Storia dello sport: pratica diffusa al nord e disciplina d'élite al sud
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Storia dello sport: pratica diffusa al nord e disciplina d'élite al sud

Nel 1914, delle 555 società ciclistiche federate all'UVI, 443 erano settentrionali, 98 del centro, solo 23 del Mezzogiorno.

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Storia dello sport: pratica diffusa al nord e disciplina d'élite al sud

È un fatto appurato che chi intenda riscoprire i primordi del fenomeno sportivo in Italia, non possa che dirigere le proprie ricerche in direzione del Risorgimento e del travagliato percorso di unificazione del Paese. È, inoltre, in dubbio che il raggiungimento dell'Unità d'Italia si sia valso del concorso essenziale di alcune discipline sportive di contenuto para-bellico, strettamente legate al Risorgimento con l'impronta decisamente marziale e, soprattutto dagli accentuati limiti sociali: un diffuso elitismo, infatti, escluderà le masse popolari dalle pratiche sportive fino quasi all'avvento del Fascismo.

Le gravi fragilità politiche del Risorgimento ebbero gravi ripercussioni sullo sport, in questo periodo in grande ascesa: alla debolezza ideologica del mazzinianesimo repubblicano, incapace di imporre una linea giacobina alla quale sarebbe occorso il sostegno delle masse contadine, subentrò l'abile guida strategico - diplomatica di Cavour e la conquista regia della monarchia savoiarda. Una vittoria dei conservatori, a cui non porrà rimedio nemmeno la Sinistra storica, trattandosi di un matrimonio tra nobili del Mezzogiorno e liberal - moderati del settentrione e, in seguito all'introduzione del dazio sul grano, tra latifondo meridionale e capitalismo industriale delle regioni del nord. 1 Tutto ciò, riportato al livello solo apparentemente neutro dello sport, significherà quindi alle origini piemontesizzazione dall'alto, ovvero estensione a tutta la penisola del modello di educazione fisica da tempo adottato dal Regno di Sardegna, modello che a sua volta si rifaceva ai canoni civili e militareschi della Prussia.

È evidente come questa interpretazione richiami alcuni termini della cosiddetta "Questione meridionale" offrendo una suggestiva chiave di lettura attraverso la quale non appare azzardato prolungare una tale problematica ai territori dello sport. Le principali discipline che nel XIX secolo rientravano sotto questa accezione, vale a dire ginnastica, equitazione, tiro a segno e scherma, forniscono quelle indicazioni che pongono in qualche dubbio le tradizionali argomentazioni sull'arretratezza del Mezzogiorno in epoca pre-unitaria. I primi promettenti passi mossi con le riforme ginnico -scolastiche ventilate da Francesco De Sanctis nel Regno di Napoli fin dal 1848; gli spiragli nuovi lasciati intravedere dalla trattatistica firmata Nicola Micele e Niccolò Abbondati 2; le famose istituzioni schermistiche attivate dai Borboni a Caserta, Capua, Napoli, Gaeta, Messina, Palermo, con la legge del 28 marzo 1856; l'indiscussa autorevolezza detenuta dalla scuola napoletana che coniugava i metodi equestri del mondo bizantino, arabo e occidentale; costituiscono tutti evidenti prove di quanto anche il sud esprimesse una sua originale cultura sportiva nel corso della seconda metà dell'Ottocento. Una realtà quindi, che in seguito però verrà frenata dell'amplificazione degli squilibri territoriali tra nord e sud, dall'alleanza di interessi economici tra i poteri forti delle due aree del Paese, nonché dalle modalità annessionistiche improntate sul centralismo burocratico, l'insostenibile carico fiscale, la coscrizione obbligatoria, ecc… che furono alla base dell'unificazione politica nazionale. In tal modo si perpetuò il tradizionale predominio parassitario della rendita agraria e si bloccò l'ascesa di una dinamica borghesia meridionale, lo strato sociale su cui far leva per promuovere un decollo del fenomeno sportivo locale. L'Italia unita non fu, quindi, al sud, levatrice dell'affermazione di una società animata dai valori caratteristici del liberismo e della cultura sportiva, fondati sulla concorrenza, l'efficienza, la messa in campo delle migliori capacità individuali. Piuttosto prevalsero una tendenza al protezionismo assistenzialistico e al cosiddetto familismo amorale, che mal si conciliavano con la propagazione di un diffuso e moderno spirito sportivo.

Nei quattro decenni successivi alla spedizione garibaldina, solo nei maggiori centri di Napoli, Bari, Palermo, Catania, le attività fisico-sportive registrarono qualche progresso. Sino alla fine dell'Ottocento e ai primi lustri del Novecento si ebbe, al contrario, una perdurante stagnazione, concernenti quattro sport di rilievo: ginnastica, football, atletica leggera e ciclismo. Se nel 1890 il 70% delle società affiliate alla Federazione Ginnastica (FGNI) era insediato nelle regioni settentrionali, il 25,7% in quelle centrali e solamente il 2,3% nelle meridionali- insulari, nel 1901 questi rapporti di forza erano rimasti invariati. Il 69,1% delle associazioni ginniche era sempre allocato al nord, il 27,3 al centro e il 3,6 al sud. Passando al football, dei 55 club iscritti alla FIGC nel 1909, 39 erano nordisti, 9 delle zone centrali, 7 sudisti. Nel 1913, su 85 sodalizi aderenti alla Federatletica (FISA). Quelli del nord assommavano all'82%, quelli del centro al 18% e nessuno rappresentava il sud. Infine, nel 1914, delle 555 società ciclistiche federate all'UVI, 443 erano settentrionali, 98 del centro, solo 23 del Mezzogiorno.

Come si evince da questi dati, mentre al nord trova sostanziale conferma l'ipotesi che fissa un nesso di causa-effetto tra crescita degli indici economico-sociali e sportivi, fra modernizzazione, nascita della grande industria e affermazione dello sport borghese; nelle regioni meridionali prevalevano ancora, pur entrati nel XX secolo, le forme di sciabilità e consumo del tempo libero dei vecchi ceti dominanti: salotti e circoli privati, gabinetti di lettura, balli di gala. Gli stessi svaghi sportivi erano riconducibili a stili di vita dell'ancien règime, rimanendo chiusi all'interno di ristrette cerchie di notabilato e riproponendo consolidate pratiche aristocratiche: le passeggiate a cavallo, la scherma propedeutica al duello cavalleresco, la caccia. Non intaccato in profondità dalla violenta rottura epocale della Rivoluzione francese e afflitto dalle irrisolte contraddizioni affiorate con l'unificazione politica, il sud, anche nello sport, riuscì in definitiva solo con estrema difficoltà ad emanciparsi dalle tare di una storia tanto grande, quanto, spesso, immobile nelle sue permanenze.

La Basilicata era da ritenersi, in un tale contesto, ai primissimi posti per arretratezza e per disinteresse alle pratiche sportive e al tempo libero. Fra gli strati più bassi della società l'esercizio fisico risultava una pratica superficiale e, in molti casi, addirittura sconosciuta. È presumibile che solo i nobili che vivevano di rendita e che ricavavano enormi guadagni attraverso i loro vasti latifondi, come le famiglie Gattini e Malvinni-Malvezzi di Matera, la famiglia Doria di Melfi e le casate nobiliari di Potenza, si fossero avvicinati, per moda, ad alcune discipline come il calcio, l'equitazione, la scherma e il tiro a segno. L'hobby preferito dai notabili lucani doveva però essere, senza ombra di dubbio, la caccia. Del resto, l'arretratezza culturale ed economica lucana era già stata ben evidenziata dalla miriade di inchieste che presero piede a partire da quella dell'impiegato della Prefettura Pani Rossi, passando per Umberto Zanotti-Bianco, fino ad arrivare al Presidente del Consiglio Zanardelli. Unico comune denominatore dei loro studi e delle loro ricerche era la situazione di generale disagio in cui il pessimismo non sembra maitoccare il fondo 3.