Sindrome di Down - problemi relazionali e comportamentali
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Sindrome di Down - problemi relazionali e comportamentali

Le attività cognitive sono il presupposto della vita di relazione e risultato delle percezioni sensoriali. Gli atteggiamenti all'interno della famiglia e le modalità relazionali influenzano la modalità di percepirsi e comportarsi del bambino Down.

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Sindrome di Down - problemi relazionali e comportamentali

La vita relazionale è l'insieme delle attività che permettono di percepire noi stessi e il mondo che ci circonda e di predisporre risposte adeguate agli stimoli che da questo ci pervengono. L'attività nervosa alla base della vita di relazione è, di conseguenza, da considerarsi attività nervosa superiore in quanto essa deve permettere la coscienza di sé, la capacità discriminatoria, la memoria (compresa quella del significato delle immagini, dei suoni e delle parole), la percezione della tridimensionalità dello spazio, degli oggetti e delle loro dimensioni (stereognosia), le attività logico-matematiche, l'elaborazione del linguaggio e la capacità di articolarlo. Tutto questo viene definito attività cognitive, presupposto della vita di relazione e risultato delle percezioni sensoriali e della memoria.

Uno degli aspetti più importanti della vita di relazione, che definisce il livello di integrazione raggiunto, è rappresentato dallo sviluppo affettivo e sociale, ovvero dalla capacità di stabilire rapporti con gli altri.

L'accettazione di soggetti con deficit cognitivi dipende, infatti, dal comportamento sociale che questi attuano anche se, è necessario sottolineare, lo sviluppo delle capacità relazionali è, comunque, in rapporto al livello di autonomia e di sviluppo psichico raggiunto. "Non sarà dunque il ritardo nell'apprendimento della lettura e della scrittura o nell'esecuzione di un compito a determinare il rifiuto nei suoi confronti, ma la causa di un'esclusione sociale sarà un comportamento infantile, onnipotente o aggressivo (1).

Se l'ambiente familiare, scolastico e la rete amicale che frequenta il bambino sono abbastanza stimolanti, questo potrà essere in grado di sviluppare relazioni interpersonali positive. Ciò testimonia che nonostante il bambino non riesca a raggiungere ottime competenze intellettuali potrà però dimostrare di padroneggiare buone competenze interpersonali (ovviamente se proporzionatamente stimolato).

Come accade per lo sviluppo di un qualunque soggetto normodotato anche per i soggetti Down i modelli relazionali e gli atteggiamenti genitoriali costituiscono i primi apprendimenti, le basi su cui si fonda lo sviluppo delle competenze sociali; la famiglia è il luogo delle relazioni dove si strutturano gli stili comunicativi e le dinamiche di socializzazione che saranno utilizzate nei successivi contesti interattivi dove il bambino potrà apprendere nuovi metodi relazionali per gestire meglio i suoi comportamenti riducendo i problemi comportamentali.

La complicazione è che la maggior parte delle volte i genitori dei bambini Down, prendendo atto delle limitate possibilità del figlio, gli consentono di fare e soddisfare tutto ciò che richiede creando così un soggetto non autonomo ma con sentimenti di onnipotenza. Vi sono madri che esibiscono molta difficoltà "nella gestione dei comportamenti problematici, dei rapporti con i propri figli e che esprimono poco affetto nei loro confronti (2).

Intorno ai due anni, il bambino comincia a manifestare i propri desideri. La risposta a questi da parte dei genitori, educatori e riabilita tori costituisce uno strumento funzionale alla crescita dei loro figli in quanto quest'ultimi hanno così la possibilità di cominciare a conoscere e a comprendere i propri limiti, le regole da rispettare e le capacità di contenimento sperimentabili. Nei bambini con sindrome di Down, a causa del ritardo che si verifica nello sviluppo linguistico che compromette l'espressione verbale, questo periodo inizia circa il terzo-quarto anno di età. Purtroppo molti genitori considerando le difficili condizioni in cui si trova il bambino, pensano, sbagliando, che questo necessita di particolare affetto e che per questo motivo non va sgridato o contrariato. Inoltre, genitori e insegnanti, molto spesso, "provano un senso di impotenza a intervenire, di fronte alla paura che il bambino non sia in grado di capire ne di correggere i propri comportamenti provocatori, come se si trattasse di un inevitabile atteggiamento down e quindi legato al ritardo mentale (3).

Questo atteggiamento estremamente permissivo, una volta interiorizzato, viene utilizzato come strumento per ottenere ciò che si desidera e per comportarsi, allo stesso tempo, come meglio crede, coinvolgendo anche chi si mostra più disponibile a soddisfare le sue richieste e chi non lo rimprovera per i comportamenti disfunzionali. Il bambino recepisce, dunque, quali strategie mettere in atto per raggiungere i suoi obiettivi, capendo, inoltre, come certi comportamenti che lui attua non vengono solitamente puniti e non sono permessi ad altri bambini.

Un comportamento problematico molto sviluppato è quello di provocazione per cui il bambino morde, tira i capelli o butta oggetti per terra; se non si stabiliscono dei limiti, delle regole e dei metodi con cui intervenire, il bambino si avvierà verso il suo percorso di crescita in maniera non produttiva, poiché si

consolideranno abilità e comportamenti ritenuti non funzionali nella società.

Ruolo di primaria importanza è assunto dalla comprensione del perché si verifica un comportamento problematico poiché, come afferma E. Carr (4), nella maggior parte dei casi, il problema del comportamento è un messaggio; infatti, l'ostinazione espressa dai bambini Down, sembra avere origine da un deficit espressivo per cui l'incapacità del bambino di esprimersi è all'origine di questo modo insistente e ostinato di comportarsi, cosicché gli attacchi di collera sembrano essere la diretta manifestazione del disagio e della frustrazione provata dal bambino incapace di esprimersi in maniera funzionale. Per questo motivo l'attenzione dei genitori e degli insegnanti deve essere rivolta all'analisi di quali reazioni fanno calmare il comportamento del bambino comprendendo, contemporaneamente, quale sarà lo scopo da raggiungere per l'attuazione di quel comportamento e per chiamare in causa metodi più adeguati alla soddisfazione del bisogno del bambino stesso.

Genitori e insegnanti dovrebbero capire che, se vogliono promuovere il reale sviluppo del bambino, devono incoraggiare lo sviluppo dell'autonomia, tramite interventi educativi basati sulla ricompensa e la negazione per i comportamenti funzionali attuati e non attraverso atteggiamenti troppo permissivi o, ancora, attraverso l'iperprotezionismo, che, di fatto, blocca il raggiungimento dell'autonomia e fa sviluppare comportamenti disfunzionali, che vengono strumentalizzati dal bambino per raggiungere in modo rapido i propri obiettivi. "Non esiste una crescita psicologica ne apprendimento senza impegno, senza fallimenti seguiti da successi, senza tentativi ripetuti e senza errori che si possono correggere (5). Il bambino deve essere incoraggiato nei suoi fallimenti, gratificato per le conquiste e se necessario rimproverato quando mette in atto determinati comportamenti.

Da uno studio condotto a Manchester nel 1973, i comportamenti problematici nei bambini Down si realizzano in presenza di un livello evolutivo deficitario con particolare riferimento all'area della comprensione verbale e bassi livelli di quoziente intellettivo, quindi, con l'aggravarsi del ritardo mentale. "È del tutto ovvio infatti che l'autonomia nel gioco e nelle relazioni si sviluppi di pari passo con la maturazione evolutiva e che per giocare con gli altri, il bambino abbia bisogno di una certa comprensione sia intellettiva sia linguistica che gli consente di seguire le regole e capire le conversazioni (6).

Gli atteggiamenti verificati all'interno della famiglia e le modalità relazionali influenzano la modalità di percepirsi e comportarsi del bambino Down. "Dove ci sono problemi di comportamento è anche probabile ci siano delle difficili o mediocri relazioni con le sorelle, i fratelli e gli amici; è probabile anche che le relazioni all'interno della famiglia siano difficili o mediocri (7).

Il livello di integrazione raggiunto è misurabile dalla tipologia di attività e relazioni che il bambino è in grado di mantenere. I rapporti dei bambini con i loro pari influenzano direttamente il loro benessere generale, forniscono un'occasione per apprendere e mettere in pratica le abilità interpersonali e possono instaurare modelli duraturi di relazione con gli altri. Per considerarsi integrato, un soggetto deve essere, però, partecipe attivo nella vita comune. Per questo motivo la capacità di autonomia e il rispetto delle regole di un comportamento socialmente maturo sono "indispensabili per un reale inserimento nella scuola e nel mondo del lavoro, ma soprattutto per fornire una sicurezza e una stima di sé e delle proprie capacità senza le quali una vita insieme agli altri può essere difficile e improbabile (8).

Il consolidamento delle abilità sociali prevede l'utilizzo di competenze emozionali piuttosto che di competenze intellettuali. Il problema è che "sentimenti di in accettazione, di insicurezza e dipendenza, di inadeguatezza, rendono particolarmente difficile e frustrante l'ingresso a scuola, dove i legami affettivi, diventano secondari rispetto ad obiettivi di apprendimento e rendimento. Facilmente relazioni improntate alla competizione tra i coetanei, determinano l'esclusione e la ridicolizzazione di chi non è in grado di adeguarsi (9). L'ingresso a scuola costituisce, di conseguenza, per il bambino, la sua famiglia e anche per l'insegnante un momento caratterizzato da emozioni come l'ansia, la paura e l'angoscia.

Attività di gruppo, giochi, attività extra-curriculari possono potenziare le aree di sviluppo del bambino Down rendendolo una persona realmente integrata che non svolge così sempre le attività fuori dalla classe e non viene considerato elemento di disturbo, ma attivo partecipe della vita scolastica.

I bambini Down hanno tutte le capacità per vivere tranquillamente la loro vita affettiva in quanto con in grado di esprimere i loro sentimenti, le loro emozioni nonostante talvolta qualche soggetto dimostri un'altra espressione emotiva dovuta ad un'incapacità di gestione delle emozioni che origina da una scarsa tolleranza alle frustrazioni, che possono derivare a volte dall'incapacità di svolgere un compito, ma anche a causa delle frequenti esperienze di rifiuto.

  • 1 A. Z. Hobart, "La persona con sindrome di Down", Il pensiero scientifico, 1996, Roma
  • 2 E. Byrne, "Le famiglie dei bambini down: aspetti psicologici e sociali", Erickson, Trento
  • 3 A. Z. Hobart, "La persona con sindrome di Down", Il pensiero scientifico, 1996, Roma
  • 4 E. Carr, "Il problema di comportamento è un messaggio", Erickson, 1998, Trento
  • 5 A. Z. Hobart, "La persona con sindrome di Down", Il pensiero scientifico, 1996, Roma
  • 6 E. Byrne, "Le famiglie dei bambini down: aspetti psicologici e sociali", Erickson, Trento
  • 7 E. Byrne, "Le famiglie dei bambini down: aspetti psicologici e sociali", Erickson, Trento
  • 8 A. Z. Hobart, "La persona con sindrome di Down", Il pensiero scientifico, 1996, Roma
  • 9 S. Gallo, M. Roccella, "Il bambino con situazione di handicap e la scuola: cultura e pedagogia dell'integrazione", Carbone Editore, 2002, Palermo