Sport? Più sani e.... più ricchi!
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Sport? Più sani e.... più ricchi!

Traducendo in termini economici l'importanza della prevenzione cardiovascolare molti studi hanno evidenziato l'enorme risparmio per le casse pubbliche se si svolgesse più attività sportiva

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Sport? Più sani e.... più ricchi!

Nei soggetti sedentari il rischio di malattia coronarica è 1,9 superiore rispetto ai soggetti fisicamente allenati, con costi sanitari drasticamente maggiori.
Inoltre, è stato calcolato che la sedentarietà è responsabile di circa 250.000 morti premature ogni anno, che si traducono in costi pari a 1.000 miliardi di dollari statunitensi. Se il 10% dei soggetti adulti sedentari di età compresa tra i 35 e i 74 anni, di entrambi i sessi, iniziassero a camminare per almeno un’ora tutti i giorni, i costi annuali della spesa sanitaria per la malattia coronarica si ridurrebbero di 5,6 miliardi di dollari.

I pochi studi di economia sanitaria pubblicati nei cardiopatici sottoposti a training fisico sono concordi nel dimostrare una riduzione della spesa sanitaria a fronte di una riduzione dei ricoveri ospedalieri e di una serie di adattamenti e benefici clinici.
Nel 1991 uno studio randomizzato ha riportato, in un programma di cardiologia riabilitativa della durata di otto settimane in pazienti con cardiopatia ischemica post-infartuale, un rapporto costo/efficacia (C/E) di 21.800 dollari per anno di vita salvato. In altri studi non randomizzati il rapporto C/E variava tra 900 dollari per un programma basato sul counseling, a 4.950 dollari per un programma basato sul training fisico. In uno studio recente il costo di un programma supervisionato in palestra è stato di 605 dollari a paziente per il primo anno e di 367 dollari per ogni anno successivo.
Un programma non supervisionato domiciliare presentava costi nettamente inferiori, pari a 311 e 73 dollari rispettivamente. Il programma supervisionato aveva un rapporto C/E, per anno di vita salvato, lievemente superiore rispetto a quello non supervisionato (15.000 e 12.000 dollari rispettivamente). Sia il programma supervisionato che quello non supervisionato avevano un rapporto C/E maggiore nei soggetti che non presentavano malattia coronarica (43.000 e 12.000 rispettivamente).

Tali risultati sono stati confermati in una metanalisi nella quale sono stati analizzati studi condotti su pazienti sottoposti a programmi di prevenzionesecondaria dopo infarto miocardico. Tali programmi comprendevano non soltanto il training fisico, ma anche l’intervento nutrizionale e il supporto psicologico. I risultati hanno indicato un rapporto C/E migliore rispetto a quello del training fisico isolato.
Uno studio randomizzato sul rapporto C/E nei pazienti con scompenso cardiaco cronico è stato invece condotto su pazienti con cardiopatia ischemica o con cardiomiopatia dilatativa idiopatica. Essi sono stati sottoposti ad un programma di training fisico supervisionato in due fasi: tre volte alla settimana per otto settimane in ospedale e due volte a settimana per dodici mesi a domicilio, con controlli periodici in ambiente ospedaliero. Il rapporto C/E per anno di vita salvato è stato di 3.227 dollari nella prima fase, mentre è sceso a 1.773 dollari nella seconda. L’intervento riabilitativo plurifattoriale ha dimostrato un rapporto C/E più favorevole del training isolato nella prevenzione secondaria.

Le barriere principali per cui non si pratica attività sportiva sono:

  • Mancanza di tempo (40,6%)
  • Mancanza di interesse (29,7%)
  • Età (24,7%)
  • Stanchezza e pigrizia (13,5%)

Meno importanti sono invece altre motivazioni tra cui ragioni economiche (5,3%) o la carenza di impianti sportivi (4%). La mancanza di tempo costituisce un fattore limitante soprattutto tra gli occupati (73,3%) e in particolare tra i dirigenti-imprenditori-liberi professionisti (79,6%).

Un recente censimento del Gruppo Italiano di Cardiologia Riabilitativa e Preventiva, ha evidenziato che in Italia solo una minoranza di pazienti viene sottoposta a programmi di prevenzione secondaria dopo un infarto miocardico. Pur essendo molteplici le motivazioni che impediscono lo sviluppo dei programmi di prevenzione secondaria, appare prioritario intervenire sulla formazione del futuro medico e cardiologo, inserendo nel programma universitario e nei corsi di specializzazione lo studio della prevenzione secondaria e l’applicazione clinica della terapia fisica.