata disciplina sportiva. Non mancavano gli eventi agonistici che, seppur non abbiano mai sfornato campioni di livello internazionale, erano comunque adeguati a fornire la giusta celebrità. Quella che basta in un microcosmo tardo adolescenziale. Sufficiente ad essere ritenuti dei numeri uno, o perlomeno a sentirsi come tali.

Non voglio fare il nostalgico, né ho l’indole del conservatore. Dico soltanto che l’imprinting ricevuto è di un certo tipo, ed è difficile scrollarsi di dosso una simile esperienza, almeno quanto lo è cercare di comprenderla se non si ha avuto la fortuna di viverla.

Ad oltre vent’anni di distanza, come anticipavo, il mondo dello sport è sempre più divenuto parte fondamentale della mia vita, sino a rappresentare il mio lavoro, il mio hobby, la mia passione. E’ inevitabile quindi che continui a frequentare palestre, centri fitness, piscine ed impianti sportivi in genere, delle più disparate dimensioni e localizzati un po’ in tutta la penisola. Conosco le dinamiche che stanno dietro la gestione di un centro fitness, e certo non mi stupisco delle evoluzioni subite. Tuttavia, in questi ultimi 10 giorni, ho dovuto fare una sorta di indigestione di fitness center di grandi dimensioni, soprattutto legati ad alcune delle catene più note nel settore. Ho trascorso molte ore al loro interno, e ne ho approfittato per osservare più da vicino i frequentatori.

L’esperienza è stata sconfortante. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso, ma essere bombardati di spiacevoli conferme destabilizza sempre un po’. E’ strano notare cosa possa nascere quando il migliore degli intenti, ossia lo spirito sportivo, viene piegato e declinato alla logica del mero profitto. Non per dire che non sia giusto e sacrosanto generare dei profitti attraverso un impianto sportivo. Solo che è avvilente osservare da vicino l’industria del fitness di massa.

Ripensavo ai miei istruttori, a quelli che erano nell’opinione di tutti dei modelli da seguire, quasi idealizzati, preoccupati in ogni istante di dare il buon esempio, anche al di fuori della palestra. E li ho paragonati ai soggetti in divisa che avevo di fronte. Tutti con lo stesso sorriso di plastica, la stessa tonalità nell’abbronzatura, la stessa superficie corporea tatuata, e la stessa ossessiva premura nel cercare di far iscrivere ogni potenziale cliente al fitness center. Ovviamente con iscrizioni annuali e addebito su conto corrente o carta di credito. Una gestione impersonale e priva di ogni empatia.

Mi sono venuti in mente i vari gestori degli impianti sportivi, abili conoscitori di ogni angolo della palestra, di ogni istruttore, di ogni iscritto. Quasi sempre ex agonisti, con storie ed esperienze a metà strada tra il mito e la realtà. Un carisma che da solo bastava a richiamare nuovi iscritti. Ed anche in questo caso li ho paragonati a quelli che rivestono il ruolo di fitness manager dell’impianto. Quasi spaesati di fronte a richieste un po’ diverse dalle 10 domande più comuni sulle quali sono stati formati prima di essere mandati alla guida di un centro di grosse dimensioni, dove l’importante è mietere in termini di quantità. Pazienza per tutto il resto.

Ho ripensato alla flessibilità di accesso alle lezioni e ai corsi, sostituiti da una programmazione rigida, controllata al minuto (e ad euro) da un badge magnetico.

Ma, il vero colpo al cuore, mi è giunto osservando il popolo dei modelli e delle modelle che hanno sostituito quelli che un tempo erano gli iscritti delle palestre. Non più persone con lo spirito di confrontarsi sul piano della prestazione atletica, ma individui ansiosi di mostrarsi agghindati di tutto punto, magari con tacchi a spillo vertiginosi, borse all’ultima moda, in alcuni casi incuranti di un aspetto quasi ridicolo, ed un desiderio di ostentare divenuto patologico nel corso del tempo.

Mi sono trattenuto davvero delle ore ad osservare questa fauna bizzarra. Giungono in palestra trascinando un trolley che verosimilmente contiene il cambio per l’allenamento. Occhiali da sole avvolgenti, attraverso i quali osservare gli sguardi degli altri ed ovviamente cercando di non passare mai inosservati. Il centro fitness non più come un luogo per ritrovare la forma fisica, ma dove avere un pubblico per la propria passerella.

Solo una seconda categoria è spesso fortemente rappresentata in questi ambienti: i frustrati cronici. Coloro i quali scelgono consapevolmente di farsi del male, invidiando con ansia l’aspetto del primo gruppo. Spesso ignorando che, tanta grazia, è più probabile che derivi da un dono della genetica, che dal sudore versato in mesi di allenamento. Alcune volte i due gruppi finiscono quasi per parlarsi. Quasi. Perché il primo gruppo gode solo dell’idea di sentirsi desiderato ed osservato. Ed il secondo scambia il bisogno di venerazione per un’accondiscendente simpatia.

Ovviamente, ai fini del marketing, questo può fare solo bene. Anzi, se a questo si aggiunge la straordinaria intuizione di far pagare non solo coloro i quali frequentano l’impianto sportivo, ma perfino chi ambisce a lavorarci dentro, ecco che il quadro è completo.

E’ vero, anche nelle palestre di cui ho tanta nostalgia, e che in una veste un po’ modificata continuano ad esistere, non ho mai avuto notizia di istruttori che si siano arricchiti. Molti ci lavoravano dentro con un rimborso spese, a volte come secondo lavoro. Ma era ed è la passione a spingerli, la consapevolezza di lavorare con del materiale umano sorprendente. Non certo l’assurdo desiderio di poter semplicemente dire “sono un personal trainer”.

Gli attori sono rimasti sempre tre. Chi è al vertice della struttura, chi ci lavora dentro, e chi la frequenta. È però cambiato il copione. I gestori non sono più appassionati desiderosi di tramutare in lavoro il loro amore, ma imprenditori che scelgono oculatamente di diversificare un investimento. Chi ci lavora dentro ha smesso di farlo per il desiderio di crescere o di trasmettere una conoscenza, e lo fa prevalentemente per soddisfare il proprio ego. I frequentatori non sono più desiderosi di competere, fosse anche con loro stessi, al fine di un miglioramento, ma ambiscono solo ad una passerella, con la speranza di essere invidiati.

E lo sport? Il concetto di benessere? In queste industrie del fitness è purtroppo solo virtuale, lo si respira, lo si intuisce, ma raramente lo si persegue. Volendo utilizzare ancora l’esempio cinematografico degli attori, in questi ambienti ha smesso di essere il protagonista ed è divenuto un distratto spettatore.

Troppo vero, troppo triste

Hai descritto perfettamente la triste realtà a cui aggiungerei che anche il marketing e la comunicazione del mondo Fitness ingenerale è orientata a modelli che ormai ben poco hanno con l'attività fisica ed il benessere preferendo mostrare il lato edonistico della faccenda.
Così che la forma fisica anzichè essere un premio per le proprie fatiche è qualcosa da esibire trasfromando qualcosa che una volta uno faceva solo per se stesso e la sua salute con obiettivi realistici in qualcosa che si fa per gli altri e pure arrabbiandosi se non si diventa come le modelle. L'hai detto tu del resto che anche la genetica andrebbe considerata e ad essa aggiungerei anche Photoshop.

Che dire? Spero di non essere il solo rimasto con la passione.
Grazie

Sante parole

Sante parole quelle da te scritte. Mi capita spesso di entrare in centri fitness all'ultimo grido, di confondermi tra la massa e chiede qualche informazione un pò più dettagliata agli istruttori. Mi è successo ieri, la domanda è stata: come posso migliorare la resistenza? La vrisposta dello pseudoistruttore: Devi ISCRIVERTI, sorridendo come se avesse trovato l'oro, al corso di fitboxe oppure al corso di aquarunning.... ed io: no io volevo sapere, in sala attrezzi, in termini di allenamento come fare per migliorare la resistenza? e lui, voltandomi le spalle, quasi schifato: ah, vabbè basta che fai mezz'ora di tapis roulant, un pò di cyclette e stai apposto!!!

Questo per dirti che i grossi centri non puntano affatto sulla qualità, ma come dicevi tu, sulla quantità, e noi che realmente siamo appassionati di sport... stiamo a guardare!

A voi i commenti..