Ju-Jitsu: filosofia e leggenda
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Ju-Jitsu: filosofia e leggenda

La leggenda del fondatore Shirobei Akiyama e del salice innevato: una metafora che racconta come la Dolce Arte la forza della quale si necessita proviene quasi esclusivamente dal proprio avversario

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Ju-Jitsu: filosofia e leggenda

Per poter comprendere appieno ogni sfaccettatura delle tecniche e dei metodi del Ju-Jitsu è fondamentale conoscere i principi cardine che ne sono alla base. Se da un lato si tratta di valori puramente metodologici e tecnico-tattici che possiedono una grande efficienza funzionale, dall'altro rivestono una grande importanza anche gli aspetti filosofici, etici e morali insiti nell'etimologia stessa della parola.

Consideriamo dunque il significato del termine: Ju-Jitsu è tradotto letteralmente come "Tecnica della cedevolezza o della flessibilità" o più comunemente "Dolce Arte". Il suo nome deriva da due ideogrammi. Ju (o "Jiu" secondo una traslitterazione più antica) che ha in sé il principio di "flessibile", "cedevole", "morbido" intesi come capacità di adattamento all'avversario e alle circostanze. L'ideogramma Jitsu (o "Jutsu") ha valore di "scienza", "arte", "tecnica" o "pratica" riferendosi allo studio delle tecniche di combattimento.

Da sempre la filosofia giapponese fa riferimento alla mitologia per spiegare in modo chiaro questo principio, e la leggenda in questione ha uno stretto collegamento con la prima ipotesi circa l'origine del Ju-Jitsu.

Esisteva un tempo, molti secoli fa, un medico di nome Shirobei Akiyama. Egli, dopo aver studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, decise di intraprendere vari viaggi in Cina per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza successo. Contrariato, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare. Grazie a questo soggiorno Shirobei Akiyama conobbe una vasta quantità di tecniche nuove tipiche dei combattimenti e delle Arti Marziali cinesi. Un giorno, durante un'abbondante nevicata, il medico osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti, che erano così rimasti spogli. Lo sguardo gli si posò allora su un albero che al contrario era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere e riprendendo subito la primitiva posizione.

Questo fatto impressionò molto il bravo Akiyama il quale, intuendo l'importanza del principio della non resistenza, lo applicò alle tecniche che stava studiando. Diede così origine ad una delle scuole più antiche di Ju-Jitsu tradizionale, la Yoshin Ryu che tradotta significa infatti : "Scuola dello spirito del salice".

L'ideogramma "Ju" ha fin da tempi molto lontani una vasta letteratura e la sua interpretazione si collega e si fonde alle teorie del Taoismo e della filosofia cinese. La filosofia di Lao-tse, fondatore del Taoismo, seguiva dei principi secondo cui due opposti (bene-male, luce-ombra, buono-cattivo ecc.) vivono sempre in complementarietà, quindi l'essere in atto e in potenza di uno dipende esclusivamente dall'altro. Ne deriva che la forza sta nella debolezza, ed il beneficio sta non nel contrastare l'avversario, ma nell'assecondarlo e cedere alla sua forza. Un analogo concetto deriva dall'aforisma giapponese: "Hey yo shin kore do", ovvero "Il morbido vince il duro".

Tutto ciò spiega perché, mentre le varie Arti Marziali o da combattimento dei Samurai prendevano generalmente il nome del mezzo o dell'arma usata e davano importanza esclusivamente alla forza di cui si disponeva, per il Ju-Jitsu fu fatta un'eccezione.

I vari Ryu vollero introdurre il nuovo termine "Ju" sul principio che "la gentilezza può controllare la forza". Nel Ju-Jitsu, infatti, la forza della quale si necessita proviene quasi esclusivamente dal proprio avversario: più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro di noi. Essendo un'arte completa, è stato spesso deviato dalla sua forma più pura e più bella di Arte Marziale in quanto è stato anche divulgato e rappresentato come "micidiale arte di difesa e di attacco" ragion per cui i Dojo (gli spazi in cui si svolgono gli allenamenti di Arti Marziali) si riempivano di praticanti che volevano imparare a combattere per poter dimostrare la loro bravura negli scontri fisici; mentre nel Ju-Jitsu ci si piega all'avversario, lo si incontra nelle tecniche, in maniera tale che il nostro corpo non serva come mezzo d'impatto per la sua forza, ma anzi ne annulli l'energia seguendone l'andamento.

Non si deve però cadere in false interpretazioni; secondo questo concetto la Dolce Arte potrebbe essere considerata come un combattimento in totale assenza di forza, il che è evidentemente un'esagerazione. Nel Ju-Jitsu classico la forza del combattente è necessaria e importante; del resto il principio della "cedevolezza" prevede di usare la giusta quantità di forza nel momento più conveniente al fine di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

La chiave dell'intera disciplina sta dunque nell'applicare una giusta dose di energia e una determinata tecnica con flessibilità e morbidezza proprio nell'ultimo istante dell'attacco, cercando di cogliere il nemico impreparato proprio nel momento in cui non si accorge di una difesa e perciò, non equilibrato e meno pronto alla reazione, trova davanti a sé il vuoto.

Il Ju-Jitsu ha un concetto della forza differente. Mai nessuna tecnica tende al rafforzamento e allo sviluppo muscolare, anzi lo si evita. Se così non fosse andrebbe a discapito dell'elasticità della tecnica e del movimento e impedirebbe lo studio dell'energia interna attraverso la ricerca dell'armonia, della morbidezza e della gentilezza che sono prerogative indispensabili per lo studio di quest'antichissima "Dolce Arte".