Abbandono precoce dello sport
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Abbandono precoce dello sport

Un approccio diverso all'avviamento ed alla pratica sportiva giovanile è rappresentato dal Modello di partecipazione sportiva legato allo sviluppo. I dati internazionali evidenziano in diversi paesi percentuali di progressivo abbandono dello sport.

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Abbandono precoce dello sport

Introduzione

Lo sport è considerato un importante mezzo educativo per lo sviluppo positivo di un individuo. Nell'adolescenza, durante la quale si ha il passaggio ad una realtà agonistica, la pratica sportiva risulta maggiormente impegnativa, anche in relazione alle proprie capacità e caratteristiche, divenendo un'esperienza che assorbe tempo e richiede impegno, ma che contemporaneamente può diventare uno stile di vita, un'esperienza coinvolgente. Lo Sport, quindi, gioca un ruolo importante nello sviluppo dei bambini e dei giovani assumendo tutt'oggi un significato importante anche per quanto riguarda la salute, considerati gli effetti vantaggiosi ottenuti dell'esercizio fisico. Diversi studi hanno dimostrato come l'attività fisica e sportiva durante il percorso evolutivo, a partire dall'infanzia fino all'adolescenza, possa stimolare la crescita e la maturazione, diminuire le probabilità di subire patologie e contribuire all'assunzione di uno stile di vita sano, soprattutto in età adulta. Nonostante i benefici siano ampiamente riconosciuti, in molti paesi da alcuni anni, si sta riscontrando una diminuzione nella quantità di attività praticata, direttamente proporzionale ad un aumento di stili di vita sedentari.

Nello sport, il fenomeno del "dropout" interessa molti ragazzi i quali abbandonano prematuramente la pratica sportiva prima che abbiano potuto esprimere completamente le proprie potenzialità: alcuni lasciano una disciplina sportiva per occuparsene di una diversa, altri abbandonano la realtà agonistica per passare ad attività motorie non agonistiche; altri ancora, infine, abbandonano completamente lo sport e occupano il proprio tempo libero in maniera totalmente diversa da quella precedente.

Gran parte delle ricerche si sono concentrate sulle ragioni che spingono l'individuo al ritiro; le più comuni e citate includono vari fattori psicosociali che dipendono dai genitori, dagli allenatori, dall'esperienze negative, come la mancanza di divertimento e di tempo libero, da processi motivazionali negativi, dalla perdita di fiducia nelle proprie capacità con conseguente senso di fallimento, ma anche da fattori legati all'età, al livello di pratica agonistica ed al genere. La specializzazione precoce, intesa come l'allenamento tecnico specifico per l'acquisizione di abilità finalizzate al raggiungimento del migliore risultato possibile, è una delle cause più influenti del fenomeno dell'abbandono ma non solo, in quanto viene spesso associata a diversi esiti e conseguenze negative che interessano la salute fisica del soggetto (es. osteocondrosi), l'aspetto psicosociale (diminuzione di piacere durante la pratica dell'attività) e numerosi disturbi alimentari maggiormente evidenziabili in sport che richiedono requisiti estetici specifici (es. ginnastica artistica). Nello sport però, considerando il fatto che molti ragazzi si avvicinano alle esperienze sportive per fare attività motoria, giocando e divertendosi, assieme al concetto di specializzazione è stato proposto anche il concetto di approccio diversificato. Un approccio diverso all'avviamento ed alla pratica sportiva giovanile è rappresentato dal "Modello di partecipazione sportiva legato allo sviluppo" (DMSP). Côté (1999) definisce in questo modo un insieme iniziale di attività sportive che sono motivanti, forniscono gratificazione immediata e sono finalizzate soprattutto al divertimento. Côté, Baker e eAbernethy (2007) considerano due diversi modi di affrontare l'attività giovanile che possono potenzialmente portare un atleta all'alta prestazione: l'approccio multilaterale (diversificazione) o l'approccio della specializzazione. La scelta di uno dei due percorsi determina attività, processi e risultati che condizionano in modo diversi i primi anni di pratica sportiva, ed hanno ricadute diverse sulla carriera dell'atleta. L'ISSP (International Society for Sports Psychiatry) ha proposto sette postulati riguardo il ruolo che l'approccio multilaterale o diversificato, al contrario della specializzazione, può avere durante l'infanzia per la promozione di una continua partecipazione e per il raggiungimento di prestazioni di alto livello. Questi postulati associati alle diverse vie del DMSP hanno ricevuto vari livelli di supporto empirico e sono tutt'oggi presi in considerazione da vari allenatori per l'insegnamento sportivo. Altre linee guida che servono per facilitare lo sviluppo positivo dei giovani sono state elaborate dal NRCIM (The National Research Council and Institute of Medicine), il quale ha delineato quattro principali aree di sviluppo giovanile: fisica, intellettuale, psicologica/ emotiva e sociale. Ad ogni area corrispondono diversi elementi che facilitano lo sviluppo positivo dei giovani come la capacità di risoluzione dei problemi, le abilità di ragionamento critico, il senso di autonomia, la fiducia, il rapporto con i genitori, la capacità di adattarsi in diversi contesti, ecc. Un ruolo importante per lo sviluppo positivo dei giovani, inoltre, è svolto dall'allenatore, il quale è in una posizione preferita tale da poter influenzare in maniera favorevole, attraverso l'attuazione di una specifica strategia di allenamento elaborata negli anni, la vita degli atleti.

L'abbandono precoce dello sport

Lo sport rappresenta un contesto in cui si possono apprendere nuove competenze, diventare autonomi e consapevoli delle proprie capacità, mettersi in gioco, collaborare con gli altri, rispettare le regole, accettare le decisioni di arbitri e giudici.

Nonostante i benefici siano ampiamente riconosciuti, in molti paesi da alcuni anni, vi è una diminuzione della pratica sportiva già in età evolutiva, soprattutto per quanto riguarda le ragazze le quali abbandonano prima ancora di iniziare una vera carriera atletica. Comprendere le motivazioni che portano all'abbandono della pratica sportiva può servire a coloro che organizzano e gestiscono lo sport giovanile, ma anche a chi si occupa di politiche legate alla salute.

In genere viene definito come "dropout" l'abbandono prematuro di una carriera sportiva, prima, cioè, che un atleta abbia potuto esprimere completamente il proprio potenziale. Ovviamente non c'è un unico motivo per abbandonare lo sport, in quanto ciò può essere condizionato dalla combinazione di diversi fattori. Ad esempio, la difficoltà a conciliare scuola e sport viene evidenziata dai ragazzi come causa frequente di abbandono; del resto, il periodo di tempo in cui si comincia ad impegnare in modo sistematico ed intenso coincide in genere con gli anni della scuola superiore. Altri motivi di abbandono dichiarati riguardano anche disaccordo con l'allenatore, mancanza di divertimento, presenza di infortuni, scarsa percezione di competenza, influenza di altre persone (genitori o compagni), scarse opportunità di successo. I dati internazionali evidenziano in diversi paesi percentuali di progressivo abbandono dello sport. Ad esempio, negli Stati Uniti la media è di circa il 35%, in particolare tra i 13 e i 18 anni. Per quanto riguarda l'Europa, in Norvegia la percentuale nel calcio è del 22% tra i 13 e i 16 anni, mentre in Francia, in campioni simili per età e sport, le percentuali nei diversi studi oscillano fra il 14 e il 17%.

Per quanto riguarda l'Italia, i dati nazionali possono essere ricavati da due fonti ISTAT. La prima è l'Indagine Multiscopo quinquennale (la più recente è del 2006) intitolata "I cittadini ed il tempo libero", la seconda è l'Indagine Multiscopo annuale su "Aspetti della vita quotidiana" che comprende anche informazioni sulla pratica sportiva (l'ultima è del 2010).

Inoltre, Wall e Côté (2007) in uno studio riguardante l'abbandono giovanile di giocatori di hockey da alti livelli, hanno scoperto che coloro che abbandonano hanno partecipato ad allenamenti off-ice e hanno iniziato questo tipo di allenamento in età giovanile, quindi precocemente. Gli studi di Barynina e Vaitsekhovskii (1992), hanno riscontrato le stesse tendenze in nuotatori della nazionale Russia; i nuotatori della nazionale che si sono specializzati precocemente hanno avuto più tempo per raggiungere lo status internazionale, non sono stati in nazionale molto a lungo, e si sono ritirati prima rispetto a coloro che si sono specializzati dopo. È interessante notare quindi come, la specializzazione precoce dei giovani atleti, insieme a fattori fisici (ad esempio , i modelli di formazione , livello di maturazione ), fattori psicosociali (ad esempio , allenatore , genitore e le influenze dei coetanei ) e svariati fattori sopra citati, interagiscano tra di loro influenzando i processi decisionali che portano poi al fenomeno dell'abbandono sportivo.

Cause dell'abbandono

L'abbandono dell'attività sportiva viene in genere collegato ai processi motivazionali, considerando il calo (o la perdita) di motivazione come determinante per lasciare l'attività, a volte anche con una diminuzione della fiducia nelle proprie capacità e quasi con un senso di fallimento personale. La percezione di competenza può anche variare nel tempo in base alla situazione che l'atleta sta vivendo: ad esempio, dopo un infortunio anche un atleta con elevate abilità può non sentirsi del tutto sicuro dei propri mezzi; o anche, in una squadra di buon livello un ragazzo dotato che viene lasciato spesso in panchina può avere la sensazione di non possedere un livello adeguato di abilità. L'allenatore può sicuramente giocare un ruolo attivo nel coinvolgimento motivazionale, costruendo un certo clima educativo ed indirizzando così la percezione degli allievi. Quando un allenatore interagisce con gli allievi, sia in allenamento che in gara, mette in atto i comportamenti che ritiene più adeguati ed utilizza un certo tipo di comunicazione; ad esempio, può valorizzare e dare importanza soprattutto ai ragazzi migliori, innervosirsi con chi sbaglia, sottolineare i miglioramenti individuali, incoraggiare chi vede in difficoltà, utilizzare spesso la competizione fra compagni per stimolare l'impegno, organizzare gruppi di lavoro prevalentemente per livello di abilità, reagire in modo pacato o bruscamente di fronte ad un insuccesso o ad una sconfitta in gara, in uno sport di squadra far giocare tutti o soprattutto i migliori. In genere, gli allenatori che forniscono scarso supporto sociale (cioè pressione, aspettative irrealistiche, mancanza di empatia, la mancanza di fiducia nell'atleta) avendo uno stile autocratico e atteggiamenti negativi, aumentano le motivazioni per l'abbandono e il burnout.

Affrontando il tema della motivazione è comunque necessario fare delle riflessioni anche sul ruolo dei genitori, che incidono fortemente sul modo in cui i ragazzi interpretano le esperienze che si trovano a vivere. Purtroppo, con gli attuali modelli culturali trasmessi dai mass media, è oggi abbastanza frequente incontrare genitori che esortano il figlio non tanto a fare del proprio meglio, magari accettandone anche qualche limite o difficoltà, ma soprattutto a fare meglio di altri, a superare un amico, un compagno, in un confronto continuo con qualcun altro. Nello sport, ad esempio, il modo in cui i genitori reagiscono a vittorie e sconfitte manda forti messaggi ai ragazzi sul valore attribuito non solo all'esperienza sportiva, ma a volte anche al figlio stesso come persona. I genitori devono inoltre cercare di distinguere chiaramente tra le proprie motivazioni e quelle del figlio. Ci sono molte ragioni per cui fa loro piacere che i figli pratichino uno sport, magari essi stessi sono stati ex atleti e desiderano che anche i propri figli vivano esperienze di questo tipo. Essi però devono considerare che la motivazione è individuale e che la loro può non coincidere con quella dei figli.

Infine, i genitori dovrebbero poi essere consapevoli che anche nello sport, come in tutti gli altri contesti della vita, essi rappresentano modelli di ruolo e di comportamento; nel processo educativo un aspetto fondamentale è la coerenza fra quello che gli adulti chiedono ai ragazzi ed i loro propri comportamenti: se c'è coerenza, il messaggio educativo passa in modo chiaro, ma se c'è discordanza fra ciò che si dice e come ci si comporta, l'aspetto comportamentale diviene predominante. I genitori rappresentano, in particolare, modelli di comportamenti critici, quali quelli legati ad esempio all'autocontrollo, alla gestione della frustrazione o ad aspetti di etica sportiva. In genere, gli studi che esaminano i comportamenti genitoriali associati allo sport giovanile, hanno scoperto che il sostegno, l'incoraggiamento, il coinvolgimento e la soddisfazione del genitore provocano nel bambino un aumento della sensazione di divertimento e della loro motivazione intrinseca. Al contrario, le elevate pressione dei genitori, le grandi aspettative, le critiche e il poco sostegno diminuiscono la sensazione di godimento, provocano ansia, abbandono e burnout.

Dal punto di vista motivazionale non va trascurata nemmeno l'influenza che compagni ed amici possono avere a questo proposito. Durante gli allenamenti e le competizioni, i ragazzi e le ragazze interagiscono molto con i coetanei, vivono relazioni significative alla pari, dai compagni ricavano informazioni importanti sul proprio livello di abilità e competenza. Inoltre, man mano che i ragazzi crescono, passando dall'infanzia all'adolescenza, il giudizio dei compagni acquista progressivamente maggior valore e peso nella valutazione di aspetti di sé, quale, ad esempio, la competenza motoria. È dunque importante che anche i ragazzi acquisiscano consapevolezza del'impatto che i propri atteggiamenti e comportamenti possono avere sui compagni, riflettano sulle proprie reazioni nei momenti emotivamente carichi e sugli effetti che commenti e osservazioni possono avere sugli altri, apprendano in allenamento comportamenti che possano non solo risultare utili dal punto di vista del clima di gruppo, ma anche avere ricadute positive sulla prestazione stessa. Smith (2003 ) ha suggerito che le relazioni tra coetanei giocano un ruolo importante nello sport giovanile. Se il ragazzo ha un rapporto positivo con i propri compagni, questo rapporto rafforzerà il loro piacere e il loro impegno per l'attività, al contrario, se il giovane è in conflitto, l'impegno e la motivazione diminuiranno. Altri studi hanno evidenziato come la partecipazione insieme ai migliori amici porta ad un aumento dell'impegno e del coinvolgimento sportivo.