Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica - seconda parte
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Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica - seconda parte

Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica

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M. Bonaparte sostiene che la natura è per l'adulto: "… una madre immensamente espansa, eterna, proiettata nell'infinito" e in particolare aggiunge: "Il mare rappresenta per gli uomini uno dei maggiori e costanti simboli materni".
In altre parole l'acqua assurge al ruolo di "latte" di Madre Natura a cui tutti, più o meno consapevolmente, dobbiamo qualcosa. Bachelard ci riporta, a riguardo, questa immagine di Frédéric Mistral compresa in "Mireille": "Viene il tempo in cui il mare acquieta il suo fiero petto e respira lentamente con tutte le sue mammelle…" e quest'altra di Saintyves da "Folklore des eaux": "le acque, che sono le nostre madri e che desiderano partecipare al sacrificio vengono a noi seguendo le loro vie e ci distribuiscono il loro latte".

L'acqua insomma è una parte di noi come noi siamo una parte di essa. Il legame appare inscindibile e nulla può controvertere tale realtà. Anche, qualora sussista nei suoi riguardi timore ed eccessiva riverenza, la propensione a riconoscerne così esplicite qualità è evidente. Ed è possibile oltremodo affermare che questa affinità capitale esistente con l'acqua, si alimenta sicuramente al di là dell'esperienza vera e propria con essa vissuta.
Il richiamo ancestrale nutrito nei suoi confronti si è visto essere effettivamente presente anche in quei soggetti che non le hanno mai dimostrato particolari confidenze e attenzioni. Testimonianze di soggetti coinvolti in una ricerca di cui un fine era proprio quello di indagare se ci fosse qualche nesso tra livello di acquaticità, o più semplicemente di "confidenza acquatica" e significazione simbolica relativa, ci inducono a credere che esista innata una coscienza pre-formata su tali argomenti.
Tutti gli intervistati (frequentanti un corso di attività natatorie), hanno di fatto riportato, a diversi livelli, sensazioni, immagini e metafore che riconducevano al rapporto primario. E ognuna di queste manifestazioni simboliche veniva poi estesa e rafforzata dalla frequenza e dall'esperienza acquisita che sembrava dar loro nuova linfa espressiva. Questo strano legame, anche se incompiuto, è descritto mirabilmente da quello spirito straordinario e nel contempo inquieto e inquietante, che è stato Rimbaud. Nell'agosto del 1870 egli scrisse "Le Bateau Ivre", la poesia che, fra tutte, sicuramente gli procurò la popolarità più duratura. In essa Rimbaud descrive un viaggio fantastico e drammatico che lo porterà, ormai solo e con il resto della ciurma massacrata, per mesi alla deriva e alla mercé delle onde che si infrangono sugli scogli; sarà trascinato in mezzo ad isole che nessun uomo ha mai viste, vedrà arcobaleni sottomarini, bagliori fosforescenti ed altre circostanze mirabolanti fino a giungere, come sospinto dal vigore del mare, lontano dal mondo, in una dimensione altra, sospeso tra cielo e terra; e quando ormai giunto sul punto di irrompere nell'eternità ecco che l'acqua si apre, scaraventandolo di nuovo nel mondo della realtà.

L'adozione dell'immagine marina fatta uso per questa metafora, inconsciamente profetica, fu adottata dal poeta senza ch'egli avesse mai visto il mare. Ma quell'immensa distesa d'acqua raccontata da altri è già dentro di lui e lo attrae perché, forse, più del cielo la ritrova vicina; non solo si vede, ma si tocca, se ne ascolta la voce sommessa e possente, è pari e mutevole, carezzevole e minacciosa, è viva e soprattutto, offre la percezione e unica figurazione, dell'infinito. "Uomo libero, sempre tu amerai il mare! Il mare è il tuo specchio; tu miri nello svolgersi infinito delle tue onde, la tua anima. Il tuo spirito non è abisso meno amaro".