Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica
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Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica

Desiderio e necessità nell'esperienza acquatica

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Non è difficile per chi è uso alla lettura, incontrare, sovente, riferimenti e versi dedicati all'infinito racconto offerto all'uomo dalla natura. I molteplici aspetti e le inaspettate figure che essa è in forza di produrre le permettono, infatti, di corredare e arricchire interiormente il testo narrativo fino a divenirne, a volte, essa stessa oggetto e ragione del narrare.

Può capitare così che alberi, deserti o valli, mutando in logica di allegoria divengano uomini, ricordi o simboli di un passeggero descrivere se stessi e il mondo permettendo alla "lettera", che si manda agli assenti, di palesare qualcosa altrimenti inesplicabile.
Un'alzaia, insomma, intrecciata di immagini che forse inconsapevolmente ci riporta verso ciò che non sappiamo di essere o, più semplicemente, verso ciò che vorremmo sapere.
Quel che vogliamo riportare, a proposito, è una piccolissima produzione riferita all'elemento acquatico e alla significazione che questo ha avuto per alcuni protagonisti della scena letteraria le cui pagine abbiamo incontrate durante le nostre letture.
Citeremo, quindi, autori moderni e remoti non accomunati tra loro da alcun plausibile nesso letterario o tanto meno criterio di importanza retorica; l'unica cosa ad avvicinarli sarà il riguardo espresso verso l'acqua e, foss'anche solo per una sola volta, l'amore ad essa rivolto.

Sensi di nostalgia e tenerezza accompagnano queste letture che difficilmente troviamo disgiunte dall'età nostra migliore: quella delle scoperte, dei viaggi fantastici, del coraggio, del superamento di nuove paure e dell'orgoglio sincero.
"Non ho mai potuto stare sull'acqua senza provare il desiderio di esserci dentro" scrive Swinburne in una lettera a W.M. Rossetti e citata da Lafourcade, che, esprimendo ancora il proprio trasporto dice: "Ho corso come un bambino, mi sono strappato di dosso gli abiti, e mi sono buttato in acqua. Tutto questo è durato solo pochi minuti, ma mi è parso di essere in cielo!" E che cos'è tutto ciò se non quel che fanno i bambini (e non solo) appena giunti in riva al mare? Un gioco antico e un ricongiungimento. Desiderio e necessità. All'inizio non è altro che questo. Solamente più avanti con l'indagine continua, che ci mette alla prova, ne ricerchiamo senso e ragioni. E così va che le molteplici testimonianze letterarie, a riguardo, aprendoci ci conquistano e affascinano perché in ognuna di esse ritroviamo un poco di noi: quella parte sfuggita che, nascosta da altre avventure, il tempo aveva dispersa.

Solo allora comprendiamo il perché di quelle emozioni e soprattutto il perché di un tale e tenace permanere. "Oh lunghe ore spensierate e tranquille, lunghe ore in cui, sdraiati sul fondo di una barca solitaria, contempliamo il cielo: a quali ricordi ci restituite? Le immagini sono tutte assenti, il cielo è vuoto, ma il movimento è là, vivo, senza scosse, ritmato, è il movimento quasi immobile, silenziosissimo. L'acqua ci porta. L'acqua ci culla. L'acqua ci addormenta. L'acqua ci restituisce la madre". Questa, ad esempio, tradottaci da Gaston Bachelard, è un'immagine molto frequente.

La simbologia e la diretta attinenza con il liquido amniotico, con il latte materno, ma anche con il plancton marino e altro, danno all'acqua la priorità nei riferimenti di rapporto tra uomo e natura.