Quoziente Intellettivo e Quoziente Emotivo
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Quoziente Intellettivo e Quoziente Emotivo

Partendo dai 7 tipi di intelligenza di Gardner è facilmente comprensibile che la misurazione del QI sia insufficiente a racchiudere il concetto di intelligenza, che deve essere declinato in maniera più articolata

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Quoziente Intellettivo e Quoziente Emotivo

La ricerca scientifica ha concentrato, per molto tempo, tutte le attenzioni sulla mente razionale. Solo in questi ultimi anni, gli studi stanno gradualmente cambiando e superando l'atteggiamento di considerare la vita mentale emotivamente piatta, scarsamente rilevante e poco significativa.
Finalmente si riconoscono il ruolo essenziale del sentimento nel pensiero, il potere delle emozioni nella vita mentale e i vantaggi che esse comportano. Oggi pedagogisti e psicologi, concordano nel rilevare che non esiste un solo e unico tipo d'intelligenza. Robert Stendberg, psicologo di Yale, chiese ad alcuni studenti di definire una persona “intelligente” e fra i tratti elencati, vi erano le capacità pratiche nelle relazioni sociali. Seguendo questa direzione, gruppi sempre più numerosi di psicologi concordarono con questa prospettiva, nel ritenere che il Q.I. (quoziente di intelligenza), basato su una stretta serie di abilità linguistiche e logico-matematiche, fosse insufficiente. Gardner, nel 1983, individuò, sette forme d'intelligenza: oltre a quella verbale e matematica, i due tipi standard su cui la scuola e le istituzioni educative hanno sempre e solo puntato, vi sono un'intelligenza spaziale, un'intelligenza cinestesica, un'intelligenza musicale e individuava inoltre un'intelligenza interpersonale, ossia la capacità di comprendere lo stato d'animo degli altri e le loro motivazioni e di interagire con gli altri. È stato infine concettualizzato un altro tipo di intelligenza individuale, quella intrapersonale, che è la chiave per accedere alla conoscenza di sé e ai propri sentimenti, quindi non solo capire lo stato d'animo dell'altro, ma conoscere quello che soggettivamente viene sperimentato.

Intelligenza emotiva

Le prime definizioni d'intelligenza emotiva risalgono ai primi anni novanta, grazie ad un articolo pubblicato da due psicologi americani, Peter Salovey e John Mayer (Salovey, Mayer, 1990), i quali la definirono come:

la capacità di monitorare e dominare le emozioni proprie e altrui e di usarle per guidare il pensiero e l'azione

Il termine, fu reso poi molto più popolare negli USA grazie a Daniel Goleman, docente di Harvard, con il testo “intelligenza emotiva” (1995), successivamente pubblicato anche in Italia nel 1996.
Peter Salovey (Salovey, 1990) include nelle intelligenze personali, quattro abilità da possedere:

  1. Conoscenza delle emozioni, cioè la capacità di riconoscere un sentimento nel momento stesso in cui si presenta, capacità essenziale per la comprensione psicologica di sé stessi. Secondo Shapiro (Shapiro, 1998), la capacità di un bambino di imparare a identificare e comunicare le emozioni è una parte importante della comunicazione ed è una determinante basilare per l'acquisizione del controllo emotivo
  2. Controllo delle emozioni, quindi sapere gestire i sentimenti comportandone l'autoconsapevolezza
  3. Motivazione di sé stessi, per raggiungere obiettivi preposti, concentrando insieme attenzione, controllo di sé e creatività
  4. Riconoscere le emozioni altrui. L'empatia, in questo caso è fondamentale nelle relazioni con gli altri. Le persone empatiche dimostrano avere una certa raffinatezza nella loro sensibilità e le rendono per questa dote più adatte e predisposte a determinate tipologie di lavoro: assistenza, insegnamento, sostegno e così via

Ovviamente ognuno è diverso, e quindi rappresenta un suo modo di possedere o meno queste abilità. Per esempio un soggetto che controlla bene le emozioni come l'ansia e la tensione, può essere incapace a consolare i turbamenti altrui. Il cervello comunque è un organo plastico e non rigido, per cui eventuali mancanze o incapacità emozionali possono essere aggiustate. Ciò dipende dall'impegno, dalla volontà e dal tempo che uno vuole metterci.

Differenze tra QI e QE e scale di misura

Il Q.I. (intelligence quotient o quoziente intellettivo) è un indicatore che tramite un punteggio misura l'intelligenza posseduta da un soggetto, basandosi su una serie di test che sono stati spesso cambiati nel corso degli anni.
Il primo test per la valutazione del Q.I., è stato redatto dallo psicologo francese Alfred Binet, nel 1905 in collaborazione con Simon. Nasce il "Binet-Simon intelligence Scale", con lo scopo di identificare gli studenti che necessitavano di sostegno a scuola. Il test era composto di trenta item1 disposti a difficoltà crescente e valutava ragionamento, giudizio e comprensione linguistica.
I risultati però si basavano molto sull'età: se un bambino di sette anni superava l'item corrispondente a quello per otto anni, la sua “età mentale” era di un anno più grande.

Su questo punto Stern, nel 1912, indicò il concetto di quoziente intellettivo come il rapporto tra età cronologica e mentale divisa per cento. In questo modo descrisse una misura dell'intelligenza indipendente dall'età cronologica posseduta dal soggetto.
Da allora, seguì un periodo in cui vennero creati molti diversi tipi di test, dedicati però esclusivamente ai bambini. Nel 1939, David Wechsler fece il primo test per adulti, la “Wechsler Adult Intelligence Scale" (WAIS), la cui ultima edizione è la più usata oggi in tutto il mondo. Questo test è molto ampio, perché analizza capacità lessicali, cultura generale, memoria visiva, capacità logiche, e molto altro.

In questi ultimi anni inoltre, è stato molto discusso il ruolo dei geni nell'eredità dell'intelligenza, ma studi finora fatti non danno risultato di qualche rilievo. Molto confermato è invece, il ruolo dei fattori ambientali (situazione familiare, condizioni socio-economiche, alimentazione ecc.) sull'intelligenza di un soggetto.

Per molto tempo ci si è ffermati al Q.I. come unico strumento per la determinazione dell'intelligenza di una persona, assumendo alle volte atteggiamenti di adulazione per quelli con Q.I. più alti, e di discredito per quelli con Q.I. più bassi. In realtà, bisogna discostarsi da questa visione ormai obsoleta. Grazie alla nuova attenzione verso il Q.E., si è saputo andare oltre, poiché la concezione poliedrica dell'intelligenza offre una visuale più ricca e più grande delle capacità e del potenziale successo di un bambino nella vita, di quanto non possa fare un test standard per la misurazione del Q.I.

Inoltre da alcune osservazioni, è emerso che non sempre le persone che hanno un quoziente intellettivo maggiore ottengono risultati migliori di altri nelle relazioni sociali e/o sul lavoro. È emerso anche che le persone dotate d'intelligenza emotiva, riuscendo a creare un clima positivo intorno a sé, riescono ad affrontare le difficoltà e a ottenere risultati addirittura eccellenti sul lavoro, anche se a scuola non si sono rivelati particolarmente brillanti.
Questo perché, riuscendo a capire le proprie emozioni e quelle degli altri, sanno reagire alle situazioni in maniera appropriata e produttiva.

È ormai acclarato che uomini con alta intelligenza emotiva, sono persone socialmente equilibrate, espansive, non soggetti a paure inutili o rimugini di natura ansiosa. Hanno una certa capacità a dedicarsi agli altri a tal punto di assumersene responsabilità, sono comprensivi, premurosi e si sentono a proprio agio con l'universo sociale in cui si trovano.

Questo non vuol dire che Q.I. e Q.E. siano ai due lati opposti di una scacchiera, ma sono capacità separate che si mescolano assieme in un individuo. Nella misura in cui una persona sia dotata d'intelligenza cognitiva che emotiva, queste capacità si fondono. Sta di fatto che la seconda è quella che contribuisce di più sulle qualità che ci rendono umani (Goleman, 1995).

Grazie al lavoro svolto da moltissime persone in questo campo, si è fatto conoscere il Q.E. a molte altre, che capendo come funziona e agisce, si sono chieste se lo possiedono. Nonostante la crescente attenzione sul Q.E., rimane comunque una rilevante carenza nella comprensione e gestione delle emozioni.

Infatti, ogni giorno sentiamo notizie come omicidi sotto collera, suicidi, impennate di violenza tra adolescenti, la crescente depressione e crisi sociale.

Purtroppo la comprensione e la consapevolezza delle emozioni non vengono insegnate nelle scuole. Arriviamo poi adulti nel mondo del lavoro che sappiamo scrivere, leggere e abbiamo altre tante conoscenze impartiteci dalla nostra istruzione, ma veniamo meno nel gestire e capire le emozioni quando dobbiamo affrontare dei problemi (Goleman, 1995).
Le decisioni più buone infatti, non si basano su una generale conoscenza di informazioni, ma su qualcosa di più profondo. Se sappiamo essere coscienti di queste emozioni, integrandole con la nostra coscienza razionale, aumenteremo la conoscenza di noi stessi, e le nostre capacità di rapporto.

Immaginiamo come potrebbe essere la nostra vita una volta acquisita la capacità di gestire le emozioni: stati di ansia, stress e instabilità emotive che circolano incontrastate nel nostro animo, riuscirebbero a trovare un domatore in grado di trasformarle in positività e fonte di approvazione. Il punto centrale sarebbe quindi lavorare su sé stessi per lavorare in una professione e nella vita.
Coloro che per natura sono in sintonia con con il linguaggio emotivo sanno essere più adatti ad articolarne i messaggi che ci inviano. Essere consapevoli di sé, significa essere consapevoli sia del nostro stato d'animo, che dei nostri pensieri su di esso (Goleman e Mayer, 1995).
Un modello di intelligenza intrapsichica è quello che ci viene offerto da Sigmund Freud, padre della psicoanalisi. Freud disse che gran parte della vita emotiva è inconscia e i sentimenti che ci scuotono non sempre oltrepassano la soglia della consapevolezza. Qualunque emozione può essere, e spesso è, inconscia. Esistono pertanto due livelli di emozione, quello conscio e quello inconscio. Il momento in cui un'emozione si fa strada verso il conscio, inizia la sua registrazione a livello corticale. Sembra, infatti, che l'autoconsapevolezza richieda l'attivazione della neocorteccia e in particolare delle aree del linguaggio che consentono di assegnare un nome alle emozioni, come una modalità neurale della mente che sostiene l'introspezione, anche in mezzo a emozioni forti.

Una volta consapevoli dei sentimenti di conseguenza si può agire su di essi per modificarli. Queste due fasi sono in stretta cooperazione, tuttavia distinte. Per esempio, quando diciamo a un bambino arrabbiato di smetterla di colpire l'amico di gioco, riusciremo a fermare lo scontro fisico, ma la rabbia continua a esservi anche dopo. Essere consapevoli e saper controllare le emozioni proprie e altrui, significa essere in possesso di abilità sociali, cioè avere efficacia nel trattare con gli altri; su questo campo, le lacune portano a inettitudine nella sfera delle interazioni, oppure a ripetuti disastri personali. È proprio la mancanza di queste capacità che può portare un soggetto intellettualmente brillante andare a picco nelle relazioni, rivelandosi (come succede), per quello che non è.