Storia del Ju-Jitsu
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Storia del Ju-Jitsu

Le ipotesi più accreditate sulla nascita del Ju-Jitsu. Il ruolo della scuola fondatrice Takenouchi-Ryu. L'età dell'oro nell'era feudale ed i tempi bui della restaurazione Meiji. La rinascita dopo la seconda guerra mondiale

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Storia del Ju-Jitsu

In tutti i paesi del mondo troviamo metodi di lotta di origine antica, volti all'affermazione e alla prevalenza sull'avversario, non sempre accoppiata al naturale senso di giustizia. É il risultato di un istinto comune: quello della conservazione e della sopravvivenza. Lo stesso è avvenuto in Giappone fin dai tempi più remoti.

Il Ju-Jitsu è un'antica arte marziale o forma di combattimento giapponese praticata dai Bushi (guerrieri giapponesi), che se ne servivano per sopraffare o addirittura uccidere i propri avversari a mani nude o con armi facendo ricorso ad una molteplice quantità di tecniche.

Notizie certe relative a questa disciplina si hanno solo a partire dal XVI secolo, quando la Scuola Takenouchi (antica scuola giapponese di Ju-Jitsu) codificò i propri metodi di combattimento combinando varie Arti Marziali giapponesi utilizzate in scontri ravvicinati sul campo di battaglia quando le armi risultavano inutili.

La sua origine è certamente più antica e per venirne a conoscenza dobbiamo inevitabilmente fare riferimento alla mitologia giapponese.

In un paese come il Giappone, la cui storia è segnata da un susseguirsi ininterrotto di guerre tra feudatari, il ruolo del guerriero rivestì una particolare importanza nella cultura popolare, e con esso il Ju-Jitsu. La difesa del territorio, la disputa di una contesa, la protezione offerta dal più forte al più debole sono solo alcuni dei fattori che ne hanno permesso lo sviluppo tecnico, dettato dalla necessità di sopravvivenza; è noto infatti che in Giappone, già tra il 5000 a.C. e i primi secoli dopo Cristo, venivano praticate tecniche di combattimento rudimentali purtroppo legate all'accrescimento delle necessità di offesa e di difesa. Si usava combattere uomo contro uomo lottando corpo a corpo, furono studiati dei metodi speciali per colpire con le mani, le dita, il gomito, il ginocchio, il tallone, il piede e metodi per torcere o spezzare articolazioni in modo da permettere ad una persona disarmata di sottomettere un avversario.

Per il resto l'origine del Ju-Jitsu è in gran parte oscura e senza un fondatore certo; giace quindi nel passato. Non giova alla sua ricostruzione il fatto che nella storia delle Arti Marziali giapponesi le tecniche di combattimento siano state tramandate quasi esclusivamente per via orale e raramente siano stati lasciati documenti scritti.

Preservare la segretezza dell'arte è sempre stato essenziale in tutte le epoche, ma soprattutto quando vennero fondate le prime scuole di Ju-Jitsu, i Ryu: "il Maestro caposcuola" infatti rivelava solo a pochi allievi prescelti (detti Interni) le sue conoscenze e con essi spesso stabiliva un patto di sangue.

Una spinta decisiva allo sviluppo e all'evoluzione del Ju-Jitsu e delle Arti Marziali si fa generalmente risalire ai primi secoli dopo Cristo.

A questo periodo rimandano infatti i primi documenti scritti: una cronaca giapponese del 712 d.C., il "Nihon Shoki" (storia del Giappone scritta per ordine imperiale), fa riferimento all'imperatore Shuinjin il quale organizzò un torneo di "Chikara Kurabe" (gara di forza) per celebrare il settimo anno del suo regno nel 23 a.C. Uno degli incontri terminò con la morte di un lottatore di sumo che fu sbilanciato a terra da un altro combattente.

Anche se non è sicuro che questo "Chikara Kurabe" abbia avuto qualche legame con il Ju-Jitsu, il racconto di questo avvenimento fornisce forse l'unica prova storica importante e autentica dell'esistenza di primordiali tecniche a "mano vuota" dalle quali deriverebbe la lotta tradizionale giapponese.

É anche vero che nel periodo classico la denominazione Ju-Jitsu non era molto diffusa e si dovrà aspettare fino al XVII secolo prima che il termine attuale fosse ufficialmente coniato: prima si parlava di un'antica lotta eseguita a mani nude conosciuta sotto una dozzina di nomi differenti come Tai Jitsu (Arte del corpo), Torite (Mano che cattura), Kogusoku Koshi no Mawari (Presa della spada corta), Kempo (Tecnica di combattimento con colpi), Kumiuchi (Prese corpo a corpo) o semplicemente Yawarajutsu (Arte dell'armonia).

Ipotesi sull'origine del Ju-Jitsu

Sono state avanzate molte ipotesi circa l'esatta provenienza di questa disciplina, tre sono state accettate dagli storici come le più plausibili anche se risalenti al 1000 d.C.

La più conosciuta, alla quale si associa anche una leggenda che fa comprendere il concetto chiave della filosofia di quest'arte marziale, sostiene l'idea della radice cinese, insistendo però sul fatto che fu un cittadino giapponese ad elaborarla. La leggenda narra che il suo mitico inventore molti secoli fa fu un medico di nome Shirobei Akiyama, il quale dopo aver studiato le tecniche di combattimento del suo tempo intraprese molti viaggi in Cina per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza ottenere il risultato sperato. Nonostante ciò in questo periodo assimilò le tecniche di combattimento delle scuole cinesi, che aggiunse al suo bagaglio di nozioni, e più tardi fondò l'Akiyama Yoshin Ryu. Si pensa che la Yoshin Ryu sia stata la prima scuola di Ju-Jitsu dalla quale presero vita e si svilupparono in seguito le altre istituzioni, ognuna con il proprio stile, come: Tenjin Shin'yo-ryu, Shindo Yoshin-ryu, Wado-ryu e Kodokan Judo.

La Yoshin Ryu è tuttora esistente e da 400 anni tramanda tecniche di combattimento a mani nude e con armi in maniera quasi del tutto invariata.

La seconda teoria è che il Ju-Jitsu abbia le sue radici in Cina; nel Celeste Impero erano infatti molto diffuse diverse forme di arte marziale disarmata insegnate in centinaia di scuole. A tale proposito una figura molto importante è quella di un monaco cinese, Chin Gempin (in cinese Chen Yan Pin), che durante il suo soggiorno in Giappone (1644-1648) fu ospitato presso il tempio di Kokuseiji in Azabu Edo (la vecchia Tokyo) e visse nel tempio con tre maestri, Fukuno Shichiroemon, Miura Yojiemon e Isogai Jorozamen. A lui si attribuisce l'insegnamento dell'Arte Marziale cinese a questi tre guerrieri, i quali a loro volta elaborarono un sistema di lotta disarmata fondato su colpi e tecniche già in uso precedentemente, dando così vita ad un metodo completo di difesa personale: il Ju-Jitsu.

La terza teoria, ritenuta la più attendibile dal punto di vista storico, suggerisce che il Ju-Jitsu abbia origini e radici giapponesi. All'inizio del 1500, quando il Giappone assume un regime che asseconda maggiormente l'evolversi dei tempi, tre Arti Marziali assurgono al grado di manifestazioni ufficiali e cerimoniali: il Kyudo (Tiro con l'arco), il Kishi (Tiro con l'arco a cavallo) e il Sumo (lotta corpo a corpo). In tale epoca si narra tuttavia di frequenti lotte intestine che stimolavano l'interesse per la pratica di metodi di combattimento che presero il nome di Arti Marziali.

Una profonda differenziazione degli stili di combattimento volse quindi a separare il Sumo dal Ju-Jitsu.

La scuola fondatrice di tale disciplina fu la Takenouchi-Ryu creata nel 1532 a Sakushu, la quale promuoveva una tecnica che dava molta importanza all'immobilizzazione dell'avversario. Per questo lo stile Takenouchi è ritenuto in Giappone "il padre del Ju-Jitsu".

Proprio grazie a questa scuola e ai suoi metodi si ottiene una vera e propria raccolta e codifica di tutte le tecniche di combattimento e il Ju-Jitsu inizia in questo modo a farsi conoscere progressivamente nello scenario culturale giapponese.

Era feudale: l'età dell'oro

Le Arti Marziali classiche dei guerrieri aristocratici e dei Bushi erano indiscutibilmente metodi armati, essendo nate sui campi di battaglia. Come già accennato precedentemente, nell'età classica e nel Giappone feudale chi usava tecniche di combattimento a mani nude o con armi bianche (bastoni, strumenti agricoli, catene e persino pipe di ferro) era spinto dalla necessità di difendersi oppure si esibiva in lotte rituali e sportive che non avevano l'autodifesa tra le loro finalità. I Samurai combattevano con le spade e per di più in armature che, seppur molto leggere, avrebbero reso lenti e impacciati quei movimenti tipici delle arti della percussione che richiedono invece agilità e rapidità. Inoltre, un colpo sferrato a mano nuda contro un'armatura avrebbe perso la maggior parte della sua efficacia. Il combattimento corpo a corpo aveva dunque una pratica assidua al di fuori della casta dei guerrieri. Ciò non significa che la preparazione militare del guerriero giapponese classico fosse sprovvista di metodi di lotta, ma si preferiva utilizzarli come sussidio e ausilio alla spada: c'era sempre la possibilità che il Bushi rimanesse disarmato durante un combattimento, nel qual caso faceva ricorso al combattimento corpo a corpo.

Nell'epoca feudale e per tutto il Medioevo giapponese il Ju-Jitsu, inteso come disciplina marziale, veniva praticato quasi esclusivamente all'interno di una moltitudine di Ryu, le scuole di Arti Marziali.

Ogni scuola studiava e tramandava il suo Libro o Documento segreto chiamato Densho, che racchiudeva le spiegazioni tecniche segrete di combattimento, dal Soke (fondatore del Ryu) al Sensei (Maestro) e infine al discepolo migliore. Inoltre ciascun Ryu si distingueva per la propria specialità, a seconda dei metodi e delle tecniche di insegnamento; secondo il Bujitsu Ryusoroku (biografia dei fondatori delle scuole delle differenti Arti Marziali) e altri documenti, nel periodo precedente alla fondazione del Judo Kodokan (scuola più importante nel mondo delle Arti Marziali) esistevano circa una ventina di scuole di Ju-Jitsu la differenza tra le quali consisteva principalmente nella specializzazione dei maestri in certe tecniche piuttosto che in altre.

Il momento d'oro del Ju-Jitsu si ha nel periodo dello Shogunato Tokugawa (nome dato al dominio della dinastia di Shogun del Clan Tokugawa, che governò il Giappone dal 1603 al 1868). In questi anni il Giappone conobbe un periodo di relativa pace: non dovendo più mantenere la segretezza, i vari Ryu ebbero la possibilità di organizzarsi e classificare i propri metodi.

Si assiste quindi ad una grande fioritura delle scuole di Ju-Jitsu, tanto che nel pieno dello splendore dell'era Tokugawa si contavano 1000 stili di Ju-Jitsu. Nel 1843 il Bujitsu Ryusoroku fu redatto nuovamente con un totale di 159 scuole importanti in quell'epoca.

Questa disciplina ebbe fortuna sia tra i rappresentanti del popolo, perché la pratica portava ad un arricchimento interiore dell'individuo, che tra i borghesi i quali, dopo l'emendamento del 1588 che vietava l'utilizzo delle armi se non da parte dei Samurai, trovavano nella pratica del Ju-Jitsu quel "sapore guerriero" che era loro altrimenti negato. Nonostante ciò questa disciplina marziale prospera soprattutto con la casta dei Samurai e dei Bushi i quali, proprio perché privi della necessità di combattere e quindi di indossare un'armatura o maneggiare armi, ebbero la possibilità di approfondire meglio tutti i metodi di combattimento a mani nude nelle scuole più complete adattandoli alle loro esigenze.

La fortuna della "Dolce Arte" quindi diventa inscindibilmente legata alla storia dei mitici guerrieri giapponesi che uniscono il nome di questa disciplina con la loro fama. Ecco perché ancora oggi il Ju-Jitsu è conosciuto in tutto il mondo come "l'Arte dei Samurai".

La restaurazione Meiji ed il declino del Ju-Jitsu

Le scuole di Ju-Jitsu prosperarono fino alla restaurazione imperiale Meiji (1868), quando l'isolamento del Giappone medievale venne rotto e la nazione fu costretta ad aprirsi al commercio con l'Occidente, nonché alla cultura occidentale. La caduta dell'ultimo Shogun e il conseguente restauro del potere imperiale causarono grandi sconvolgimenti nella vita del popolo: i giapponesi, che fino a quel momento avevano vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, ora si volgevano avidamente verso la cultura occidentale che li stava "invadendo". Quando nel 1876 un'ordinanza proibì di portare la spada a tutti i Samurai, le scuole di Ju-Jitsu, che fino ad allora erano state finanziate dai ricchi clan di guerrieri, non poterono più godere dei privilegi di cui avevano usufruito e quindi cominciarono a decadere.

Il nuovo corso vide la scomparsa della classe sociale dei Samurai, che avevano dominato il Giappone per quasi mille anni, e il Ju-Jitsu da nobile che era scomparve insieme ad essi; i numerosi Ryu allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi ed i pochi rimasti erano frequentati da gente dedita a combattere per denaro, persone rozze e spesso coinvolte in crimini. Questo aspetto in particolare influenzò negativamente il giudizio del popolo nei confronti del Ju-Jitsu visto come strumento di sopraffazione e violenza. In un diffuso clima di rigetto per tutto ciò che apparteneva al passato l'Imperatore Melse emanò un decreto che proibiva di praticare il Ju-Jitsu dichiarandolo un crimine.

La diffusione delle armi da fuoco fece il resto: il declino del Ju-Jitsu era in atto.

Tuttavia alcuni maestri, tra i quali il grande Maestro Inoue, continuarono a praticare la loro arte in segreto o spostandosi nei paesi vicini, permettendo allo stile di continuare a sopravvivere. Fu proprio durante questo periodo di oppressione che i primi esponenti giapponesi dell'arte dei Samurai arrivarono in Inghilterra. Il Ju-Jitsu continuò a vivere grazie a quanti, principalmente commercianti e militari, viaggiando per il Giappone a partire dall'era Meiji, lo appresero reimportandolo nel paese d'origine.

Inoltre durante il periodo della cosiddetta Restaurazione Meiji si affermò in modo esponenziale in Giappone il nuovo Ju-Jitsu ideato dal Maestro Jigoro Kano con il nome di Judo, che si proponeva come metodo educativo, insegnato nelle scuole come educazione fisica ed inserito nei programmi di addestramento della polizia giapponese. E proprio il Judo, se da una parte prevalse affascinando la popolazione, dall'altra contribuì alla non totale scomparsa del Ju-Jitsu diventando un ponte di collegamento con il passato e con la tradizione.

La rinascita del Ju-Jitsu nel secondo dopoguerra

Il Ju-Jitsu si riaffermò come disciplina marziale conosciuta in tutto il mondo nel secondo dopoguerra grazie all'evoluzione sportiva subita dal Judo. I Ryu rinacquero con uno spirito nuovo di studio per la tradizione e per la vita, riprendendo i concetti filosofici di mutua prosperità e pace già tramandati in precedenza e abbinandoli con la ferrea opposizione alla violenza e alla morte. Sempre in questo periodo, gli occidentali svilupparono un profondo interesse per quest'arte che ritenevano di grande utilità in campo militare.

Il precedente susseguirsi di azioni belliche vide i soldati nipponici usare le tecniche proprie delle Arti Marziali, quelle vecchie del Ju-Jitsu e quelle nuove del metodo Kano, specialmente nel combattimento ravvicinato. Le numerose navi occidentali nei mari della Cina non poterono fare a meno di constatare la bravura dei giapponesi e quindi misero in risalto l'applicazione del Ju-Jitsu sul campo di battaglia conferendogli un valore di prodigiosa efficienza che meritava di essere conosciuta.

Il Ju-Jitsu perciò si rigenerò tornando ad essere apprezzato come disciplina non solo marziale ma di vita e ritrovando quei valori morali ed etici che si erano persi nel tempo. Come tutte le altre Arti Marziali è approdato allo spirito del "Do", la "Via" attraverso la quale il praticante migliora se stesso fisicamente e spiritualmente. Nel caso particolare del Ju-Jitsu tuttavia, negli ultimi decenni si è iniziato a riconsiderare anche l'aspetto relativo all'autodifesa. I Ryu infatti sono in continua evoluzione e il perfezionamento degli stili non deriva più solo da uno spirito di miglioramento ma ha assunto anche, come in passato, l'esigenza di rispondere a richieste e compiti specifici, come nel caso della polizia o dei corpi speciali.

Negli ultimi anni il Ju-Jitsu è così diventato il più diffuso e importante sistema di difesa personale del mondo.