Gli 'esperti' analfabeti del fitness!
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Gli 'esperti' analfabeti del fitness!

Ritenersi esperti è la prima ragione per la quale non lo si diventa. Persone che non leggono, che quando leggono non capiscono, ma che pretendono ugualmente di fornire soluzioni a problemi dei quali non comprendono la complessità

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Gli 'esperti' analfabeti del fitness!

Più mi guardo intorno più ho la percezione di trovarmi all'anno zero delle competenze. Secoli fa la possibilità di fare ricerca, e ancor di più di confrontare i dati raccolti in modo da procedere verso una evoluzione scientifica, era un limite concreto e il principale freno alla conoscenza. Oggi che le informazioni possono viaggiare da un capo all'altro del mondo, che ciascuno con un PC e una connessione ha gli strumenti per informarsi, verificare la veridicità e la correttezza di una teoria, fare egli stesso ricerca divulgandone i risultati, il limite è divenuto l'egocentrico desiderio di far prevalere le proprie posizioni a qualunque costo, in un'ottica fideista che esula dalle verità oggettive e preferisce appellarsi alle congetture e agli errori che, ovviamente, sempre e solo gli altri commettono.

Tutti desiderosi di manifestare la propria presunta competenza in un'affannosa ricerca verso l'approvazione, la visibilità immediata, mossi dal desiderio di generare scalpore più che dalla voglia di ricercare una verità scientifica. Nessun settore è risparmiato, e naturalmente quello del fitness che già da prima manifestava il suo essere claudicante, ne esce ulteriormente devastato.

Orde di esperti che confondono, senza neppure sapere cosa sia, l'impact factor con il numero dei like, e se già il primo è da sempre stato un metro di misura limitante, figuriamoci il secondo. Tanto più in un Paese come il nostro dove il tasso di analfabeti funzionali (e probabilmente non solo funzionali) sembra essere ai primi posti, e si abbraccia o si divulga una teoria con la stessa ratio con la quale si tifa per questa o quell'altra squadra di calcio. Persone che non leggono, che quando leggono non capiscono, ma che pretendono ugualmente di fornire soluzioni a problemi dei quali ignorano la complessità. Quella che era la competenza e la conoscenza che nei secoli passati ci ha contraddistinto, ha ormai lasciato il passo al becero nozionismo.

Ritenersi esperti è la prima ragione per la quale non lo si diventa. Lo studio sembra essere un elemento secondario, e i titoli che lo attestano perdono il già vacillante valore, generalmente sventolati con maggior furore proprio da coloro i quali con minor merito li hanno conseguiti. Lo utilizzano come un feticcio, come uno scudo buono a rimarcare il "lei non sa chi sono io" cui siamo per imprinting orientati. Mentre il resto del mondo evolve e cresce, crea database di informazioni e affida agli algoritmi perfino procedure legate alla diagnosi medica, qui da noi si invoca il protezionismo di nuovi ordini professionali, non certo per il reale desiderio di tutela dei terzi, ma come collaudata modalità per mettere fuori gioco ogni possibile concorrente.

Siamo lanciati in un tutti contro tutti dove ci si affanna a fare proseliti pescando nei bassifondi della mediocrità, perchè alla fine ci si accontenta di essere leader anche dei reietti pur di sentirsi leader (e quindi al di sopra) di qualcuno.

L'altrui successo è sempre visto con malsana diffidenza, intendendo per successo un traguardo di natura sportiva, un risultato estetico o funzionale, così come il possesso di reali competenze frutto evidentemente di un imprescindibile impegno. Si ignora totalmente che dietro i risultati e i successi personali, si nascondono problemi maggiori di quelli che molti vorrebbero anche solo immaginare, figuriamoci gestire. Chi non è disposto ad affrontarli può rifugiarsi nella critica, che poi è la principale modalità usata dai mediocri per palesare i propri limiti. Il piagnisteo usato per anestetizzare la frustrazione e nascondere la propria incapacità.

A complicare una situazione già alla deriva ci si mette l'estremizzazione del politically correct che in Italia fa segnare limiti di assurda ipocrisia e non solo non risolve i problemi ma li amplifica e ribalta i ruoli, non ci sono più quindi i perfetti incapaci dalle teorie folli, ma persone con un punto di vista differente, non ci sono i furbetti desiderosi di saltare le tappe, ma quelli diversamente capaci che invece devono essere sostenuti. Si pensa davvero di poter risolvere ogni cosa rendendola disgustosamente edulcorata.

Peccato, perchè proprio chi vive di sport e nello sport dovrebbe sapere che ogni disciplina ha le sue regole, e che a queste non vi sono deroghe. Non esiste un diversamente campione, o un recordman sui 100 metri che ha deciso di cronometrare se stesso in modo differente rispetto agli altri corridori in gara. Chi conosce e ama l'ambiente comprende che non si può limitare l'accesso ad una competizione a qualcuno per il timore di essere battuti, e che quest'eventualità può essere fugata solo da un allenamento più serio, da un impegno più duro. L'allenamento stesso rappresenta un trofeo, un risultato, la capacità di fare, e questo vale a prescindere dal proprio piazzamento, dalla propria posizione rispetto agli altri.

Scienza e MovimentoEditoriale apparso sul numero 08 della rivista Scienza e Movimento, se non sei abbonato e vuoi ricevere la rivista o saperne di più clicca qui