Corpo e mente, il dualismo nella dieta

Il cibo come compensazione: come diventiamo dipendenti dal cibo, quali meccanismi ci portano ad utilizzare il cibo come compensazione di altre mancanze.

Quando cediamo o stiamo per cedere, succede dentro di noi un improvviso cambio di rotta. I nostri pensieri e gli atteggiamenti nei confronti del cibo e della dieta si trasformano radicalmente. I nostri atteggiamenti si ribaltano. In quei momenti una vocina (che poi è la nostra!) ci dice che tutto sommato è giusto concederci quel biscotto, quella porzione di dolce, quella prelibatezza. Ci dice che alla fine dei conti non sarà quella a farci ingrassare, a compromettere la nostra dieta. Questo cedimento non conta. E poi siamo stufi di seguire una dieta che non dà i suoi frutti! Oppure ci diciamo che alcuni risultati li abbiamo già raggiunti e quindi quel cedimento non ci rovinerà. Abbiamo la forza di perdere peso quando vogliamo… Oppure la nostra dieta deve durare ancora talmente tanto tempo che se non ci concediamo quel bocconcino adesso, non ce la faremo mai ad andare avanti e seguire l'intero programma alimentare.

Tutti questi pensieri non sono qui descritti in quanto da condannare. Li riporto perché sono interessanti: il corpo e la mente si allineano mettendo improvvisamente in discussione e negando del tutto le convinzioni di seguire una dieta che poco prima rappresentavano i nostro capisaldi. Perché? ù
Le possibili risposte sono almeno due:

  • Perché è talmente urgente il bisogno fisiologico di nutrirsi, che il corpo riesce a compiere questo miracoloso cambiamento dentro di noi. In questo primo caso, provate a cambiare dieta: quella attuale evidentemente non vi fornisce i nutrienti nel giusto equilibrio.
  • Oppure le diete non sono le riposte giuste al nostro problema: se mangiamo in eccesso evidentemente è per colmare un vuoto, una carenza, un languore che non sono alimentari. Mangiare diventa così un atto consolatorio, un gesto per lenire un'inquietudine, un'arrabbiatura, un momento di ansia o forse di tristezza, o anche pensieri negativi che di tanto in tanto affiorano alla nostra mente. Ecco perché in questo secondo caso le diete non fanno per noi: perché usiamo il cibo per uno scopo diverso dal nutrirci. Quindi qualsiasi dieta seguiamo, o qualsiasi pranzo luculliano effettuiamo, ricominceremo a mangiare nel momento in cui ci sentiamo infelici o annoiati. Per cui piuttosto che seguire una dieta che per voi sarà sempre fallimentare, vi conviene puntare sul risolvere il vostro problema emozionale.

In questo secondo caso sappiate che molti di noi sono stati abituati sin da piccoli ad un rapporto col cibo di tipo consolatorio. Per esempio quando da bambini cadevamo sbucciandoci le ginocchia, la mamma ci offriva subito il biberon per farci smettere di piangere. Se i nostri genitori ci vedevano tristi, la mamma preparava una torta. Per sottolineare un successo scolastico o sportivo papà ci portava a mangiare una pizza o ci comprava, al ritorno dal lavoro, un pezzo di cioccolata. In tutti questi casi frequentissimi, abbiamo acquisito abitudini sbagliate che da grandi ci fanno rifugiare nel cibo per calmarci, coccolarci e premiarci.

Il cibo ha assunto per noi un valore simbolico che va ben al di là dei suoi scopi nutritivi. Mangiamo quando non è di cibo che avremmo bisogno, ma di una parola di conforto, un abbraccio da parte del nostro partner, una pacca sulla spalla dal nostro capo o una chiacchierata con un'amica. Questa (cattiva) abitudine può essere soppiantata efficacemente con le tecniche descritte nella seconda parte di questo libro. Si tratta di attività che ci spingono ad osservare noi stessi, a cercare di comprenderci meglio e questo gioverà non solo alla nostra linea, ma anche al nostro equilibrio emotivo e quindi alla nostra felicità

Ultimo aggiornamento dell'articolo: