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Fitness: il pensiero non basta
Simulare un'attività sportiva, anche se con l'aiuto delle più moderne consolle elettroniche, non ha nulla a che vedere con la reale pratica sportiva, lo rivela un recente studio tedesco.
Quando il migliore degli intenti si scontra con imprevisti e difficoltà, si è soliti consolare l’ideatore di un’iniziativa con la frase “basta il pensiero, il pensiero è quello che conta!”. Evidentemente questo non vale per ogni situazione e, soprattutto, non vale per il fitness.
A cosa mi riferisco è presto detto. E’ da almeno tre mesi che ho voglia di parlare di chi acquista una consolle per simulare le attività sportive in casa. Ce n’è per ogni gusto, dallo yoga alla boxe, passando per il bowling ed il tennis. Non parlo dei semplici videogame ovviamente, ma di quelle apparecchiature ben più coinvolgenti, con tanto di pedane e comandi wireless che consentono di simulare in tutto e per tutto i gesti atletici.
Ogni volta che scorre in tv uno spot dedicato, con tanto di celebri testimonial, mi chiedo a chi può venire in mente di chiudersi in casa fingendo di giocare a tennis, invece di correre su un campo di terra rossa e farlo realmente! E’ da mesi dicevo, che volevo parlarne. Poi questa mattina, sfogliando i giornali, leggo nella versione online del Secolo XIX l’esito sconcertante, quanto assolutamente prevedibile, di uno studio tedesco effettuato presso l’Istituto per la medicina dello sport dell’università di Muenster.
I ricercatori si sono adoperati nel valutare l’impegno fisico richiesto in chi pratica attività come quelle descritte sopra, che potremmo definire di fitness virtuale. Come certamente tutti sapranno, benefici e miglioramenti per un soggetto, vanno di pari passo con il grado di intensità ed impegno richiesto dall’attività praticata. Ebbene, il risultato è che, malgrado le buone intenzioni, il dispendio energetico e l’intensità del lavoro, nulla hanno a che vedere con la pratica della versione reale della disciplina sportiva. Lo sforzo è minimo e di conseguenza, e questo lo aggiungo io, il beneficio è prossimo allo zero.
Svaniti in un secondo, semmai ce ne fosse stata necessità, i sogni di potersi comodamente allenare nell’angusto spazio di casa dove, anche la necessità di avere un ambiente idoneamente ossigenato, non è rispettata. Non per tutto basta il pensiero, alle volte occorre tirarsi su le maniche e darsi da fare sul serio, se si desidera raggiungere un obiettivo concreto ed importante.
A proposito di obiettivi concreti ed importanti, e scusandomi se salto di palo in frasca, qualche settimana fa mi trovavo in autobus, diretto presso la sede universitaria dove insegno. Di fronte a me due studentesse che, dai discorsi sugli esami di cui parlavano, era evidente appartenessero al corso di laurea in Scienze Motorie. Nascoste entrambe dietro un paio di occhiali da sole giganti, di quelli che coprono il viso più o meno con la stessa efficacia di un burqa, commentavano la loro situazione accademica.
Una delle due appariva sofferente all’idea dei dover studiare ben 2 mesi, per sostenere l’esame di anatomia. “Ma noooooo – la redarguiva prontamente la collega – fai come me, studiati bene le articolazioni ed un solo muscolo, tanto la professoressa chiede solo quelle! Io ho studiato una settimana ed ho superato l’esame, i miei come premio mi hanno anche regalato un paio di stivali!”.
Non sono ovviamente rimasto scioccato dall’incontro. Non ho l’età per fare il bacchettone o il moralista, anche se le due studentesse rappresentavano lo stereotipo classico della sitcom nonsense [Confesso, avevo scritto “lo stereotipo classico dell’idiozia”, ma non volevo essere offensivo ed ho sostituito con “sitcom nonsense”, N.d.A.], qualcosa che non si può descrivere in un editoriale, ma che tuttavia è certamente molto molto diffusa.
Coincidenza il giorno seguente, durante la lezione, salta fuori il discorso di come il mercato del lavoro sia selettivo, di quanto sia difficile iniziare, dello sconforto di fronte a chi lavora senza avere un titolo di studio adeguato, della frustrazione di sentirsi laureati di serie B. Allora ho raccontato agli studenti il siparietto cui avevo assistito il giorno prima. L’ovvia conclusione è che, anche nel campo dello studio, il pensiero non basta, e la furbizia è del tutto inutile, non solo si ritorce contro chi crede di esserlo, ma alla lunga finisce col devastare tutti gli appartenenti alla categoria.
In contesti importanti, tutte le volte che crediamo di aver fregato “il sistema”, scopriremo a nostre spese di essere rimasti fregati!





