Storie di altri sport in Basilicata - terza parte
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Storie di altri sport in Basilicata - terza parte

Atleta estemporaneo, Armento ebbe modo di distinguersi anche nel calcio, nel ruolo di ala destra nella fila della Juventina Potenza del Maggiore Brienza. Mazzola da qualche anno si sedeva al tavolo del combattimento.

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Storie di altri sport in Basilicata - terza parte

Gli alfieri del pugilato lucano sono stati: Franco Blasi, Edoardo Finizio, Dorino Tricarico, Antonio Enrico. Franco Blasi disputò circa 50 incontri e partecipò, agli albori del 1947, insieme ad un gruppo di appassionati, ad una serie di match presso il teatro Stabile di Potenza che lo videro protagonista contro Gaetano Miglionico. Il match finì pari. Finizio era un pugile eclettico dotato di grande tecnica che vinse molti incontri. Tricarico era definito il pugile della "X" in quanto disputò 13match: 2 vittorie, 10 pareggi ed una sola sconfitta avvenuta il 25 novembre 1948. Antonio Enrico, dopo un esordio non proprio positivo (K.O. al campionato di Puglia e Lucania del 1949) si lasciò poi notare per la sua boxe ritmata. Nel 1950 esordì a Potenza, nella palestra della GIL e perse ancora per intervento medico. Pronta rivincita nello stesso anno contro il barese Minnella. Dopodiché vinse contro Strippoli; pareggiò con Vernaglione, quotatissimo pugile di Taranto, in un memorabile match all'ultimo pugno.

Dopo alcuni incontri disputati tra il 1951/52, Enrico prima di ritirarsi dalla scena pugilistica partecipò agli allenamenti collegiali della Nazionale. Enrico apportò un notevole contributo alla diffusione della boxe in provincia: nel 1952, a bordo di una lambretta , si recò a Tolve per allenare Rocco Sabatino ed un altro giovane che parteciparono ai campionati italiani novizi del 1954.

Molti altri furono i pugili che la Potenza sportiva non ha ancora dimenticato. Angelo Armento, Alias "Saetta", per la sua terribile castagna, spettacolare e pieno di inventiva, a fine carriera si trasferì in Liguria. Atleta estemporaneo, Armento ebbe modo di distinguersi anche nel calcio, nel ruolo di ala destra nella fila della Juventina Potenza del Maggiore Brienza. La figura che resterà indelebile nella memoria degli sportivi lucani è senza dubbio alcuno, quella di Vittorio Rago, pugile sobrio, intelligente e schivo, che seppe subito accattivarsi la simpatia di compagni ed avversari per la sua innata modestia. Un male crudele ne stroncò la giovane esistenza. Nato a Pignola il 4 luglio 1932, rimase da subito privo dell'affetto della mamma che, l'8 settembre 1943, morì sotto le bombe cadute nel ricovero dove oggi è situata la clinica Luccioni in via Mazzini, a Potenza. Fu osteggiato a lungo dal padre che gli impediva di praticare pugilato. Tuttavia con una serie di sotterfugi Vittorio riuscì a frequentare la palestra e a diventare un ottimo pugile. Lasciata la boxe e conseguito il diploma di perito meccanico, si trasferì a Ciriè in provincia di Torino per lavorare presso la SAIAG, una ditta dell'indotto FIAT.

Subì un intervento chirurgico alla cistifellea che si rivelò fatale. Scomparve il 23 ottobre 1973, a 41 anni, lasciando nello sconforto la moglie Giulia Paciello e i figli Rossella e Roberto. Donato Zaccagnino debuttò nello sport agonistico prendendo parte a gare di atletica leggera. In seguito prese parte a diversi incontri pugilistici nella categoria Novizi prima e in quella dilettanti I e II categoria, poi. Mario Bonito, unico dilettante della vecchia guardia, seppe prima della stasi, imporsi all'attenzione generale in due incontri indimenticabili con il nazionale Salvatore Burrosi e con un altro non impegnativo match contro il notissimo Federico Scarponi. Pugile dai riflessi pronti e dall'intelligenza eccezionale, calcolatore e schermitore di classe elevata, fu un elemento su cui si poté sempre contare.

Di lui i compagni di palestra potevano ammirare la compostezza e la serietà. Particolare fu la sua esibizione in quel di Pescara dove, impegnato nei campionati italiani di seconda serie dopo due anni di inattività e con soli 10 allenamenti, riuscì a superare vittoriosamente 5 match giungendo alla finale e perdendo il titolo a causa di un verdetto galeotto emesso troppo casalingamente in favore del pugile pescarese Panaccio. Vittorio Miglionico, peso mediomassimi, era un atleta tenace, serio e intelligente, aveva nella velocità l'arma migliore per imporsi nella sua categoria. Mobilissimo malgrado la mole, in combattimento sfoderava sempre un'astuzia volpina.

Disputò complessivamente 27 match riportando ben 26 vittorie e una sconfitta ai campionati nazionale di Roma. Campione regionale Novizi all'esordio nel 1957, si aggiudicò anche il titolo interregionale dei mediomassimi nel 1958. Con un carattere poco adattabile ad un pugile ma con numeri di alto rilievo, Luciano Messina, può catalogarsi fra i migliori atleti curati da Silvio Nocera. Buon picchiatore, con una boxe di piacevole fattura, seppe farsi ammirare per la sua scioltezza e la sua caparbia volontà di vittoria. Pugile generoso che non sapeva porre freno al suo impulso combattivo scivolando spesso in punti, boxando in molte città italiane ed anche all'estero soprattutto in Germania, a Monaco, Stoccarda ed Amburgo. Lasciato lo sport attivo, Luciano Messina diventò arbitro interregionale di nuoto. Fu coniuge e padre affettuoso, scomparve all'età di 61 anni. Meno dotato fisicamente del fratello, Armando Messina, aveva idee più chiare anche se sfoggiava un pugilato di minor fattura basato su colpi più ortodossi e portati con perfetta scelta di tempo. Anch'egli spesso era vittima di eccessivo temperamento. Umberto Brancato aveva una scherma classica e un sinistro efficacissimo. Pugile unico per le sue doti pur difettando di costanza e di adattamento al sacrificio. Armando Mastrocinque nacque a Paola, in provincia di Cosenza, il 30 gennaio 1925. Figlio di un funzionario dell'Ufficio Tecnico Erariale, iniziò a praticare la boxe a Salerno. Si arruolò in polizia a 17 anni entrando a far parte del Gruppo Sportivo della Celere di Roma. Giunto a Potenza si adoperò per allenare diversi giovani, alcuni dei quali riuscirono ad entrare in ambito professionistico.

Questi sono, in pratica, i nomi e le storie che hanno tenuto in piedi il pugilato in Basilicata. Tutti insieme, noti e meno noti hanno contribuito a tenere in piedi il vessillo della boxe. La vera star, il numero uno, colui che più di tutti ha esportato la Basilicata nel mondo è stato, però, senza ombra di dubbio, Rocco Mazzola. Il "pugile buono", così come veniva chiamato nell'ambiente, nacque a Potenza il 20 ottobre 1933. Emigrò in giovane età a Varese città nella quale iniziò ad allenarsi nella palestra IGNIS sotto la guida di Libero Cecchi. Tra il 1952 e il 1954 militò nel campionato italiano dilettanti vincendolo nel 1954 a Grosseto. L'anno seguente divenne professionista dei mediomassimi fino a conquistare il titolo di campione italiano il 14 dicembre 1957 a Milano contro Sandro D'Ottavio, difese poi il titolo contro lo stesso D'Ottavio a St. Vincent il 28 giugno1958 e dovette cederlo a Domenico Baccheschi che lo batté a Civitavecchia il 23 settembre dello stesso anno. Nel 1959, Mazzola incrociò i guantoni contro il tedesco Erich Shoppner, campione europeo di mediomassimi, a Dortmund. Il tedesco la spuntò ai punti, 72 a 71, anche se il risultato suscitò molte polemiche circa l'arbitraggio. Salito nella categoria dei pesi massimi, nel 1961 pareggiò un incontro con il campione italiano Federico Friso che batté, poi , nel dicembre dello stesso anno diventando così campione italiano dei pesi massimi. A causa del riacutizzarsi dei dolori alle mani che lo affliggevano fin dal 1959, il campione si ritirò a vita privata. Lino Viggiani, in un articolo apparso sul «Corriere della Sera» nel 1962, scriveva:

Il dramma segreto di Mazzola

Il dramma di Rocco Mazzola, spodestato dal titolo italiano dei pesi massimi dell'incontro con l'ex "europeo" Franco Cavicchi, viene soltanto oggi alla luce. È il dramma di un ragazzo che aveva tentato di farla in barba alla sfortuna, battendosi al limite dell'orgoglio, della cocciutaggine e, in una parola, al limite del dolore e della sofferenza più dura. È il dramma di un pugile che in questi ultimi tempi si avviava alla guerra sul ring col fucile scarico della sua mano invalida

Possibilità rischiosa.

Era in gran segreto di Mazzola, quello della sua mano sinistra che "non andava", un segreto che aveva nascosto ai più, anche in occasione del primo incontro con franco Cavicchi, anche al tempo della conquista a Civitavecchia del titolo dei mediomassimi ed a quello, successivo, della vittoria a Padova su Friso.

Mazzola, in definitiva, da qualche anno, si sedeva regolarmente, senza eccezione alcuna, al tavolo del combattimento, con a sua disposizione una sola rischiosa possibilità: quella del bluff. C'era riuscito tante e tante volte tra ansie, trepidazioni, sofferenze notevoli. Ecco perché il "sinistro" di Mazzola, che una volta era considerato tra i più temibili d'Europa, negli ultimi tempi si era fatto sentire sempre meno Mazzola si preparava alla chetichella, in grande segretezza. Non voleva estranei alle prove: forse nemmeno gli intimi conoscevano il suo sconcertante segreto. I combattimenti si succedevano gli uni agli altri. A volte erano giudicati di ordinaria amministrazione: in altre occasioni esaltavano. Per Mazzola, per questo fiero ragazzo della terra lucana, ogni volta le vittorie avevano le sembianze di un autentico miracolo. Il miracolo della sua forza di volontà, del dolore che lo perseguitava ripresa per ripresa, senza mai aver la certezza di potervincere se non dopo l'ultimo suono del gong. Così Mazzola, col suo stoicismo, tante e tante volte è riuscita a farla in barba a tutti.

Una bugia giustificata.

Ricordiamo quanto accadde in febbraio in occasione del rinvio dell'incontro con Cavicchi. Sapemmo di un infortunio alla mano e demmo la notizia, quale reale "pezza giustificativa" dell'indisponibilità del campione potentino. Mazzola se la prese con noi, che , invece, in buona fede, avevamo pensato ad un semplice infortunio capitatogli in palestra. Mazzola se la prese perché temeva che il suo geloso segreto stesse rischiando di venir fuori. Ora, soltanto ora, comprendiamo in pieno la sua amarezza di quel giorno, quando ci fermò e ci disse, mostrandoci la mano sinistra: "Veda, veda com'è a posto, è una mano che spacca un muro". Quale forza di volontà in quella sua giustificata bugia! È stato l'unico scatto di nervi che abbiamo visto da Mazzola in dodici anni della sua attività, attività che abbiamo avuto la fortuna di seguire passo passo. Stavolta, purtroppo, a Mazzola è andata male. Al terzo round con Cavicchi, la mano sinistra è "partita". Al quarto, il dramma del pugile potentino è esploso in tutta la sua gravità: nemmeno il destro ha risposto al campione! Mazzola, quindi, ha combattuto per le restanti otto riprese con le lacrime agli occhi, nascondendo negli intervalli, tra le pieghe dell'asciugamano, tutto il suo pianto amaro.

Verità sconcertante.

Come al solito, e com'è del resto nel suo carattere chiuso e orgoglioso, Mazzola non ha mendicato scusanti alla fine del match. Ha avuto intorno a sé i corrispondenti di tutti i maggiori giornali italiani, e gli sarebbe stato facile far sapere la verità. Mazzola, invece, se ne è rimasto zitto. Poi è venuta la dichiarazione rilasciata a Milano da Cecchi, che ha portato sul tappeto tutta la verità sull'intima tragedia di Rocco Mazzola. Una verità sconcertante e che finirà col sorprendere tutti gli ambienti pugilistici nazionali. Ora non si parlerà più delle "vittorie di Mazzola" ma dei "miracoli di Mazzola", un campione che ha tenuto a bada tutti i più quotati pari peso con una mano fasulla, con un polso in disordine, con un cuore grande così, una forza d'animo eccezionale, un coraggio senza uguali.

Un grande campione.

Egli resta un grande campione, un campione sfortunato, che ben altra strada, di quella pur prestigiosa compiuta nella sua attività, avrebbe potuto fare. Per la mano sinistra non c'è più niente da fare. È un vecchio male, subito al tempo dei dilettanti, che si è sempre più acuito ed aggravato, risultando determinante sulle possibilità del campione di Potenza. Mazzola lascia la boxe con un fisico perfetto, sano, come è difficile, se non rarissimo, trovare tra i giganti del ring. E lascia il ring con una buona posizione economica. Non c'è quindi un dramma umano in Mazzola. Semmai si può parlare solo del dramma dello sportivo, che a 29 anni pensava, ed a giusta ragione, di essere un suo diritto quello di rimanere ancora un bel pezzo nel mondo del pugilato 1.

Rocco Mazzola comparve anche in un a piccola ma significativa parte, nella pellicola "Rocco e i suoi fratelli" 2 di Luchino Visconti 3. Il campione venne omaggiato dal grande maestro del cinema sia per la pratica sportiva in cui eccelleva ma anche per la sua personale storia di meridionale emigrato al nord. Il "pugile buono" si è spento nella sua città natale il 18 marzo 2012.

Secondo il parere dell'allora delegato del CONI , l'Avv. LelloLa Capra, il futuro della boxe a Potenza e provincia, dopo Mazzola,era molto incerto. Parlare di boxe in Lucania, come pure di un'altradisciplina sportiva, all'infuori del calcio, a livello professionistico osemiprofessionistico, era molto difficoltoso. Infatti, prima di parlare diatleti e primati, non si poteva fare a meno di sottolineare le condizionidi profondo disagio nelle quali erano costretti a muoversi coloro chemiravano a svolgere tali attività. Anche Silvio Nocera, agiva da solo,con modesti mezzi a sua disposizione senza avere la possibilità di farele cose nel migliore dei modi. Altra remora che condizionava, nonpoco, la sua attività di istruttore era rappresentata dalla quasi totalemancanza di impianti idonei per praticare la boxe. Nonostante tutto,per Mazzola, Nocera e la sua colonia, furono anni di immensesoddisfazioni. Purtroppo, però, dal 1965 la "nobile arte" scomparvedefinitivamente dalla scena e di essa rimase che un velato ricordo 4.