Arti marziali e lotta nella cultura occidentale
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Arti marziali e lotta nella cultura occidentale

Lo sviluppo delle arti da combattimento nel mondo occidentale differisce radicalmente da quanto avvenuto in Oriente. Arti marziali e lotta, in Occidente, sono privi di connotazione ideologica. Storia dello sport

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Arti marziali e lotta nella cultura occidentale

La storia delle arti da combattimento ha sempre avuto due facce: quella militare e quella sportiva, retaggio delle due attività da cui queste discipline derivano. Le arti marziali nascono infatti da due attività fondamentali sin dalle prime orde umane: la caccia e la difesa del territorio. La prima ha a che fare con il rapporto dell'uomo con l'ambiente, mentre la seconda riguarda i rapporti tra gli uomini.

In entrambi i casi, privo di armi naturali obiettivamente pericolose, l'uomo dovette ricorrere allo sviluppo tecnologico per la sopravvivenza. Le prime selci malamente scheggiate segnano l'inizio della storia tecnologica della specie umana, che è coincisa con la storia delle sue attività belliche. Nell'epoca che ha preceduto la nascita dell'allevamento e dell'agricoltura, cioè la massima parte della vita umana, l'episodio che ha probabilmente più contribuito allo sviluppo delle tecniche marziali è stato lo scontro tra l'homo sapiens sapiens e i suoi simili (50.000 anni fa). La sopravvivenza della specie umana dovette dipendere anche in quel caso dalla produzione di nuove tecniche (nuove armi, nuove tattiche) volte a supplire alle carenze fisiche del corpo umano.

Con lo svilupparsi di tribù più numerose, e con l'inizio di una divisione tecnica del lavoro, le attività belliche cominciarono a diventare un mestiere particolare. Tuttavia, fino alla nascita dello Stato, ovvero sino a poche migliaia di anni fa, la guerra rimase un'attività collettiva, condotta da tutti al pari di ogni altra attività della tribù. Nessuno veniva pagato per combattere (non esistevano soldati, ovvero "uomini assoldati" ), ma quando occorreva, l'intera popolazione entrava in guerra. Tuttavia, gli scontri tra le tribù o i regolamenti di conti all'interno dei clan gentilizi costituivano un peso notevole per una popolazione numericamente esigua e con una mortalità elevata.

Per questo, si svilupparono metodi per risolvere le controversie senza esiti mortali. Le arti marziali, le danze ritualizzate, vennero create a questo scopo. Si trattava di combattimenti (per lo più a mani nude) piuttosto violenti, ma comunque "controllati", proprio come gli scontri tra gli adulti di molte altre specie di mammiferi. Attorno a questi combattimenti ritualizzati si raccoglieva tutta la tribù. Si trattò della prima forma di disciplina marziale sportiva, dove la lotta non era mortale e il divertimento assicurato. Possiamo immaginare che ogni tribù sviluppasse delle tecniche leggermente differenti, ma la forza fisica, il coraggio e l'esperienza erano i requisiti fondamentali in questo genere di agoni, non certo qualche mossa segreta.

Il salto di qualità delle arti marziali venne con la nascita delle classi guerriere nello "Stato" all'incirca 30.000-10.000 anni fa (Egitto). Per la prima volta nella storia umana, si sviluppò un apparato militare permanente e separato dalla popolazione. Il diritto di proprietà individuale, che privava una quota crescente della popolazione dei mezzi di sussistenza (ai tempi, essenzialmente la terra) spingendola verso la schiavitù, doveva essere garantito con le armi. Occorreva difendere la proprietà dai nemici esterni (difesa del territorio statale) e interni (gli oppressi). Per questo la nascita dello "Stato" comportava l'esclusivo diritto alla violenza da parte dell'esercito, a difesa dei rapporti di proprietà dominanti.

Gli episodi di divieto di porto d'arma sono antichi quanto lo Stato stesso e conducono inevitabilmente allo sviluppo di tecniche di combattimento a mani nude. Essi sono collegati sia all'occupazione militare di un territorio sia all'oppressione di classe.

Questo spiega perché in ogni epoca lo Stato ha fatto di tutto per convincere o costringere la popolazione a non armarsi, anche quando questo ha comportato la sua stessa distruzione. Un caso simile si ebbe nell'invasione della Cina da parte dei mongoli. La connessione tra guerra e classi è talmente stretta che il termine stesso è militare, derivando dalle classi di armamento dell'antica Roma, dove a ogni classe sociale corrispondeva univocamente un determinato armamento.

La nascita delle classi e dello Stato, relegando la donna alla produzione e conservazione di bambini, comportò anche l'eliminazione dello sport femminile e dunque della pratica delle arti marziali da parte delle donne. Quando il potere e la proprietà divennero esclusive dei maschi ricchi, alle donne fu concesso tutto al più di assistere ai combattimenti maschili.

Se per gli eserciti contavano molto di più la tecnologia delle armi, la perizia tattica dei comandanti e la motivazione degli uomini, l'arte del combattimento si andò affinando in ambito sportivo. Basti pensare alla cultura ellenica della gara, della competizione sportiva, la quale era una componente essenziale di tale società e che viene ritrovata nella produzione mitologica e letteraria greca (1500 a.C. circa).

Riassumendo si possono denotare sei caratteristiche fondamentali che denotano lo spirito agonistico greco:

  • la sfida: essa risulta indispensabile per dar luogo alla competizione attraverso la provocazione di uno dei due contendenti
  • l'agonismo: i due contendenti sono al tempo stesso contrapposti eppure si trovano nella stessa condizione
  • la posta in gioco: requisito indispensabile per motivare gli atleti
  • la métis: ovvero la competizione è determinata soprattutto dall'uso dell'astuzia e dell'intelligenza
  • l'onore e la gloria: il primo può essere visto come segno materiale o immateriale, il secondo come segno verbale del merito
  • l'oblio e il biasimo: ovvero il risultato negativo della competizione che poteva portare al conseguimento dell'oblio come morte spirituale dell'atleta e del biasimo come effetto di una condotta di gara poco valida

Il pugilato, la lotta libera (pancrazio) erano attività popolari nella Grecia classica e fecero parte delle Olimpiadi sin dall'inizio. Dai racconti degli storici greci possiamo dedurre che con il pancrazio, dove era ammesso ogni tipo di colpo, i Greci avessero raggiunto un livello tecnico eccellente. Probabilmente, i lottatori delle discipline più estreme di oggi (dal "vale tudo" al sambo) avrebbero poco da insegnare ai Lottatori della Grecia classica, in termini di tecnica, astuzia, ferocia, e probabilmente persino nelle tecniche di allenamento.

La trasposizione romana del pancrazio alterò lo spirito originale della disciplina, riducendola a pura brutalità. Vennero introdotti i cesti (una sorta di guanti fatti di lacci di cuoio con borchie in metallo) che procuravano ferite gravi, trasformando l'arte della lotta in uno spettacolo gladiatorio. D'altronde Roma divenne famosa proprio per questi spettacoli, in cui centinaia di schiavi, spesso prigionieri di guerra o rivoltosi, venivano fatti combattere l'uno contro l'altro o contro animali feroci.

Lo sport del combattimento venne coltivato durante il medioevo soprattutto dai cavalieri, che quando non combattevano per lavoro combattevano per diletto, nelle "giostre" (a partire dal X secolo d.C.). In quell'epoca, lo sviluppo di tecniche sofisticate nel combattimento corpo a corpo divenne una questione di vita o di morte, anche perché durante il medioevo lo Stato non aveva un controllo completo sugli episodi di violenza scaturiti soprattutto dalle rivolte contadine.

Analogamente ai cavalieri occidentali, caste di combattenti si svilupparono in ogni regione in cui prevalsero rapporti di produzione analoghi (Giappone, Cina, sud est asiatico, ecc.), con un'ideologia simile (il codice d'onore dei cavalieri occidentali e dei samurai è praticamente lo stesso).

La differenza venne dal ritmo di sviluppo impresso dal capitalismo all'occidente. La crescita delle forze produttive portò allo sviluppo di nuove tecnologie (soprattutto la polvere da sparo e poi armi da fuoco sempre più affidabili) che ridussero via via il ruolo della tecnica individuale. Proprio come gli artigiani vennero distrutti dalle fabbriche della rivoluzione industriale, i cavalieri vennero schiacciati dall'artiglieria a partire dal XIII secolo d.C.

Una combinazione di eventi storici tenne l'Asia lontano da questi sviluppi tecnologici. Nel caso giapponese, la struttura di classe della società ebbe un effetto decisivo. Nel XVII secolo in Giappone si producevano armi da fuoco in quantità e qualità maggiori che in Europa. Ma la casta dei guerrieri, guidata dallo Shogun, che aveva di fatto esautorato il potere imperiale, vide correttamente nelle armi da fuoco un pericolo. Per formare un samurai ci volevano anni, ma qualunque contadino avrebbe imparato a sparare in una settimana. I fucili avrebbero condotto alla fine del potere dello Shogun nel giro di pochi anni e i fucili vennero banditi, condannando il Giappone, di lì a qualche secolo, all'umiliazione dell'apertura forzata alle merci occidentali.

Ancora nell'Ottocento, quando in Europa la guerra si basava su moltitudini di uomini armati di fucili e cannoni, e, per mare, sulle cannoniere, in Giappone i samurai reprimevano i contadini a colpi di katana. Quando gli eserciti e le navi europee arrivarono a contatto con queste civiltà, ne trassero sempre le stesse impressioni: si trattava di uomini di coraggio e perizia immensi che però nulla potevano di fronte alla superiore tecnica e tattica degli invasori.

Seppure con qualche episodio eroico di resistenza, i popoli di tutto il mondo, dagli indios latinoamericani ai filippini, dagli africani alle tribù di indiani del Nord America, per finire con gli imperi cinese e indiano, vennero piegati alle esigenze mercantili dell'imperialismo europeo, basti pensare alla guerra dell'oppio tra impero britannico e Cina.

Con l'avvento della produzione in serie delle armi da fuoco, il combattimento ravvicinato cessò di avere un interesse per gli eserciti. Se si escludono alcuni corpi speciali, commando, agenti segreti ecc., ai quali è necessario avere cognizioni di combattimento corpo a corpo, i soldati degli ultimi due secoli possono tranquillamente ignorare qualunque arte marziale.

Diversa è invece la situazione delle arti marziali sportive. Nel XIX secolo Le giostre medievali non ci sono più, il Colosseo è solo un'attrazione per turisti, ma la lotta per divertimento non ha cessato di interessare l'uomo. Nel quindicesimo secolo si stabilirono nei paesi anglosassoni personaggi con il titolo di "maestri della nobile arte dell'autodifesa", i quali insegnavano ai civili e ai soldati. In seguito, alcuni di loro ottennero un riconoscimento ufficiale con un decreto del re Enrico VIII. Si sa poco di questi maestri nel fare a pugni, ma sembra che la loro tradizione sia sopravvissuta in Gran Bretagna fino all'inizio del XVIII secolo.

Tra il 1719 e il 1733 grazie al contributo di un istruttore di nome James Figg, a Londra nasce il pugilato, tradizione sportiva che si diffonderà in seguito in tutto il mondo. Sempre in questo periodo nacque l'idea di usare spade leggere a scopo sportivo, dando luogo alla scherma.

In generale, le arti marziali europee sono sempre state prive di contenuto ideologico. Inoltre, non hanno mai avuto contatti con la medicina come in Oriente.

In Francia nel diciannovesimo secolo nacque una disciplina originariamente chiamata chausson che fu in seguito perfezionata e ribattezzata "boxe francese". Si pensa che derivi da un'arte marziale popolare in cui si potevano utilizzare calci,pugni e sgambetti. Le tecniche di questo sport sono molto simili a quelle del Karate e si pensa che sia stata influenzato dall'arrivo delle arti asiatiche in Europa.

Esiste un numero incredibile di stili diversi di lotta. Solo in Gran Bretagna vengono ancora praticati almeno cinque stili regionali diversi, oltre alla lotta libera e a quella greco-romana, internazionalmente riconosciute. In Russia troviamo uno stile di lotta chiamato "sambo", ma anche la Turchia, la Svizzera, l'Iran, l'Islanda e molti altri paesi hanno sviluppato stili nazionali distinti.

La storia ci fornisce dunque tre fonti e tre parti integranti del combattimento corpo a corpo. Ci sono quelle che vengono definite arti marziali, gli sport da combattimento e le tecniche di combattimento militare.