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L’intervento programmato adattativo
Definizione di intervento programmato adattativo e approfondimento sul differente grado di abilità.
L’intervento adattativo
L’intervento programmato adattativo altro non è che l’agire partecipato e sistemico di un operatore della motricità, inteso a rendere il più possibile normalizzata una particolare situazione, stabile o transitoria che sia, di “disabilità” o, meglio, di “diversa abilità”. Naturalmente, il concetto comune di normalizzazione è quanto mai ampio e discutibile, nel senso che, ognuno di noi ha un proprio concetto di normalità che è diverso da quello di molte altre persone e che nella sua formulazione di contenuti, non giustifica pienamente se stesso né, tantomeno, sconfessa il giudizio altrui.
Se nei paesi del nord Europa è normale “separarsi” dalla famiglia e andare a vivere da soli a diciotto anni, in Italia è normale farlo a trenta o aspettare il primo giorno di matrimonio! Se per alcuni è normale, anzi piacevole, infilarsi aghi e anelli in ogni parte del corpo, per altri ciò rappresenta una vera assurdità! E, così, potremmo andare avanti all’infinito, considerando l’infinità delle diverse espressioni umane e culturali. Assumiamo, quindi, all’interno del sistema rappresentato dall’intervento programmato adattativo, il concetto specifico di normalizzazione come quello di un’azione rieducativa in campo psicologico, pedagogico e motorio tendente a rendere il più normale possibile, attraverso le proprie capacità e i propri limiti, un’esistenza quotidiana.
Per dirla con Fabi(1) Non significa cancellazione, eliminazione della propria diversità, ma anzitutto piena coscienza della diversità (la diversità è la norma), ovvero consapevolezza di, sé delle proprie possibilità e dei propri limiti; accettazione piena di tali condizioni e vivere normalmente con essi e non malgrado essi.
La tendenza, vale a dire, sarà quella di rendere funzionale il comportamento, non tanto, quindi, quello di normalizzare qualcuno o qualcosa.
Anche il termine “disabilità”, non rende in maniera adeguata ciò che con esso si vorrebbe esprimere poiché ad esso si tende, di fatto, associare un significato generalizzato e confuso di handicap, minorazione o svantaggio che sia, che, agli effetti, può essere, nella migliore delle ipotesi, una etichettatura di a-normalità tout court.
La locuzione esplicitata nel primo capitolo di “diversa abilità”, invece, garantisce un rispetto ed una dignità di contenuti, a chi è portatore di una “distinzione”, giacché lo pone in una situazione non di a-normalità, bensì in una realtà in cui la diversità è la regola. Ognuno di noi è abile nella deambulazione, nella corsa, nella lettura, nel disegno ed in mille altre cose, in maniera diversa da tutti gli altri individui. C’è chi lo è di più e chi lo è di meno; in altre parole tutti noi siamo in qualche cosa diversamente abili dagli altri. E il fatto che qualcuno sia meno abile in una specifica realtà, o non lo sia affatto in un’altra, non giustifica, per quel soggetto, la classificazione categorica di “portatore” di disabilità, o peggio, d’inabilità, poiché, sicuramente egli avrà altre capacità non dissimili da quelle di tanti altri in altri campi dell’essere, del fare o del sapere.
Il problema, verosimilmente, è a livello delle attese e delle aspettative sociali: per questo, chi non è adeguato al livello comune richiesto dall’ambiente in cui vive è, per quell’ambiente stesso, un disabile.
Naturalmente non stiamo negando l’evidenza né, tantomeno, l’esistenza di patologie, sindromi o quant’altro possa invalidare il normale sviluppo fisico e cognitivo di un individuo, affermiamo solamente che ospitiamo con favore l’introduzione dell’espressione “diversa abilità” poiché più rispettosa e partecipativa dell’essere nella sua totalità psicofisica.
In quest’ottica, quindi, l’intervento programmato adattativo cerca, all’interno di un vasto panorama di difficoltà, di apportare indicazioni, suggerimenti, metodi e, dove possibili, soluzioni a problemi di varia natura, che vanno, per esempio, dal “semplice” recupero funzionale di un apparato articolare leso, al più “complesso” strutturalismo dei prerequisiti funzionali finalizzato all’organizzazione dello schema corporeo in soggetti con ritardo mentale.
Ovviamente e purtroppo, il ventaglio situazionale è amplissimo e sarebbe perlomeno ambizioso anche solamente pensare di poter riportare un’indicazione metodologica per ognuno dei casi possibili. Ci limiteremo, così, ad illustrare delle linee d’intervento finalizzate ad alcuni casi particolari, interessanti a nostro avviso, sia dal punto di vista specifico sia da quello puramente didattico.
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Il materiale è integralmente contenuto nel volume L'intervento adattativo, ed. Nonsolofitness
(1) Fabi A., presentazione a L.Cottini, Educazione motoria e normalizzazione del bambino disadattato, Montefeltro, Urbino 1986







