Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica - terza parte
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Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica - terza parte

Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica.

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Sicuramente, afferma Starkie, lo spunto si trova nelle sue letture, ne "Il mare" di Michelet, nel "Gordon Pym" di Poe, in "Ventimila leghe sotto i mari" di Verne (produzioni a loro volta fantastiche), ed altre e il punto di partenza iniziale è certamente "Le voyage" di Baudelaire, la poesia più lunga ch'egli abbia mai composto.

Ciò che, comunque, appare interessante evidenziare è uno tra gli ultimi versi della poesia dove, lo sventurato protagonista, ormai costretto a far ritorno sulla terra e rinunciare alle fantasticate acque mirabolanti e celesti e ad accontentarsi di quelle di questo mondo, chiede che tali acque siano quelle della propria infanzia, quelle della Mosa, a cui giovinetto affidava una fragile barchetta di legno, unico mezzo allora posseduto per mandare i propri sogni verso l'infinito.
Così dice: "Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera nera e fredda dove, verso il crepuscolo odoroso, un bimbo accovacciato, pieno di tristezza, vara una barchetta fragile come una farfalla di maggio". Ancora, dunque, un'immagine che attraverso l'acqua unisce il ricordo alla speranza e ai sogni. Ed è un'acqua della propria infanzia: età breve in cui il primo grande amore, che è quello materno, giustifica e appaga tutte le cose.
Molto più recentemente Alda Merini accosta all'acqua, dopo aver sfiorato col ricordo Cosetta di Hugo, la mancanza profonda d'amore: "L'acqua è l'indocile sostanza che permea tutte le cose. Ogni trasalimento avviene nell'acqua, tutte le paure nell'acqua cadono; molti timori, molti sassolini, molte attese finiscono per fare un soglio terreno di colpa, sopra cui l'anima invariabilmente cammina".
Le attinenze alla maternitas dell'elemento acquatico sono evidenti: le tutte paure che nell'acqua cadono ripropongono, infatti, quella sensazione di abbraccio avvolgente che esso ci dona sin dalla vita intrauterina e che, come una casa-rifugio, ci chiede a volte di tornare. Questo senso di globalità fusionale, di essere e sentirsi un "tutt'uno", accolti e desiderati, aspirazione inconscia e regressiva, da cui spesso rifuggiamo ma a cui altrettanto spesso non sappiamo rinunciare, lo troviamo non raramente evocato in poesia sotto forma di metafora.

Ne "La pioggia nel pineto", per esempio, D'Annunzio descrive un'immensa esperienza di immedesimazione con la natura. Egli la cala da subito, attraverso l'unica voce della pioggia estiva, tra sé e l'amata (la mitologica Ermione), per giungere infine a percepirsi come totalmente parti di essa. E la pioggia che scende, "dalle nuvole sparse", altro non è che il simbolico medium di questa fusione. È l'acqua che sottolinea e unisce tutte le cose che tocca: le tamerici salmastre (che crescono in riva al mare!), i mirti, le mani ignude, i volti silvani… tutto collabora alla riunione ideale tra il sé ed il primiero amore a cui tutti gli altri, inesorabilmente, debbono qualcosa.

Mediatrice di gioie, di ricordi e tristezza, la pioggia, è "usata" anche da Pessoa come voce della sua inquietudine: "In ogni goccia di pioggia la mia vita fallita piange nella natura. C'è un po' della mia inquietudine nel goccia a goccia, negli acquazzoni con cui la tristezza del giorno si rovescia inutilmente sulla terra. Piove tanto, tanto. La mia anima è umida a forza di sentirlo…"