Sport e disabilità
NonSoloFitness: divulgazione, formazione, consulenza
Corsi di formazione Corsi di formazione per Personal Trainer, Istruttori Fitness
06 40403925

Sport e disabilità

Il ruolo dell'APA (attività fisica adattata) nella definizione dei percorsi formativi e attività motorie

Autore:
Ultimo aggiornamento:

Sport e disabilità

Oggi, diversi studi riguardanti la partecipazione ad attività sportive da parte di disabili, hanno dimostrato che, nel corso degli anni questa favorisce molteplici benefici in diverse aree di sviluppo.

A questo proposito l'articolo evidenzia la differenza sostanziale tra i concetti di abilità, disabilità e inabilità, per approdare, poi, al significato di sport per disabili, distinguendo in esso le diverse classi d'appartenenza in base alla disabilità posseduta.

Le attività motorie e sportive hanno un ruolo sicuramente importante nell'intervento socio/educativo rivolto a soggetti portatori di qualche disabilità; gli stessi, infatti, possono, in quest'ambito, trovare elementi di successo e valorizzazione personale che difficilmente altrove sarebbero raggiungibili, soprattutto nell'età giovanile.

Gli obiettivi principali, perseguibili attraverso l'attività sportiva, riguardano principalmente l'accrescimento delle potenzialità individuali, come lo sviluppo delle capacità innate e l'acquisizione di nuove e diverse abilità, e l'integrazione in un contesto di vita ricco di relazioni significative.
Fin da bambino, il disabile sperimenta nella quotidianità una serie notevole di difficoltà a tutti i livelli della propria vita, sia dal punto di vista dell'autonomia personale sia da quello della socio affettività. Purtroppo, anche in ambito educativo le esperienze d'insuccesso e frustrazione sono spesso all'ordine del giorno, soprattutto laddove, a causa di strutture inesistenti e pianificazioni adeguate, non gli sono fornite occasioni di "espressione" adatte alla sua diversa realtà e abilità.

Per quanto riguarda il concetto di abilità , dobbiamo dire che esso è un concetto molto ampio e complesso. Vi annettiamo, infatti, le abilità manuali, quelle intellettive, sociali, comunicative, istintive, sensomotorie, artistiche, psicologiche ecc. Si va, in altre parole, dal saper (implicito) fare, al saper pensare, dal concreto all'astratto, dall'istintivo al ragionato.

Conosciamo, così, persone che ai nostri occhi sanno "fare tutto" con le mani e altre che, per contro, non sanno fare nulla, o anche, persone abilissime nella parola, veri affabulatori, ed altre che non sanno mettere "due parole in croce".

Naturalmente, in mezzo agli opposti estremismi c'è sempre l'infinita schiera dei più, coloro, in pratica, che riescono in maniera adeguata a far fronte alle esigenze quotidiane, e di mano e di parola, senza eccellere o senza scomparire. E con ognuna di queste persone tutti noi ogni giorno ci misuriamo, a volte ci scontriamo, altre ne rimaniamo affascinati. L'abilità di un ritrattista o di un giocoliere che fa volare nell'aria oggetti in sequenza, ci lascia stupefatti non meno dell'incapacità di qualcuno alle prese con un semplice cacciavite! Lo stupore nasce, naturalmente, dal confronto con ciò che al loro posto noi riusciremmo a fare. Per un pianista esperto sentir suonare un dilettante è probabilmente una noia, per chi, invece, non ha mai sfiorato una tastiera anche il dilettante rappresenta un'occasione di sorpresa.

In buona sostanza, è il confronto tra le diverse abilità che ognuno possiede e che riconosce negli altri, a far nascere le distanze tra gli individui. Distanze, più o meno colmabili e distacchi, più o meno pesanti, in conseguenza, naturalmente, del ruolo e delle attese sociali che ognuno ha e che ognuno si vede attribuite. Per un atleta non sarà un "problema" essere inabile al pianoforte, come per un pianista non lo sarà essere "incapace" su di un campo di calcio.
Esistono, però, situazioni tali in cui sia il pianista, sia l'atleta, dovranno, per forza di cose, essere adeguatamente abili ai fini di una "normale" esistenza.
Possedere la capacità di camminare, per esempio, è una di quelle situazioni.
L'abilità deambulatoria ci permette, di fatto, di spostarci, di raggiungere, di allontanarci, di tornare, di esplorare e così via, e nessuno di noi può o vuol pensare di vivere privato di quella funzione. Sappiamo però, nello stesso tempo, che ciò non è sempre possibile. Esistono molte persone, infatti, che per ragioni diverse non hanno mai camminato, altre che camminano con difficoltà e altre ancora che da un certo momento in poi non cammineranno più.

Il panorama, in pratica, si allarga: c'è chi cammina senza difficoltà, chi con qualche problema e chi non cammina affatto. Se definiamo, così, chi non ha nessun problema in una specifica situazione, col termine "abile" e chi, per contro, non riesce minimamente nella stessa, come "inabile", definiremo tutti coloro che troviamo tra i due opposti, come "diversamente abili".

Per rimanere nell'esempio della deambulazione, (banalizzando un po' per rendere più comprensibile l'esempio stesso), un soggetto affetto da poliomielite (1) camminerà meno speditamente di un soggetto sano, ma più velocemente di un soggetto con tetraparesi e sarà un "atleta" rispetto ad un infermo (inabile) totale.

È ovvio che tra l'abile e l'inabile deambulatorio possiamo trovare infinite realtà anche senza ricorrere agli esempi estremi citati. Pensiamo agli anziani, ad un post trauma al ginocchio, ad un soggetto con lombosciatalgia e così via.
Ovvio è anche il fatto che essendo pressoché infinite le abilità saranno infinite anche le situazioni di diverse abilità. Potremmo, infatti, ripetere l'esempio della deambulazione anche per la lettura, per la scrittura, per il nuotare, per l'andare in bicicletta, per l'uso del computer per il cucinare e via discorrendo.
Alla luce di questo, quindi, nessuno di noi potrà definirsi abile in tutto: alcuni lo saranno più di altri in certe situazioni e meno in altre e viceversa.
L'OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, già dagli anni settanta, porta avanti il tentativo di suddividere e classificare, attraverso opportuni strumenti, le diverse malattie in rapporto alle "conseguenze" che queste inducono nei pazienti. Tra questi "strumenti" troviamo l'ICD , l'ICIDH-1 , l'IDIDH-2 e il più recente ICF che, a differenza degli altri, offre una classificazione, a riguardo del funzionamento e della disabilità, associata alle condizioni di salute in maniera complementare all'ICD che, invece, proponeva una struttura di riferimento eziologica per la classificazione di malattie, disordini e altre condizioni di salute. Inoltre, i termini di menomazione e handicap sono sostituiti da partecipazione sociale ed attività, che rappresentano una modifica concettuale sostanziale, giacché il punto fondamentale non poggia più sul concetto di menomazione, ma costituisce, de facto, uno schema innovativo che pone al centro l'attività, che può essere più o meno sviluppata, sia riguardo alle condizioni specifiche dell'individuo sia alle potenziali relazioni con il mondo circostante. È la nascita di un modello bio-psico-sociale nel quale la qualità della vita della persona è la risultanza dell'interazione tra sistemi complessi che sinergicamente agiscono tra loro e tra i quali, sicuramente, l'attività sportiva riveste un ruolo fondamentale.

Le dimensioni motorie e sportive possono rappresentare, per tutti, una possibilità di riuscita e successo, ma per il disabile fisico e particolarmente per quello mentale che si trova in difficoltà sul piano cognitivo, e su quello dell'astrazione, essa rappresenta un ambiente fondamentale di valorizzazione personale poiché è direttamente agganciata all'esperienza immediata e, soprattutto, concreta, della corporeità.

La self-efficacy (senso d'efficacia personale), già proposta da Bandura, rappresenta la consapevolezza personale d'essere o meno capaci di attuare in maniera adeguata un determinato comportamento motorio o cognitivo che sia. E, naturalmente, la stessa condiziona in maniera decisiva l'accesso vero e proprio all'attività. Nel caso, per esempio, delle paralisi cerebrali infantili cosiddette aposturali, il consenso all'azione e/o al semplice mantenimento della postura eretta, è la risultante di un bilancio percettivo previsionale che spesso informa il soggetto della propria inadeguatezza verso il compito da effettuare, col risultato che il soggetto stesso rimane immobile o, se posto in stazione eretta, afferma di sentirsi cadere.
Accanto alla self-efficacy dobbiamo anche considerare il concetto che ognuno ha di , quello, in altre parole, che in termini affettivi c'informa su come ci sentiamo e cosa pensiamo di noi stessi. Sappiamo bene, infatti, che l'autostima è una condizione importantissima che condiziona e modula enormemente il nostro comportamento e i nostri atteggiamenti sociali. E siamo altrettanto consapevoli che essa è la conseguenza di ciò che noi crediamo che gli altri pensino di noi. Sentirci percepiti dagli altri in maniera inadeguata, rispetto ad una molteplicità di situazioni, in conseguenza della nostra disabilità, certamente non ci farà sentire meglio!

In definitiva, senso d'efficacia personale e concetto di sé sono due costrutti psicologici molto correlati tra loro al punto che un cambiamento nell'uno può determinare un significativo cambiamento nell'altro. Altrimenti detto, riuscendo ad incrementare il senso d'efficacia personale si sarà in grado di stimolare e favorire in tutti noi, ma soprattutto nel soggetto con disabilità, una migliore immagine di sé.