Analisi della tecnica passivattiva
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Analisi della tecnica passivattiva

Analisi teorica e per immagini del trattamento mediante l'impiego della tecnica passivattiva.

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Il primo step della tecnica passivattiva è quello di riscaldare la zona da trattare, ovvero di ottenere un buon warm-up mio-fasciale, sfruttando così la sua proprietà tixotropica - diminuzione della viscosità indotta da un'azione meccanica - con lo scopo di ottenere il primo grado di rilascio prima del lavoro profondo. Si inizia dunque con l'eseguire sulla zona interessata la manualità stroke, sfioramenti leggeri con il palmo della mano o di avambraccio. Questa manualità lavorando nel senso dello sviluppo della forza muscolare non è di scollamento, ma di preparazione ad esso in quando va a stirare, ad appiattire le grinze formatesi sui fogli fasciali e ad ordinare longitudinalmente le fibre di collagene che si sono aggrovigliate durante l'accorciamento nella fase di adattamento a seguito di una situazione di stress meccanico o nervoso.

Questa fase di iniziale di scioglimento mio-fasciale, si caratterizza per la lentezza e la poca pressione applicata durante la manualità, è utile all'operatore per testare la zona interessata del corpo dell'atleta con lo scopo di trarre il maggior numero di informazioni per definire l'approccio e quali manualità siano più indicate/mirate per il proseguo del trattamento.

Come dice bene Erik Dalton, uno dei più stimati bodyworkers "…la palpazione è l'arte per ottenere informazioni." A fronte di ciò le stroke superficiali che all'inizio del trattamento si eseguono per riscaldare, ammorbidire e rilasciare la muscolatura, divengono la prima fonte di informazione diretta sul campo. Questa lentezza e accuratezza nella manualità permette ai nostri sensori digitali e cutanei - meccanocettori tattili - di essere nella miglior condizione di sensibilità per farci rilevare e conoscere la condizione mio-fasciale dell'atleta; ciò verrebbe vanificato se la tecnica fosse applicata con un'azione veloce e brusca. Così facendo l'operatore otterrà gran parte delle info utili per mettere a punto la strategia più efficace da eseguire sull'atleta.

Per completare il quadro informativo, si tenga presente che ogni muscolo è parte di un compartimento articolare, e che quindi risulta utile testare il ROM, sia passivo che attivo, per evidenziarne eventuali impedimenti, dolore o di quant'altro poco fisiologico nel movimento articolare, causato da aderenze e tensioni indotte dal muscolo stesso o dai muscoli adiacenti. Dopo la manualità di stroke si esegue sul muscolo quella più incisiva di stripping, con lo scopo di cominciare a rompere/rilasciare le aderenze fasciali superficiali. Questa tecnica è più un vero sfregamento profondo che non uno sfioramento, una sorta di stretching passivo intenso e di breve durata. Da questo momento in poi dato che le manualità saranno applicate con pressioni importanti, è fondamentale che tutte le tecniche di scollamento mio-fasciale profondo vengano eseguite con la messa o in tensione - stretch - o in torsione - spin stretch - oppure tramite una contrazione variabile dei muscoli da trattare. Questa condizione è applicata sia passivamente dall'operatore, che dall'atleta che attiva il muscolo contraendolo isometricamente (fig.9).

È essenziale questo modo di procedere per due motivi: il primo è quello di allungare le fibre e i fasci muscolari-fasciali nel fisiologico verso lo sviluppo della forza-lavoro; il secondo è di prevenzione, visto l'utilizzo di pressioni decise sul ventre muscolare o sull'inserzione miotendinea in condizioni di scarico-relax, possano risultare dannose oltre che molto dolorose per l'atleta. Per cui come già descritto per una maggior efficacia della tecnica passivattiva, in base alla struttura e alla posizione anatomica del muscolo da trattare, non limitare il lavoro di scollamento ad una determinata fissa posizione, ma applicare le manualità mentre il muscolo è in movimento attivato da una graduale contrazione o dall'azione di stretching. Nel caso che per diversi motivi non si possa applicare la tecnica dinamicamente, per impedimento biomeccanico o per dolore, trattare il muscolo variando quanto più possibile l'angolazione dell'articolazione associata (fig.10).

Scollamento Miofasciale

Pare ancor più chiaro ora il motivo per il quale bisogna mantenere una certa lentezza durante l'esecuzione di tali manualità profonde. La velocità riduce la nostra sensibilità tattile, inoltre risulta poi difficile poter interrompere immediatamente l'esecuzione in caso di problemi e, cosa alquanto sgradevole, può evidenziare un certo fare sbrigativo nei confronti dell'atleta. Per scollare le aderenze tra muscolo/muscolo e muscolo/fascia, si hanno a disposizione diversi personali tool -utensili -a secondo del tipo di lavoro più o meno profondo da eseguire o in base alla struttura anatomica dei muscoli da trattare. A seguire alcuni esempi di quelli maggiormente impiegati. Notare ancora una volta come per una maggior efficacia della tecnica passivattiva si inizi sempre con le manualità di stroke per il riscaldamento e la percezione/rilevazione tattile dell'area da trattare che viavia diventano sempre più profonde (fig.11 stroke con il palmo della mano e avambraccio).

Scollamento Miofasciale

Pollici, dita e nocche sono generalmente ottimi tool per lo scollamento dei tendini, come in questo caso per gli estensori delle dita dei piedi. Si esegue uno smile, tecnica di sfioramento profondo curvilinea (fig.12 -13).

Scollamento Miofasciale

Tecnica che risulta molto efficace per atleti che fanno uso di scarpette strette (velocisti, calciatori, pattinatori, climbers etc.).
L'utilizzo delle nocche serve ad incrementare la pressione/forza rispetto alle dita e ai pollici quando richiesta dalla tecnica. Per esempio nel trattare i muscoli Peronieri e Tibiali (fig.14) se il lavoro deve essere profondo (ultima foto) l'uso delle nocche risparmia all'operatore un eccessivo stress articolare per le ultime falangi delle dita.

Scollamento Miofasciale

L'uso dell'avambraccio, del pugno o del gomito diviene necessario per la tipologia anatomica di taluni muscoli da trattare o quando si ha necessità di eseguire un lavoro profondo, che non vuol dire doloroso ma più efficace e risolutivo - non nel senso di sbrigativo -.

In fig.15 vediamo un'applicazione della tecnica passivattiva per scollare il tratto Ileotibiale del muscolo Tensore della Fascia Lata dal sottostante muscolo Vasto Laterale. L'uso del pugno e dell'avambraccio per lo stripping, con il successivo profondo scollamento con l'uso del gomito ed infine la messa in evidenza del TFL con la tecnica twist&roll, un insieme di torsioni-rotazioni-elevazion-frizioni per mobilizzare ogni singolo muscolo liberato da tensioni e aderenze.

Scollamento Miofasciale

Per la miglior efficacia nel raggiungere lo scopo di quest'ultima manualità di scollamento, è ancor più importante visualizzare nella nostra mente l'azione di rilascio mio-fasciale, che le dita, le nocche o altro tool esercitano sui bordi del muscolo o per l'area fasciale che stiamo trattando.

L'utilizzo dei pollici e del gomito per lo scollamento dei muscoli Ischicrurali, finalizzata dalla tecnica di twist&roll per il muscolo Bicipite femorale. Una volta ottenuto un buon grado di rilascio mio-fasciale con la messa in risalto del muscolo, si procede con manualità di Massaggio Traverso Profondo -MTP -per i muscoli di grossa massa con lo scopo di riallineare le fibre muscolari e fasciali nel senso della linea di forza.

Lo scopo della tecnica twist&roll, da preferirsi per i muscoli di media/piccola taglia, è di mettere in evidenza il muscolo in tutta la sua lunghezza: origine, ventre, inserzione mio-tendinea e sul periostio per quanto la struttura anatomica ci concede di eseguire. Questo tipo di lavoro serve, oltre che per il riallineamento delle fibre mio-fasciali, per rilasciare il muscolo dalle profonde aderenze così da poter essere libero di scivolare tra i tessuti profondi e le ossa, completando l'iniziale opera di scollamento superficiale. Questo è dunque il vero obbiettivo della tecnica passivattiva:

ripristinare l'indipendenza e il completo ROM di escursione mio-fasciale, ribilanciare le tensioni articolari per poter erogare al meglio la forza-lavoro durante il gesto atletico o la prestazione sportiva.