Accoglienza e integrazione
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Accoglienza e integrazione

Accoglienza e integrazione: valori fondamentali della socialità. Ruolo e difficoltà tipiche dell'integrazione.

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Nell'usuale prassi riabilitativa, rivolta a soggetti con difficoltà, si fa riferimento, ormai da qualche tempo, ad un intervento che sia il più possibile "sistemico", intendendo con ciò la cooperazione di tutta una rete di presenze formative che vanno dalla famiglia alla scuola, dalla sanità alle strutture ricreative e a tutto quello che ruota intorno al fanciullo e che su di lui possa avere un ruolo di sviluppo.
Scopi, quindi, dell'intervento sistemico sono quelli di individuare il problema (riconoscimento), accettarlo e rendere possibile, nel migliore dei modi, l'integrazione del soggetto nell'ambiente sociale in cui vive. Le istituzioni educative e scolastiche rivestono in questo panorama un ruolo prioritario, naturalmente per ciò che attiene all'aspetto dell'accettazione e dell'integrazione. La scuola dell'infanzia, prima, e la scuola primaria, poi, rendono, infatti, possibile, una serie di successioni relazionali che coinvolgendo il soggetto stesso e il resto della classe inducono comportamenti collaborativi e partecipativi fondamentali ai fini dell'integrazione dei soggetti con difficoltà.
Naturalmente, il processo integrativo non è alieno da difficoltà di diversa natura. Primo fra tutti quello normativo che nel corso degli anni ha avuto una serie infinita di revisioni, proprio con l'intento di migliorare la qualità dell'intervento stesso. Per trovare le prime disposizioni normative a riguardo dell'inserimento di bambini "portatori di deficit" nella scuola, occorre andare ai primi anni del secolo scorso. In questi iniziali tentativi d'inserimento scolastico, però, si parla solamente d'accesso riservato ad alunni ciechi o sordomuti, con l'esclusione totale di qualsiasi altro tipo di disabilità.

Questo criterio d'"inserimento riservato" durò per alcuni anni e fu, infine, fatto proprio dalla prima riforma Gentile del 1923. Nel R.D. del 3/12/1923 n° 3126, all'articolo 5 si legge, infatti: "L'obbligo scolastico è esteso ai ciechi e ai sordomuti che non presentano altra anormalità che ne impedisca l'ottemperanza".
Due anni dopo, con un altro R.D., quello del 4/5/1925 n° 653, fu approvato il regolamento sugli alunni, gli esami e le tasse negli istituti medi d'istruzione e, all'articolo 5, si specificò una particolare facoltà del Preside: "È facoltà del Preside allontanare dall'istituto gli alunni affetti da malattie contagiose o ripugnanti". Ciò, naturalmente, offrì ai capi d'istituto la possibilità di orientarsi a propria discrezione nei confronti di tutta quella popolazione di bambini portatori di svariati handicap, soprattutto fisici, ma anche verso quelli con problemi d'attenzione, iperattività e malattie psichiche.
Un successivo regolamento specificò, infatti: "Quando gli atti di permanente indisciplina siano tali da lasciare il dubbio che possano derivare da anormalità psichiche, il maestro può, su conforme parere dell'Ufficiale Sanitario, proporre l'allontanamento definitivo dell'alunno al direttore didattico governativo o comunale, il quale curerà l'assegnazione dello scolaro alle classi differenziali che siano istituite nel comune o, secondo i casi, d'accordo con la famiglia, inizierà le pratiche opportune per il ricovero in istituti per l'educazione dei corrigendi". Fu proprio questo provvedimento a portare alla definizione di quel periodo, da parte degli storici del settore, come "Fase dell'esclusione", che durò, dichiaratamente, fino al 1933 anno in cui a seguito del R.D. 1/07/1933 n° 786 si previde, appunto, la nascita delle scuole cosiddette "speciali", ma che si protrasse, in ogni modo, anche se in maniera meno manifesta, fino agli anni sessanta.

Le normative, invero, di quegli anni pur nel tentativo ingenuo di regolamentare e organizzare l'attività scolastica dei disabili, avevano, intrinsecamente una chiara mentalità rivolta all'esclusione e alla delega del soggetto handicappato. Egli era ancora fuori della scuola pubblica. Erano altri che dovevano prendersi cura di lui, altri istituti, magari religiosi o medico-psico-pedagogici; non era in definitiva compito della scuola affrontare questo problema, essa ne prese le distanze e delegò ad altri la sua risoluzione.