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Il benessere fisico, psichico e sociale
Il benessere nelle sue definizioni tradizionali, il benessere fisico, il benessere psichico, il benessere sociale.
Benessere piscologico
L’immagine del triangolo ci aiuta a comprendere la sorprendente evoluzione concettuale: un lato “diminuito” – per esempio quello fisico - può essere compensato dagli altri due - mentale e sociale - ottenendo il ripristino dell’equilibrio perduto. Inoltre la figura del triangolo equilatero è piuttosto ricorrente nel fitness e viene utilizzata per sottolineare l’importanza dell’equilibrio tra l’allenamento, l’alimentazione ed il riposo.

Studiare il benessere: diverse direzioni di ricerca
Una salda conoscenza dei bisogni inclina a ricondurre ogni assenso o diniego al benessere del corpo ed alla piena serenità dell’animo, poiché questo è il fine della vita felice. A questo punto noi rivolgiamo ogni nostra azione per allontanarci dalla sofferenza e dall’apprensione
.
È una definizione Epicurea della qualità della vita che mira a riconoscere una vita felice in una attiva ricerca di una vita priva di sofferenze e di ansie (uniroma.it, Salute nel corso di vita).
Sebbene molto antica - risale al IV secolo avanti Cristo - questa visione del problema la ritroviamo in parte nelle definizioni scientifiche date in seguito.
- Il benessere soggettivo: nasce dalla diffusa insoddisfazione per la definizione oggettivista di stampo medico della qualità della vita e definisce questa componente dell’esperienza individuale come la componente positiva dell’esperienza emozionale e la presenza di sentimenti di soddisfazione nei confronti della propria vita.
- Il benessere psicologico: nasce dal tentativo di superare le prospettive unidimensionali che identificano il benessere come assenza di malessere. Il benessere viene inteso come “funzionamento psicologico ottimale” (3) o “salute mentale Positiva”(4) (Ryff, 1989).
- Il benessere sociale: nasce dall’insoddisfazione per una visione individuale del benessere. Si riferisce alla qualità delle relazioni dell’individuo nella sua comunità (Keyes, 1998).
Inizialmente il concetto di qualità della vita è stato legato a dati oggettivamente rilevabili, a dimensioni socio-mediche che potevano essere studiate senza l’introduzione di variabili aleatorie.
Diventano quindi indicatori fondamentali della qualità della vita - intorno agli anni ’70 - il reddito, il ceto sociale, il ruolo occupato nella società.
La qualità della vita viene intesa come la qualità e la quantità dei servizi a cui il proprio stato dava accesso. Era una misurazione del “potere sociale” puramente quantitativa; non teneva conto, infatti, del lato qualitativo soggettivo. Questo aspetto comportava che se da una parte i dati necessari per la computazione della qualità della vita erano di facile reperimento e di facile confronto, dall’altra parte si veniva a perdere tutto il lato non oggettivo della vita della persona.
La fascia di età, lo stato civile, il lavoro, il pensionamento, le condizioni di salute sono però fattori che modificano le aspettative, le aspirazioni, le attese, e con queste si modifica anche la soddisfazione per quello che abbiamo. Si ritorna quindi alla definizione epicurea vista precedentemente, dal momento che abbiamo una qualità della vita che cambia con il procedere della persona attraverso le varie fasi della vita stessa, sia nella dimensione oggettiva che nella lettura soggettiva del benessere dell’individuo.
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(3) È un tipo particolare di motivazione endogena, chiamato anche “flow” o flusso di coscienza (Massimini F. et al., 1996).
(4) Comprende: avere una buona immagine di sé ed una buona autostima; essere capaci di mantenere relazioni non superficiali con un ampio spettro di persone; rispettare gli altri; essere capaci di affrontare e di gestire le più comuni fonti di stress senza gravi o prolungate disfunzioni; riuscire a trovare soluzioni realistiche e creative ai problemi; impegnarsi in attività costruttive; usare i doni e i talenti personali per migliorare se stessi ed essere utili agli altri; resistere a pressioni commerciali e sociali verso comportamenti ad alto rischio; analizzare criticamente le informazioni e arrivare a giudizi fondati (WHO –Carta di Ottawa-, 1986; Morosini P., 2001)








