Il disturbo di attenzione e iperattività
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Il disturbo di attenzione e iperattività

Esiste la forte convinzione che il disturbo di attenzione e iperattività sia di natura biologica. 3 sono le ipotesi più accreditate: genetica, ipofunzionamento dei lobi frontali, presenza di tossine nei cibi

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Il disturbo di attenzione e iperattività

Il disturbo di attenzione e iperattività (DDAI) è una patologia dello sviluppo che si manifesta con comportamenti motori eccessivamente agitati o poco appropriati per raggiungere uno scopo (Dencjla & Heilman, 1979); i soggetti si muovono troppo, non possono stare fermi, sono irrequieti e spericolati, parlano incessantemente e sono troppo curiosi (August & Stewart, 1983).

L'eccesso motorio, però, non è l'unico aspetto che caratterizza il disturbo dell'iperattività. Vengono evidenziati anche il disturbo dell'attenzione e l'impulsività che, insieme all'iperattività, vanno a costituire una sorta di "triade".

Quindi, la distraibilità, la mancanza di attenzione, la scarsa tolleranza alla frustrazione, la mancanza di autocontrollo, il comportamento disinibito, costituiscono altre caratteristiche dei bambini affetti da tale patologia, i quali sono in genere destinati a rapporti familiari e sociali problematici.

Il disturbo di attenzione e iperattività viene considerato un disturbo dello sviluppo in quanto le sue manifestazioni compaiono durante le prime fasi evolutive (generalmente prima dei cinque anni); la prevalenza è stimata dal 3 al 5% in età prescolare (American psychiatric Association, 1987).

È un disturbo più frequente nei maschi che nelle femmine con proporzioni che variano da 2:1 a 10:1 (Ross, 1982). Ulteriori variabilità si riconoscono in popolazioni con particolari caratteristiche cliniche o socio – ambientali: si identifica l'influenza di variabili culturali (O'Leary et al.,.,1985) e socio – ambientali (Taylor, 1986), ma l'importanza data a questi fattori varia notevolmente.

Numerose ipotesi sono state proposte per spiegare le manifestazioni cliniche del disturbo di attenzione e iperattività. Nel 1902, Still studiò alcuni bambini DDAI divenuti tali a causa di lesioni cerebrali ed arrivò alla conclusione che il deficit di attenzione con iperattività fosse causata da una varietà di fattori causali, sia biologici che comportamentali.

Un'ulteriore contributo arrivò successivamente da Tredgold (1908), il quale mise in relazione il comportamento DDAI con piccole lesioni cerebrali, concludendo che la principale causa di tale disturbo fosse un danno cerebrale.

Attualmente, grazie ai progressi avvenuti nel campo della ricerca, si sono meglio delineate possibili cause che determinano il deficit di attenzione con iperattività, tra le quali:

Ipotesi genetica

Esistono due geni legati alla dopamina che risultano alterati nei casi di DDAI. Il primo è legato al trasporto della dopamina (Cook et al., 1995) e il secondo agisce sul recettore della dopamina (Swanson et al., 1998): un danno nelle reti neurali che comprendono regioni ricche di recettori dopaminergici può essere una causa che determina il disturbo (Swanson et al., 2000).

Inoltre disfunzioni o sbilanciamenti nei neurotrasmettitori (dopamina, norepinefrina, serotonina ed altre) comportano maggior grado di disattenzione rispetto all'iperattività (dopamina), maggior presenza di aggressività (eccesso di attività noradrenergica) e comportamento eccessivamente impulsivo (serotonina) (Gallucci, 1994).

Ipotesi dell'ipofunzionamento dei lobi frontali

Utilizzando la tecnica della risonanza magnetica funzionale, si è dimostrata una ridotta attivazione frontale in adolescenti affetti da DDAI durante l'esecuzione di alcuni compiti che implicavano le funzioni esecutive (abilità necessarie per i raggiungimento di una meta: possono implicare l'intenzione di inibire o differire una risposta, la formazione di un piano di sequenze di azioni e la rappresentazione mentale del compito) (Rubia et al., 1999, 2000).

Questo risultato è stato attribuito dagli autori ad una ritardata maturazione del lobo frontale.

Ipotesi di presenza di tossine nei cibi

Con i lavori di Feingold (1974, 1975), si ipotizza che la presenza di alcune tossine contenute nei cibi (salicilati naturali e conservanti alimentari) possano influenzare il comportamento ipercinetico; tuttavia questa ipotesi ha subito numerose critiche (Conners, 1980; Stare et al., 1980; Pollock & Warner, 1990), anche se sembra che le diete di eliminazione possano condizionare le manifestazioni cliniche (Carter et al., 1993; Ventura e al., 1994).

In conclusione, si può affermare l'esistenza di una forte convinzione che ciò che causa il DDAI sia di natura biologica: tuttavia sono scarse le prove che dimostrano la presenza di un preciso danno.

Inoltre, esiste una correlazione tra deficit di attenzione con iperattività e caratteristiche ambientali e apprendimento sociale: il livello di gravità, la quantità e la tipologia dei problemi secondari sono strettamente collegati a variabili di tipo ambientale (Weiss & Hechtman, 1986).