Postura e stazione eretta
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Postura e stazione eretta

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Postura e stazione eretta

Nelle pagine precedenti, abbiamo esposto le tesi dei diversi autori in merito alla postura e alla stazione eretta. Abbiamo definito quali siano i limiti e i termini per definire la postura e, partendo dai diversi punti di vista scientifico-culturali, siamo arrivati ad asserire che non esiste una postura "corretta". La postura di un individuo è costituita da una serie atteggiamenti posturali che si integrano per creare un'identità di base (sfondo), dove si inseriscono tutte le figure motorie che permettono di elaborare la risposta statica, in funzione alla stazione eretta e dinamica, in relazione al movimento volontario e al contesto dove si manifesta. Usando le parole di Souchard, abbiamo definito che ogni essere umano ha una sua postura in quanto essere unico e singolare, e la dinamica posturale si costituisce per meccanismi riflessi e integrati seguendo la tesi di Pavlov.

In questo capitolo discuteremo di postura in relazione alle funzioni integrate che la regolano, siano di origine riflessa o volontaria. Per descrivere quali siano i meccanismi che definiscono lo "stare" nello spazio, considereremo la postura in merito alla stazione eretta, per indagare quali siano i meccanismi integrati che fanno sì che essa possa essere mantenuta nel tempo e possa occupare uno spazio senza modificarsi.

 Nel 1978 Well e Luttgens definirono la stazione eretta come la condizione psicofisica che implica "l'estensione delle articolazioni che sostengono il peso non accompagnate da tensioni, flessibilità delle strutture delle articolazioni, buona coordinazione, consapevolezza cinestetica, facilitazioni delle funzioni organiche, minimo consumo di ossigeno"20. Le condizioni che questi autori definiscono sono funzioni integrate. Il nostro organismo modula la stazione eretta e la postura facendo in modo di assolvere a tutte le condizioni elencate. Se una di queste condizioni è compromessa, la postura è deficitaria e la possibilità di entrare in ambito della patologia è maggiore quanto maggiore è il numero delle funzioni integrate compromesse. Considerando singolarmente tutte le condizioni, gli autori definirono degli aspetti che non vengono ancora oggi presi in considerazione nella clinica terapeutica: mi riferisco alle facilitazioni delle funzioni organiche in merito alla dinamica respiratoria, al sistema digerente, all'organizzazione delle funzioni riflesse in generale e al consumo di ossigeno. Il consumo di ossigeno è un parametro di notevole interesse per indagare sullo stato di tensione muscolare presente nella stazione statica e dinamica; esso è in relazione allo sforzo e al livello di tensione che un muscolo produce nella sua contrazione. La gestione delle forze antigravitarie è in relazione al tono muscolare. Indagheremo di seguito come il tono muscolare si organizza, e differenzieremo la meccanica contrattile dei muscoli deputati a mantenere la postura eretta. Un muscolo può sviluppare tensione muscolare sia attraverso la sua rigida contrazione isometrica che attraverso la contrazione fasica. Se una postura è frutto di contrazioni isometriche, essa sarà rigida e comprometterà il movimento volontario e le funzioni riflesse. Se è frutto invece di una dinamica tonico-fasica, essa sarà pronta a modificarsi alle richieste dell'ambiente. Basti pensare, a questo proposito, al tono muscolare di un atleta che si presta a eseguire un salto in alto e contemporaneamente a quella di un uomo irrigidito di fronte a una situazione di paura o imbarazzo. Usando le parole di Tribastone, "Un muscolo che lavora abitualmente in contrazione isometrica o statica con movimenti lenti e di poca ampiezza, nel tempo aumenta il volume del suo sarcoplasma. Ciò perché il muscolo deve assumere glicogeno direttamente dal suo sarcoplasma, non potendoli assumere dalla corrente circolatoria perchè la contrazione determina uno schiacciamento occlusorio del sistema vascolare. Ne deriva che il muscolo, pur non aumentando di molto il suo volume, ha invece incrementato di molto la sua potenza. Viceversa un muscolo che lavora invece in contrazione isotonica o dinamica con movimenti rapidi e di ampia escursione, si impoverisce del suo patrimonio sarcoplasmatico e la sua mancata viscosità sviluppa elasticità e rapidità" 21. Sono questi gli aspetti che in clinica terapeutica prenderemo in considerazione per definire i termini e le modalità dell'intervento. È fondamentale che questi argomenti siano chiari e rappresentino il materiale di base per il kinesiologo.

Prima di arrivare a conclusioni affrettate per risolvere simili quesiti, risulta importante definire la meccanica della contrazione muscolare e il reclutamento energetico per espletarla: discuteremo in merito alle diverse possibilità di contrazione che i diversi tipi di fibre muscolari sono in grado di eseguire per definire la dinamica dell'instaurarsi del tono muscolare di base.