La comunicazione nel primo anno di vita del bambino
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La comunicazione nel primo anno di vita del bambino

Quali forme assume e come si sviluppa la comunicazione del bambino? Dall'ecolalia all'imitazione con una semplice proposta. Le prime forme di comunicazione: il sorriso, il pianto. Le teorie sulla nascita del linguaggio

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La comunicazione nel primo anno di vita del bambino

Durante il primo anno di vita prendono forma nel bambino i primi mezzi di comunicazione, caratterizzati, in questa fase, da tentativi di imitazione di suoni e sorrisi proposti dall'adulto. Proprio nell'ecolalia (ripetizione di suoni), secondo Piaget, sarebbe da ricercare la principale forma di acquisizione del linguaggio.

Col passare del tempo, intorno ai 18-24 mesi il bambino sarà ormai in grado di imitare un gran numero di gesti, sia senza movimenti goffi, che senza vedere il modello da imitare, ma con una semplice proposta. Secondo alcuni studiosi è l'imitazione del modello adulto che principalmente sottende all'acquisizione di comportamenti sociali ed alle giuste reazioni in funzione di determinati stimoli. Proprio dal ricordo della risposta al medesimo stimolo da parte di un adulto. Successivamente il bambino tenderà ad osservare l'adulto nella scelta di reazioni a stimoli nuovi che non conosce, osservando quella che lui può facilmente ritenere la "risposta esatta".

Allo stesso modo il bambino imparerà a non imitare e quindi a non fare propri atteggiamenti di adulti che rivelano emozioni non positive.

Il sorriso

Il primo approccio con la comunicazione e l'interazione sociale consiste nell'attribuzione di un significato alle azioni. Il sorriso è il primo dei gesti che il bambino può codificare, ritenendolo un gesto di riconoscimento col genitore e comunque espressione di un contesto piacevole.

Peraltro, nel suo patrimonio innato, il bambino è propenso ad identificare nel volto la zona corporea maggiormente rilevante nella comunicazione. Non a caso il timore degli estranei si acutizza dopo l'ottavo mese, momento in cui può facilmente riconoscere caratteristiche somatiche differenti da quelle della cerchia di persone a lui care.

Il pianto

La ricerca ha consentito di individuare almeno tre tipi di pianto differente:

  • rabbia
  • fame
  • disperazione

Anche questa forma comunicativa rientra fra le prime utilizzate ed utilizzabili, fin da quando non costituisce che un mero segnale "d'allarme" che non lascia prevedere ipotetiche reazioni o conseguenze. Fermo restando che, soprattutto nei primissimi mesi di vita, il pianto è un mezzo per ricercare il contatto umano con l'adulto, e con la madre in particolare. Una mancanza o una carenza di contatti con il mondo adulto ed affettivo dei genitori determinerà una carenza di espressioni comunicative, soprattutto nella fase dell'infanzia, proprio perché non riuscirà mai ad attribuire un significato pressoché univoco al suo comportamento.

Il linguaggio

Anche per il linguaggio ci sono varie tesi a suffragio della sua nascita ed evoluzione, le più accreditate sono le seguenti:

  • teoria Skinneriana dell'apprendimento per rinforzo secondo la quale, ad un primo balbettio di suoni e fonemi, segue un rinforzo conseguente all'atteggiamento degli adulti che tenderanno a ripetere, o fargli ripetere, le sequenze più vicine a suoni di senso compiuto. Quando ad alcuni semplici vocaboli seguirà poi il soddisfacimento di un bisogno, o di un'esigenza, il rinforzo sarà fornito ulteriormente. (ad esempio dando il biberon in seguito alla pronuncia della parola "pappa")
  • teoria di Chomsky o generativa. Parte dal presupposto che esista una struttura linguistica universale propria di ogni individuo e, le varie differenze linguistiche con cui verrà a contatto non faranno altro che contribuire ad una variazione superficiale della struttura iniziale
  • teoria cognitivista. I sostenitori abbracciano in parte la teoria innatista ma ritengono che lo sviluppo del linguaggio faccia parte dello sviluppo del pensiero e proceda di pari passo con quest'ultimo. Secondo la teoria cognitivista, lo sviluppo linguistico, consiste nell'imparare ad esprimere nella propria lingua le cose che si sanno già. Questa teoria è avvalorata dal fatto che i bambini possano apprendere una lingua anche dal contatto con i loro coetanei o attraverso la televisione o i libri, senza l'ausilio dei genitori e quindi dei meccanismi di rinforzo