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Deformità della colonna vertebrale
Cenni storici sullo studio delle deformità della colonna vertebrale, da Ippocrate a Sergio Pivetta.
L’inizio della storia delle deformità della colonna vertebrale coincide in parte con quella della nascita della medicina; gia nel 400 a.C. Ippocrate (460 – 377 a.C.) descrive nel "corpus Hippocraticum" la Scienza medica della scuola di Cos e di Cnide. Nella sua opera, l’insieme delle deformazioni vertebrali veniva raggruppato sotto il nome di "Spina Luxata". Oltre allo studio, alla misurazione e alla classificazione delle curve vertebrali, Ippocrate si dedica all'ideazione di alcune tecniche per la correzione delle deformità vertebrali.
Nel 200 a.C., l'anatomico Claudio Galeno descrive i muscoli del rachide e studia le deformità della colonna dovute, secondo lui, all’influenza negativa della vita sedentaria consigliando per il loro trattamento la ginnastica e l’idroterapia.
Nella seconda metà del 1500 Mercuriale, influenzato dagli scritti di Galeno e di altri scrittori latini e greci, scrive un testo in cui parla delle deformità vertebrali e della loro cura attraverso l’attività fisica e l’allenamento.
Nel 1741 Nicolas Andry, nato a Lione, conia il termine "Ortopedia", comparso per la prima volta proprio nel titolo del suo trattato "L’ortopedia o l’arte di prevenire o correggere le deformità del corpo dei bambini".
Agli inizi dell'Ottocento, in Svezia Peer H. Ling (1766- 1838) dà vita ad un vasto movimento il cui intento è promuovere la ginnastica come strumento per la cura e la prevenzione di alcune malattie. Nel 1814 crea l’Istituto Ginnastico di Stoccolma, diffondendo il suo "sistema svedese" oggi conosciuto e praticato in tutto il mondo.
Nel 1837 Charles Bell intuisce il concetto di equilibrio posturale; in merito ad esso afferma: "come fa un uomo a mantenere una postura diritta o inclinata contro il vento che soffia contro di lui? E’ evidente che possiede un senso attraverso il quale conoscere l’inclinazione del suo corpo e che possiede la capacità di riaggiustare e correggere tutti gli scarti in rapporto alla verticale".(1)
Il primo a parlare dei paramorfismi è stato il medico marchigiano Sorrentino che nel 1930 li definisce come "un complesso di abiti morfologici paranormali, compresi tra i confini della normalità, cioè della fisiologia, e quelli della patologia. I paramorfismi formano dunque un capitolo di biologia paranormale: vale a dire non più normale, ma non ancora irrimediabilmente patologica".(2)
Nel 1963 Viola li classifica a sua volta come "deformazioni leggere, che sono alla frontiera della normalità".(3)
L'anno successivo, Savioli li definisce come "quel complesso di alterazioni della forma e dell’atteggiamento del corpo che, pur allontanandosi dalla norma, restano al di fuori della patologia, essendo reversibili".(4)
Mariotto nel 1968 ritiene che "il paramorfismo non può e non deve essere ritenuto un fatto segmentario, cioè interessante un distretto localizzato, bensì un fatto globale esplicatosi nell’area della regolazione nervosa e più precisamente nei centri della postura e dell’equilibrio".(6)
Secondo Sergio Pivetta (1974) "le forme paramorfiche non trattate possono costituire il presupposto per l’insorgenza di quelle gravi alterazioni delle forme corporee definite dismorfismi, vere e proprie deformità che determinano non solamente un danno estetico ma delle modifiche strutturali non limitate al solo apparato osteo-articolare".(6)
Da quanto detto finora risulta chiaro che nel corso dei secoli si è sviluppato, arricchito ed evoluto il concetto fondamentale che l’attività fisica, anche e soprattutto senza velleità agonistiche, è utile per la cura delle patologie del rachide ma solo negli ultimi 70 anni si è capito che una corretta pratica sportiva, associata ad un’altrettanto corretto stile di vita, è importante per la prevenzione delle forme paramorfiche che sono degli atteggiamenti viziati ma che se non sono riconosciute e trattate in tempo possono essere il presupposto per l’insorgenza di quelle gravi alterazioni delle forme corporee definite dismorfismi, per le quali è quasi sempre necessario ricorrere ai trattamenti ortopedici.
(1)Bell C., L’equilibrio posturale, cit., p. 3
(2)Pivetta S., La ginnastica correttiva nel trattamento dei paramorfismi giovanili, cit., p. 21
(3),(4)Ibid.
(5)Mariotto F., Ginnastica correttiva o rieducazione psicomotoria?, cit., p. 12
(6) Pivetta S. e Scarfi G., Ginnastica correttiva degli atteggiamenti viziati nell’età della Scuola, cit., p. 20.





