Lo Sport come vetrina del Fascismo
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Lo Sport come vetrina del Fascismo

La spasmodica ricerca del titolo da parte del Duce dette così i propri frutti e la Coppa del Mondo del 1934 arrise agli italiani e poté essere difesa anche nell'edizione successiva disputata a Parigi nel 1938.

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Lo Sport come vetrina del Fascismo

Il compito principale dello sport in questa epoca era, evidentemente, quello di attribuire una nuova immagine del Paese oltre confine, distogliendo nel contempo la cittadinanza da porsi quesiti sull'effettiva democraticità del Fascismo e sulla crisi economica che, nei primi anni Trenta, colpiva l'Italia. Sport e Fascismo miravano a creare un uomo nuovo, pragmatico, favorendo l'azione rispetto al pensiero. Le cronache del tempo non apprezzavano mai il gesto sportivo fine a sé stesso ma quello che poteva dar prova di superiorità fisica che facilmente potesse richiamare la superiorità sul campo di battaglia. Il Fascismo favorì nettamente gli sport nei quali era possibile associare il campione all'eroe in quanto, agli occhi del Duce, lo sport doveva incarnare i due aspetti di mascolinità e modernità. Tra gli atleti-icona esaltati dal regime figurarono lo stesso Benito Mussolini, Tazio Nuvolari 1 e Primo Carnera. Mussolini, molto probabilmente, non fu mai un grande sportivo, tuttavia, nel quadro della propaganda fascista, si fece sempre un chiaro richiamo alle doti atletiche del Duce nelle diverse discipline. Fu Primo Carnera, il pugile dalla grande massa corporea, ad essere adottato come simbolo del regime. Di umili origini friulane, divenne presto un campione e il suo esempio fu debitamente sfruttato dall'opera propagandistica fascista. Nell'agosto del 1933 Carnera vinse il campionato del mondo, battendo per K.O. il pugile statunitense Jack Sharkey e dedicò platealmente la propria vittoria al Fascismo, affermando, stando a quanto raccontano le cronache:

Offro questa vittoria al mondo sportivo italiano, giubilante e orgoglioso di aver mantenuto la promessa fatta al Duce (2).

In Italia la stampa di regime si appropriò del trionfo facendo dell'evento pura propaganda; Carnera, il primo italiano campione del mondo di boxe, divenne l'emblema dell'Italia littoria e delle sue magnifiche sorti. Se in patria l'entusiasmo fu enorme, tra gli italo-americani che assistettero direttamente o indirettamente all'incontro, esso un momento di puro delirio collettivo, grazie al quale si rinsaldò il vincolo con la patria lontana. Mussolini volle riportare Carnera in Italia per mettere la sua leggenda completamente al servizio del regime: organizzò la prima difesa del titolo a Roma, nello scenario di Piazza di Siena per l'ottobre 1933, alla presenza dello stesso Duce e dei più importanti gerarchi. Carnera si presentò sul ring in camicia nera, dichiarando che avrebbe donato i proventi dell'incontro alla patria. La stampa lavorò per mesi, sotto il diretto controllo del ministero della cultura popolare, al fine di trasformare il combattimento in un evento mediatico di ingenti proporzioni. La strumentalizzazione dello sport a fini politici e propagandistici superò sé stessa, sebbene l'utilizzo a scopo promozionale del pugile fosse già precedentemente emerso in numerose occasioni, tra le quali la celebrazione del vittorioso ritorno dagli Stati Uniti d'America ammettendo la presenza del pugile sul noto balcone di Piazza Venezia da cui il Duce era solito affacciarsi. Il ministero della cultura popolare intraprese una serie di operazioni pubblicistiche al fine di esaltare, accanto alle vittorie dell'atleta friulano, la forza la vitalità della razza italiana 3.

Un altro grande successo sportivo, sapientemente sfruttato per finalità propagandistiche, venne rappresentato dalle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, che seppero risollevare gli umori dello sport olimpico italiano, deluso dai risultati ottenuti nel 1928. Se dal punto di vista meramente sportivo l'Italia risultò seconda nel medagliere per nazioni, che arrise agli Stati Uniti, dal punto di vista morale, gli atleti italiani, attraverso un'abile campagna di relazioni pubbliche, seppero conquistare anche il pubblico statunitense, suscitando simpatia e dimostrando eleganza e fierezza che, nella propaganda fascista, si riteneva contraddistinguessero i veri italiani. Numerosi furono gli applausi riscossi già durante la cerimonia d'apertura mentre gli atleti intonarono Giovinezza e non risparmiarono il saluto romano davanti alle tribune d'onore. La stampa del tempo riferì, addirittura, di un coro cosmopolita proveniente dalle tribune che acclamò il passaggio della squadra italiana gridando:

Mussolini's boys, Mussolini's boys (4).

Un altro esempio di sfruttamento dello sport a fini propagandistici è rappresentato dalla maniera in cui fu gestita la campagna relativa alla Coppa del Mondo di calcio del 1934 5.

L'organizzazione dei Mondiali di calcio in Italia rappresentava, comprensibilmente, una vetrina di strategica importanza per il Fascismo che, in tal modo, avrebbe avuto occasione di dare visibilità al mondo della propria organizzazione interna e del proprio benessere. A questo aspetto si aggiungeva la pressante necessità che la squadra italiana dimostrasse la propria incontrastata superiorità e mantenesse in casa il successo. A tal fine Mussolini istituì un comitato speciale con il fine di condurre il Paese alla conquista dell'ambito titolo alla cui direzione pose il generale della milizia fascista Giorgio Vaccaro. Riguardo la politica di reperimento dei giocatori per la squadra nazionale del 1934 si alzarono numerose polemiche poiché, eludendo una normativa che vietava di ingaggiare atleti stranieri nelle squadre nazionali, si fece ricorso a numerosi giocatori argentini, portati in Italia e naturalizzati. La spasmodica ricerca del titolo da parte del Duce dette così i propri frutti e la Coppa del Mondo del 1934 arrise agli italiani e poté essere difesa anche nell'edizione successiva disputata a Parigi nel 1938. (6)

La grande ambizione del regime fascista, che non riuscì ad essere appagata, fu quella di ospitare a Roma i Giochi Olimpici. Fallita l'opportunità di ospitare l'Olimpiade del 1908, essenzialmente per la scarsa volontà politica, fin dal 1935 Mussolini si era fatto promotore della candidatura italiana per ospitare i Giochi del 1940, con ‘intenzione di associare l'evento all'Esposizione Universale che, prevista per il 1941 e posticipata al 1942, doveva avere la grandiosa finalità di celebrare il ventesimo anniversario del regime. A tal fine sin dal 1927 si erano predisposti consistenti interventi edilizi finalizzati a predisporre le infrastrutture da adibire agli eventi, cercando di istituire una sorta di città dello sport nella parte settentrionale della città.

Qualche anno dopo, nel dicembre del 1936, venne istituito l'ente EUR per predisporre le strutture atte ad ospitare l'Esposizione Universale. Tuttavia, a causa dello scoppio della guerra, l'esposizione non ebbe mai luogo, sebbene il complesso architettonico vide egualmente la luce, rappresentando un'imponente impresa edilizia del regime. (7)

Un momento di evidente strumentalizzazione dello sport alle esigenze della politica estera si toccò, altresì, all'indomani dell'invasione dell'Etiopia 8. Conseguentemente al ricorso alla Società delle Nazioni da parte dell'Etiopia, che denunciava in tal modo l'aggressione subita, l'organizzazione internazionale decretò di applicare delle sanzioni contro l'Italia, marcando così il proprio dissenso nei confronti dell'atto compiuto dalle truppe italiane nel Corno d'Africa. La reazione dello sport italiano a tale decisione fu netta poiché ritenne impossibile continuare a mantenere rapporti sportivi amichevoli con quei paesi che avevano espresso, in maniera così chiara, l'intento di colpire l'economia e il prestigio del Paese. Le varie federazioni reagirono in maniera diversa, disponendo che gli atleti non usassero materiali provenienti da paesi sanzionasti, proponendo una reazione uguale e contraria a quella attuata con le sanzioni della Società delle Nazioni.