ICF: un modello biopsicosociale
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ICF: un modello biopsicosociale

La classificazione ICF ha come riferimento il modello Bio-Psico-Sociale, superando la classificazione ICD che ha un'impostazione di tipo causale focalizzata sull'aspetto eziologico

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ICF: un modello biopsicosociale

A partire dalla seconda metà del secolo scorso l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato differenti strumenti di classificazione inerenti l'osservazione e l'analisi delle patologie organiche, psichiche ecomportamentali delle popolazioni, al fine di migliorare la qualità della diagnosi di tali patologie.

La prima classificazione elaborata dall'OMS, "La Classificazione Internazionale delle malattie" (ICD: International Classification Diseases, 1970) risponde all'esigenza di cogliere la causa delle patologie, fornendo per ogni sindrome e disturbo una descrizione delle principali caratteristiche cliniche ed indicazioni diagnostiche.

L'ICD si delinea quindi come una classificazione causale, focalizzando l'attenzione sull'aspetto eziologico della patologia. Le diagnosi delle malattie vengono tradotte in codici numerici che rendono possibile lamemorizzazione, la ricerca e l'analisi dei dati. (OMS, ICD10, Decima Revisione della Classificazione Internazionale delle sindromi e dei disturbi psichici e comportamentali, 1992)

Eziologia → Patologia → Manifestazione clinica

L'ICD rivela ben presto vari limiti di applicazione e ciò induce l'OMS ad elaborare un nuovo manuale di classificazione, in grado di focalizzare l'attenzione non solo sulla causa delle patologie, ma anche sulle loroconseguenze: "La Classificazione Internazionale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap" (ICIDH, International Classification of Impairment, Disabilities and Handicaps, 1980).

L'ICIDH non coglie solo la causa della patologia, ma l'importanza e l'influenza che il contesto ambientale esercita sullo stato di salute dell'individuo. Con l'ICIDH non si parte più dal concetto di malattia intesocome menomazione, ma dal concetto di salute, inteso come benessere fisico, mentale, relazionale e sociale che riguarda l'individuo, la sua globalità e l'interazione con l'ambiente (OMS, 1980)

L'OMS dichiara l'importanza di utilizzare l'ICD (in Italia si fa riferimento alla versione 10 del 1992) e l'ICIDH in modo complementare, in quanto i dati eziologici vengono integrati dall'analisi dell'impatto chequella patologia può avere sull'individuo e sul contesto ambientale in cui è inserito.

L'ICIDH è caratterizzato da tre componenti fondamentali, attraverso le quali vengono analizzate e valutate le conseguenze delle malattie:

  1. Menomazione (impairment) come danno organico e/o funzionale
  2. Disabilità (disability) come perdita di capacità operative subentrate nella persona a causa della menomazione
  3. Svantaggio (handicap) come difficoltà che l'individuo incontra nell'ambiente circostante a causa della menomazione
Disease → Impairment → Disability → Handicap

"La Classificazione Internazionale del funzionamento e delle disabilità" (OMS, ICIDH2, International Classification of Impairment, Disabilities and Handicaps, Bozza,1996), rappresenta l'embrione del modelloconcettuale che sarà sviluppato nell'ultima classificazione dell'OMS: "La Classificazione Internazionale del funzionamento, disabilità e salute" (OMS, ICF, International Classification of Functioning, 2001).

L'ICF: un modello biopsicosociale

La Convenzione Onu del 2007 definisce le persone con disabilità

quanti hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianzacon gli altri (ONU, 2006)

Secondo il Modello Bio-Psico-Sociale, sviluppato da Engel1 alla fine degli anni '70, per poter risolvere una malattia o qualsiasi altro tipo di disagio è necessario occuparsi non solo degli aspetti biologici ma anche di quelli psicologici, familiari e sociali dell'individuo.

Alla luce del modello biopsicosociale il problema di dare adeguate definizioni alle condizioni di salute, con le loro conseguenze a livello di rappresentazioni individuali e sociali, e di interventi preventivi, medicoclinicie psicologici, si pone in particolare nel caso delle disabilità, oggi sempre più frequenti e diffuse nelle più varie fasce di età e cariche di conseguenze a lungo termine non solo sul benessere fisico e psicologico,ma anche sull'integrazione sociale degli individui che con esse convivono.

Grazie alla progressiva affermazione del modello biopsicosociale (quanto meno a livello teorico), la definizione e la classificazione delle disabilità hanno subito un articolato processo di revisione: si è passati dal definire ladisabilità una deviazione dalla normalità (modello causale bio-medico), al considerarla una variazione del funzionamento umano, che origina dall'interazione tra caratteristiche intrinseche dell'individuo ecaratteristiche dell'ambiente fisico e sociale.

Le interazioni ambientali, ad esempio, possono agire da barriere o da facilitatori per la persona e quindi "educare l'ambiente" diventa importante quanto un piano di riabilitazione. Adattare l'ambiente alle necessità di unbambino con disabilità vuol dire non solo supportare la sua qualità di vita, ma anche quella della sua famiglia.

Ai fini diagnostici e classificatori è fondamentale valutare come una persona "funziona" nella vita quotidiana, come riesce a soddisfare le proprie esigenze fondamentali, a perseguire i propri obiettivi, a godere diuna qualità di vita che, indipendentemente dalle considerazioni oggettive e dalle condizioni strettamente organiche, la persona stessa reputa adeguata e soddisfacente.

All'elaborazione della classificazione basata sull'ICF hanno partecipato 192 governi che compongono l'Assemblea Mondiale della Sanità, tra cui l'Italia, che ha offerto un significativo contributo tramite una retecollaborativa informale denominata Disability Italian Network (DIN), costituita da 25 centri dislocati sul territorio nazionale e coordinata dall'Agenzia Regionale della Sanità del Friuli Venezia Giulia. Scopoprincipale del DIN risulta essere la diffusione degli strumenti elaborati dall'OMS e la formazione di operatori che si occupano di inserimento lavorativo dei diversamente abili, in collaborazione con il Ministero dellavoro e delle politiche sociali.

Si è passati quindi negli ultimi venti anni dalla dizione "portatore di handicap" alla definizione di "soggetto in situazione di handicap". Spesso la situazione di handicap non è l'effetto di una menomazione, ma la conseguenza di condizioni sociali inadeguate che impediscono la possibile compensazione di una disabilità.

L'analisi delle varie dimensioni esistenziali dell'individuo porta a evidenziare non solo come le persone convivono con la loro patologia, ma anche cosa è possibile fare per migliorare la qualità della loro vita.Secondo l'ICF le informazioni per definire il rapporto tra persona e salute si riferiscono a macroaree denominate:

  • Funzioni e strutture corporee, comprendendo in quest'area i descrittori del corpo, dei suoi sistemi e delle sue parti
  • Attività personali, che considera le diverse limitazioni che una persona subisce nelle proprie attività a causa di una menomazione strutturale o funzionale. In rapporto a questa definizione la persona è sempre abile diversamente
  • Partecipazione sociale, che prende in esame le limitazioni che una persona subisce a causa dell'influenza delle menomazioni, sulle attività e i fattori di integrazione nel contesto. La partecipazione sociale può essere limitata a causa di fattori di natura sociale o per limitazioni personali

L'applicazione universale dell'ICF emerge in quanto la disabilità non viene più considerata un problema di un gruppo minoritario all'interno di una comunità, ma una condizione che riguarda tutti, perché ognuno puòsperimentare, in alcune fasi della propria vita una condizione di salute che, in un contesto ambientale sfavorevole, causa disabilità e quindi un'esperienza che tutti, nell'arco della vita, possono vivere2.

Rendere l'individuo funzionante nel suo ambiente, vuol dire coinvolgere nel processo di integrazione anche la famiglia3.

In quest'ottica la partecipazione della famiglia sottolinea l'importanza del concetto di terapia centrata sulla famiglia (family centered therapy). La prassi terapeutica e rieducativa va programmata insieme ai genitori inrelazione all'ambiente di vita del bambino e le proposte vanno inserite in un contesto di gioco, di autonomia e di attività della vita quotidiana. La tendenza attuale mira a considerare la famiglia in genere, ed in particolare lafamiglia dove è presente un bambino disabile, come un sistema in evoluzione. Questa affermazione è fondamentale per non correre il rischio di giudicare permanente una reazione poco adattiva al momento delladiagnosi, o, al contrario, di considerare il superamento di tale impatto come l'unico ostacolo cui la famiglia con un bambino disabile deve far fronte4.

La prospettiva biopsicosociale, in fase valutativa e in fase di progettazione degli interventi, condiziona fortemente la definizione di "presa in carico integrata". Questa modalità può essere definita come:

l'insieme degli interventi (sanitari, sociali, educativi, di politiche attive del lavoro, del sistema dell'istruzione) e delle condizioni (organizzative e giuridiche) che per l'intero arco della vita della persona con disabilità,garantisca la costante e globale valutazione della persona e del suo funzionamento (inteso come risultato dell'interazione tra persona e ambiente), predisponga le azioni atte a garantirne la massima partecipazione alla vita sociale, economica e culturale e preveda le risorse adeguate organizzando in progetto personalizzato5