I livelli di disabilità
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I livelli di disabilità

La classificazione e le caratteristiche dei vari livelli di disabilità e la definizione internazionale delle ianabilità.

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I livelli di disabilità

Si riporta ad esempio (immagine a sinistra), il caso dell'ICIDH-1 nella sua giustificazione dell'accertamento e valutazione delle disabilità, in cui s'indica una scala di valori da 1 a 6 ove sono compresi, e suggeriti, i vari livelli di disabilità:

Al punto "0", abilità, o assenza di disabilità, si ascrive la capacità di poter eseguire, da parte del soggetto, azioni combinate ed integrate tra loro, finalizzate al raggiungimento di uno scopo. In altre parole egli ha la capacità di eseguire l'attività in modo autonomo e senza l'aiuto né d'ausili né di alcuno.

Al punto "1", presenza di difficoltà, il soggetto pur portando in sé alcune difficoltà, non ha eccessivi ostacoli nel condurre una vita pressoché "normale". (Purché non alla presenza delle condizioni successive). Dal punto di vista prognosico il soggetto ha delle buone possibilità di recupero dovute alla potenziale riduzione della gravità della disabilità.

Al punto "2", necessità di supporti, il soggetto per poter portare a termine il compito prescritto ha necessità di protesi o aiuti funzionali. (Purché non alla presenza delle condizioni successive). Dal punto di vista prognosico il soggetto può contare su alcuni miglioramenti pur restando presente una ridotta \capacità funzionale.

Al punto "3", necessità di supporti e aiuti, il soggetto oltre ad eventuali protesi o presidi necessità dell'aiuto fattivo di un'altra persona per compiere l'azione considerata. (Purché non alla presenza delle condizioni successive). Dal punto di vista prognosico il soggetto grazie alle diverse forme di supporto può prevedere alcune possibilità di miglioramento.

Al punto "4", dipendenza da altre persone, il soggetto necessita dell'aiuto costante di un'altra persona. (Purché non alla presenza delle condizioni successive). A questo livello la disabilità è stabilizzata e le prospettive di miglioramento delle capacità funzionali sono piuttosto scarse.

Al punto "5", dipendenza assoluta, il soggetto ha bisogno dell'aiuto costante di un'altra persona che a sua volta deve ricorrere ad ausili o supporti ulteriori (sollevamento del soggetto dal letto). Dal punto di vista prognosico il soggetto ha possibilità di lieve miglioramento. "Pur trattandosi, in questo caso, di disabilità progressive, le prestazioni potrebbero essere migliorate tramite forme di supporto e diventare in tal modo più facilmente sopportabili"(1) .

Al punto "6", inabilità completa, non è possibile, da parte del soggetto alcuna attività a causa di gravi e spesso multiple menomazioni. La disabilità ha un deterioramento progressivo e non vi sono speranze di miglioramento. (da S. Soresi modificato)
Utile, a questo punto, sarà anche ricordare le "definizioni internazionali" che descrivono le diverse terminologie specifiche ai concetti sopra anticipati, non fosse altro per eliminare alcuni luoghi comuni o assunzioni di significato errati e per interpretare correttamente i termini qualora s'incontrassero in testi scientifici di riferimento:

DANNO: Conseguenza anatomo-clinica di una noxa patogena, come ad esempio una cerebrolesione.

DEFICIT: Conseguenza funzionale di un danno, come la riduzione o l'assenza di deambulazione.

MENOMAZIONE: Qualsiasi perdita di sostanza o alterazione di una struttura o funzione psicologica, fisiologica o anatomica, transitoria o permanente che sia.

Queste possono essere meglio suddivise in: menomazioni della capacità intellettiva, della memoria, dello stato di coscienza e vigilanza, della percezione e attenzione, delle funzioni emotive e volitive, comportamentali, del linguaggio, sensoriali, viscerali, motorie e deturpanti.

INVALIDITÀ: Qualsiasi riduzione parziale o totale, in seguito all'insorgenza di una menomazione, della capacità di svolgere un'attività nel modo e nei limiti giudicati "normali" per un essere umano.

HANDICAP: Svantaggio sociale che insorge in seguito a menomazione o ad invalidità e che limita o impedisce all'individuo di condurre una vita normale, in rapporto all'età, al sesso, ai fattori sociali e culturali(2).
Descrive, in pratica, il rapporto tra una persona con disabilità e l'ambiente e focalizza l'attenzione sulle deficienze nell'ambiente ed in molte altre strutture organizzate della società come, l'informazione, la formazione, l'educazione, che impediscono alle persone con disabilità di partecipare ad esse in maniera adeguata.

È bene, inoltre, precisare che così come non necessariamente tutte le menomazioni determinano situazioni di disabilità è possibile che si verifichi il fatto della presenza di handicap in assenza di disabilità. Soresi ci fa l'esempio delle "menomazioni deturpanti" (volti sfigurati da ustioni o incidenti), <<che pur non provocando disabilità, possono far registrare vissuti di svantaggio associati soprattutto al contesto interpersonale>>.

Le recenti classificazioni, invece, introducono un nuovo angolo d'osservazione dell'individuo con problemi, che, come sopra accennato, recupera in pieno il concetto vigotskijano di "zona di sviluppo prossimale", in cui l'attenzione è rivolta alle potenzialità del soggetto piuttosto che alle mancanze che lo accompagnano. Anche il soggetto gravemente afflitto da una disabilità pesante ha, in realtà, sempre e in ogni caso, un qualche residuo individuabile di potenzialità, seppur minima, che gli va riconosciuta e stimolata e da cui partire per il suo progetto di recupero e inserimento sociale.

Nel "nuovo" concetto si è, inoltre, assolutamente consapevoli della bontà che all'interno del processo rieducativo assume l'ottica d'intervento sistemico. Questo presupposto, infatti, contempla una visione raccordata di tutte le diverse realtà ecologiche che ruotano attorno al soggetto stesso, come scuola, famiglia, sanità ecc. al fine di un'adeguata ottimizzazione dell'intervento e prevede, soprattutto, che nessuna di queste sia sul piano progettuale e operativo, in dissonanza o, peggio, in contrasto, con le altre.

In particolare le strutture a carattere socio-educativo, la scuola, gli istituti riabilitativi e sanitari, da cui si presume vengano le indicazioni pragmatiche circa gli interventi, non dovrebbero assolutamente disattendere tali presupposti. Non può, per esempio, la scuola sollecitare da un lato la promozione d'attività socializzanti extra-scolastica e, nello stesso tempo, dall'altro, limitare quelle stesse attività al proprio interno con barriere architettoniche o spazi inadeguati; oppure raccomandare l'adozione di strumentazioni o materiali didattici per il "doposcuola" (computer, software, materiali didattici…) e non averne essa in dotazione!

In altre situazioni, parlando di paralisi cerebrali infantili e interpretando Ferrari(3), abbiamo posto l'accento sulla differenza sostanziale che esiste tra la semeiotica neurologica e quella riabilitativa, dove la prima è intesa a rilevare il difetto o la lesione che affligge quel soggetto e la seconda, invece, che cerca di interpretare i segni e le funzioni che possono dirci come, quando, quanto e in cosa quel medesimo soggetto sarà diverso dagli altri. Sarà, in pratica, in quest'ultima interpretato proiettivamente un quadro di sviluppo, relativo al soggetto, che rappresenterà il punto di partenza da cui tutti quei sistemi, appunto, parentali, educativi, sanitari, ecc., dovranno prendere spunto per muovere i loro futuri interventi.

A questo proposito, per esempio, la consapevolezza dell'apprendimento di un nuovo schema motorio, anche il più semplice, ci sarà di conforto nella valutazione e previsione di un possibile intervento riabilitativo d'ordine sistemico. Come sostiene Ferrari, infatti, l'opportunità rappresentata dall'apprendimento motorio in questi pazienti modifica quella distanza virtuale che esiste tra il repertorio, inteso come numero di movimenti posseduti e disponibili, e l'utilizzo che di questi è possibile farne.