I linguaggi della comunicazione
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I linguaggi della comunicazione

I linguaggi della comunicazione educativa, dal fumetto verso le nuove tecnologie. Un approccio storico pedagogico alle tecniche di ..

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Assunto che la Pedagogia sia una scienza pratico-prescrittiva e che il suo oggetto di studio specifico sia l'educazione ,non possiamo ritenere che le varie branche che negli anni si sono sviluppate abbiano un diverso ed esclusivo oggetto di indagine, rispetto all'educazione esse trovano fra loro numerosi punti di intersezione e non di sovrapposizione. Come A. Mangano ha affermato: Ogni scienza pedagogica può distinguersi da un'altra in base alla specifica prospettiva da cui essa studia l'educazione. Prospettiva che, diversamente dall'oggetto, può essere esclusiva di una singola scienza. Partendo da questi presupposti, forse un po' distanti dall'argomento che andiamo ad affrontare in questa sede, ci sembra giusto ritenere vari e differenti anche gli strumenti attraverso cui l'educazione si diffonde ed entra a far parte della nostra cultura. In altri termini, così come le diverse branche della pedagogia hanno come oggetto di studio l'educazione, altresì quest'ultima ha, ed ha avuto, diversi mezzi per potersi diffondere. Fra questi, prenderemo in esame i mass-media e, in particolar modo il fumetto.

In Italia, la diffusione del fumetto, può farsi risalire al 1908 con il primo numero del "Corriere dei Piccoli" e, pressappoco nello stesso periodo, anche la radio ed il cinema avevano iniziato il loro percorso sotto l'attenta guida del regime fascista. Una guida volta più all'utilizzo di questi mezzi come pratico ed efficace supporto per la propaganda e l'affermazione del regime, che non destinata all'evoluzione di cinema e radio fini a se stessi.
Lo stesso non si può dire del fumetto. Così, se cinema e radio diverranno presto degli strumenti da affiancare alla scuola, il delinearsi di un'impronta ideologica e narrativa differente da quella del Corriere dei piccoli, porterà in secondo piano l'uso del fumetto, se non per sporadiche autocelebrazioni dei fasti fascisti, o come veicolo di propaganda extrascolastico.
Il già poco florido rapporto che correva fra fumetto e regime, si inasprì ulteriormente in considerazione del facile accesso a questo strumento che richiamava alla cultura statunitense. Immediatamente alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il regime fascista giunse a proibire l'importazione di film e fumetti americani. Mussolini temeva che i lettori potessero essere affascinati e attratti dallo stile di vita americano e ordinò che venissero pubblicate unicamente storie con protagonisti italiani.

Le critiche andarono accrescendosi durante il primo periodo della guerra fredda quando, cominceranno ad occuparsene due schieramenti contrastanti fra di loro: gli apocalittici e gli integrati, i primi in netto contrasto con questa nuova forma di comunicazione, i secondi più accondiscendenti o, comunque, alla ricerca di un compromesso. Nella realtà dei fatti, entrambi i gruppi, avevano un sostanziale timore nei confronti dei mass media e, seppur in maniera differente, combattevano contro un nemico comune, talvolta mescolandosi tra loro e riuscendo a portare degli strascichi di questa demonizzazione sino ai giorni nostri. Non è infatti raro, ancor oggi, sentire affibbiare ai mas media in genere, e anche ad un certo tipo di fumetto, la responsabilità di alcuni atteggiamenti negativi da parte degli adolescenti.
Gli apocalittici furono i primi a farsi promotori di questa crociata, nel timore di uno sconvolgimento del vecchio modo formativo, basato sulle prediche e sul dolore e, probabilmente, su un eccessivo moralismo che non lasciava spazio per il piacere fine a se stesso.
Ciò tuttavia, con la fine del conflitto mondiale, si assiste all'esplosione dei mezzi di massa, complice la presenza sul territorio delle truppe alleate e l'evolversi della tecnologia, che porterà da li a poco, alla nascita della televisione (che alimenterà il già forte disappunto degli apocalittici, timorosi di un processo di americanizzazione della penisola).p> Ritornando al fumetto, bisogna ammettere che, probabilmente fin dalla sua nascita, e forse in maniera inconsapevole, aveva iniziato a portare dei cambiamenti nei modi di pensare, più o meno radicali, fino a cedere il testimone di quest'ondata innovatrice alla televisione che, in questi ultimi anni, a sua volta lo sta gradualmente cedendo alle nuove tecnologie ed alle nuove forme di comunicazione.
La nascita e la diffusione del fumetto, portò alla comparsa della letteratura e della stampa periodica per ragazzi, facendo, probabilmente per la prima volta, prendere coscienza del concetto di infanzia e di educazione mirata. I vincoli sino ad allora imposti da un'educazione prettamente scolastica e rigida, vengono rotti, in favore di un supporto educativo che, quando riesce ad insegnare qualcosa, lo fa in una forma nuova, ludica, quasi inconscia pur non secondaria ad altri strumenti formativi. Non sarà più uno dei tanti supporti scolastici, anzi sarà in grado di far rivedere i metodi di insegnamento e il modo stesso di concepire la scuola.

Il fumetto contribuirà a far prendere coscienza del concetto stesso d'infanzia, grazie al suo aspetto ludico a misura di ragazzo. Troppo spesso, infatti, questa fase era caratterizzata da una formazione basata sul dolore e sulla sofferenza, auspicando un rapido passaggio all'età adulta. Il fumetto era riuscito a restituire all'immagine la capacità espressiva, ad utilizzarla come mezzo per la rappresentazione di fatti e stati d'animo, riscoprendo quanto, già millenni prima, gli uomini primitivi avevano capito.
Tuttavia il passo che da qui portò a comprendere il potenziale intrinseco del fumetto come mezzo per la crescita intellettiva e del pensiero, sarà lento e faticoso. L'immagine diviene strumento narrativo autonomo, trasmette elementi, sviluppa il senso critico, fa prendere coscienza di alcuni concetti, prima ancora che tutto questo divenga un'azione voluta, cosciente e premeditata. Il principale merito del fumetto fu la valorizzazione dell'immagine, dello spirito ludico, il cambiamento dei classici metodi di narrazione, che portò a riflettere sia sui modi di educare che sulla costruzione della pedagogia, ovvero sulla teoria dell'educazione. Come Freinet più tardi ci insegnerà, occorre "inventare una scuola per il popolo, una scuola vivente che sia la continuazione naturale della vita di famiglia e di paese", utilizzando nell'insegnamento non un metodo, che risulterebbe statico e rigido, ma tecniche didattiche costantemente aderenti alle reali esigenze dei fanciulli.

Crescita e diffusione del fumetto, furono accompagnati da polemiche di pari intensità da parte degli apocalittici, inneggianti alla facile imitazione da parte dei seguaci dell'immagine che avrebbero seguito il messaggio di violenza che il fumetto stesso trasmetteva. Divenire seguaci di questo nuovo strumento avrebbe significato sprofondare nella superficialità, nell'irrazionalità, perdendo di vista o addirittura sminuendo, i problemi reali. Il fumetto diviene rapidamente il capro espiatorio dei mali della società di allora, e ne sono al punto convinti, intellettuali e politici di sinistra, da annunciare, nel '49, un disegno di legge per la censura della stampa ed in particolare del fumetto.

Inevitabile la contrapposizione degli integrati, convinti che le nuove tecniche di comunicazione, e quindi il fumetto come la radio o la televisione, avrebbero potuto ben supportare le carenze scolastiche, fornendo un mezzo di apprendimento ad un bacino d'utenza il più grande possibile. Peccato che il loro limite era nel "come" fornire questa educazione, e quindi con metodologie troppo stereotipate che non potevano sortire gli effetti auspicati. Sorge qui il dubbio di quanto reale fosse, a questo punto, la contrapposizione degli integrati che, di fatto, ponevano chiari limiti ad un autonomo sviluppo di questi mezzi.
Con il concludersi della prima fase della guerra fredda (1945/1962), caratterizzato da una forte contrapposizione ideologica fra il mondo occidentale e quello comunista, ad il passaggio alla seconda fase (1962/1989) nella quale tali contrasti tendono a ridursi, anche il modo di intendere i mass-media cambia. Cala il clima di persecuzione impulsiva ed irrazionale per cedere il passo ad un tono critico più attento e pacato, pronto ad avvalersi anche di procedimenti scientifici.

Diminuisce l'eccesso di moralismo per passare in una fase in cui si prende coscienza dell'esistenza dei mass-media e si cerca di veicolare, tramite questi ultimi, un messaggio con validi contenuti socio-culturali. Sono gli anni della contestazione sessantottina e, ovviamente, non scompaiono né gli apocalittici né gli integrati ma, addirittura, alcuni di loro divengono ancor più estremisti nel loro pensiero, arrivando ad affermare che i mass-media rappresentano una scuola altamente qualitativa, forse più di quella canonica. Al di là di queste estreme prese di posizione, si fa strada la necessità di comprendere le potenzialità dei nuovi mezzi, entrati così prepotentemente nella società, cercando di piegarli alla distribuzione di messaggi positivi. Bisogna scrollarsi di dosso l'idea che i mass-media siano semplicemente degli amplificatori di un linguaggio stereotipato, per riconoscergli l'attributo di "nuovo linguaggio" differente per il tipo di impatto, per la semantica utilizzata e per l'innovazione tecnologica che sfrutta.

Sarà la scuola a doversi, se non uniformare, per lo meno integrare con questo cambiamento, e non pretendere di utilizzare i mass-media come strumento da affiancare alla sua ideologia.
Prendono il via una serie di studi legati scientificamente alla teoria della scuola, senza l'intenzione di stravolgere di sana pianta quest'ultima, ma sottolineando la necessità di una maggiore attenzione alla dimensione ad alla potenzialità dei mas-media nella società; all'utilizzo del loro linguaggio narrativo particolarmente immediato ed efficace, fatto di immagini, di illustrazioni, di gioco complementare a quelli tradizionali.
Negli anni '80 è ormai assodato che il modo di fare cultura, e di trasmetterla, è cambiato, si prende coscienza che l'evoluzione dei mass-media sia la causa dell'evolversi della società stessa, della necessità di nuovi strumenti di espressione e comunicazione, caratterizzati dall'immediatezza. Forse, e stranamente, al contrario di quello che si era auspicato, la scuola è una delle roccaforti che sono state solo parzialmente espugnate, riuscendo a restare un baluardo degli apocalittici. Li dove le nuove frontiere della comunicazione avrebbero potuto sortire gli effetti più rilevanti, sono state messe, di fatto, da parte. Anche perché non si tratta semplicemente di integrare le nuove risorse , ma di ristrutturare interamente il modo di fare scuola, in funzione del valido supporto che i mass-media possono offrire e del loro rilevante compito al di fuori della scuola stessa.

In altre parole, come spesso accade, la storia si ripete fin nei giorni nostri. Quanto accaduto agli albori del fumetto, le critiche e la demonizzazione, si è via via trasferito ad altri mezzi, alla televisione ed ora ad Internet. Le critiche apocalittiche non sono terminate ma tendono semplicemente a trasferirsi con il passaggio dell'interesse nella società per i nuovi mezzi di comunicazione.
Quello che bisogna ora augurarsi non è tanto la scomparsa delle critiche, quanto una rapida fagocitosi dei nuovi mass-media da parte della scuola. È ormai anacronistico supporre di dover fare una rivoluzione come per il fumetto, istintivamente condannato per poi riconoscergli i meriti dei quali abbiamo già ampiamente parlato. Non ci sono più nemici contro cui scontrarsi, l'applicazione delle nuove tecnologie è invece l'occasione per costruire un cambiamento culturale profondo, non necessariamente "traumatico", al di fuori di gabbie teoriche.
Molti insegnanti rischiano di non essere più né apocalittici né integrati, ma indifferenti. Nella scuola i veri conservatori non sono più quelli che si oppongono; sono quelli che tacciono e resistono ai cambiamenti. Gli apocalittici oggi non hanno il coraggio di parlare e sono gli integrati, rassegnati al sistema scuola, che non difendono "gabbie culturali obsolete", ma sono stanchi, demotivati, delusi, incapaci di appassionarsi ad un'idea nuova.

Dobbiamo avere il coraggio di scoprire che si può passare dal pensiero forte, al pensiero debole, per approdare, finalmente, al pensiero "aperto". Una battaglia? Una domanda da porsi non è se tutti gli insegnanti useranno le nuove tecnologie, ma quanti le useranno nella didattica e se saranno gli stessi che hanno già usato foto, audiovisivi, ecc.. percorrendo tutte le strade dell'innovazione.
Ci viene offerta la possibilità di riscattarci, di comprendere l'utilità dell'utilizzo dei nuovi strumenti, prima che divengano obsoleti, e che le critiche si spostino su nuovi fronti. È il caso di riconoscere tutte le potenzialità, questa volta senza aspettare più di mezzo secolo, come per il fumetto, per riabilitarle.