Salto triplo: tecnica della rincorsa
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Salto triplo: tecnica della rincorsa

Le fasi della rincorsa nel salto triplo. La suddivisione tra saltatori velocisti e saltatori di potenza. Analisi degli ultimi 2 appoggi della rincorsa. Tecniche di controllo della rincorsa

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Salto triplo: tecnica della rincorsa

La rincorsa può essere divisa in tre fasi (Krejer 1982):

  • La partenza avviene da un segno standardizzato. Nei primi 4 – 6 appoggi, l'atleta ricerca da subito una corretta ritmica e frequenza della corsa. Si ha una marcata inclinazione del busto in avanti e un'azione potente delle braccia.
  • La parte centrale, in cui l'atleta accentua la rotondità della corsa, per permettere un corretto posizionamento degli appoggi, e prosegue nell'accelerazione, raggiungendo il 90-95% della massima velocità controllabile. Il busto si raddrizza.
  • Gli ultimi 6-8 appoggi, in cui si ha un ulteriore incremento della frequenza dei passi, e un'accelerazione finale, che ha il suo culmine negli ultimi tre appoggi, per raggiungere la massima velocità orizzontale controllabile.

Un concetto fondamentale per l'esecuzione di una rincorsa corretta è quello di una graduale accelerazione (Tellez & James 2000). Uno degli errori più frequenti da parte di principianti, infatti, è di accelerare troppo in fretta. Così facendo la massima velocità viene raggiunta troppo in anticipo e si ha perciò una decelerazione prima dello stacco.

Krejer (1982) trovò che i saltatori d'alto livello, per quel che concerne la rincorsa, fossero classificabili in due tipologie:

  • Velocisti: un avvio veloce (massimo 3-4 appoggi), seguìto dal raggiungimento e dal mantenimento di una velocità quasi massimale nella fase centrale della rincorsa. L'accelerazione finale è raggiunta incrementando la frequenza degli appoggi, e negli ultimi 30 m si ha un incremento dall'87% al 100% della velocità orizzontale.
  • Di potenza: un avvio rilassato con una graduale accelerazione nella parte centrale della rincorsa e un'accelerazione massimale negli appoggi finali, dall'82% al 100% della velocità orizzontale.

Anche se una simile suddivisione potrebbe rivelarsi in qualche modo utile dal punto di vista pratico, non è data però alcuna classificazione formale delle due categorie (Hay 1992).

Gli ultimi due appoggi

Per le loro peculiari caratteristiche e per la loro fondamentale importanza per una corretta ed efficace transizione dalla rincorsa allo stacco verrà effettuata di seguito un'analisi degli ultimi due appoggi della rincorsa.

Myers (1989) e Tellez & James (2000) sostengono che, per uno stacco efficace, il penultimo appoggio dovrebbe essere più lungo rispetto agli altri eseguiti fino a quel momento. Questo per consentire un notevole abbassamento del CdG, che permette l'esecuzione di un'azione di "caricamento", garantita dal prestiramento attivo dei muscoli della gamba.

L'ultimo appoggio, invece, deve essere più breve, per consentire un rapido innalzamento del CdG, un appoggio attivo e uno sfruttamento maggiore della velocità verticale. Qui il piegamento della gamba è minimo, essa è quasi completamente estesa. Anche Song & Ryu (2011) affermano che quando l'appoggio finale è corto l'altezza del centro di gravità cresce, e questo consente all'atleta di eseguire un hop più radente e veloce.

Diversi studi sui parametri biomeccanici di atleti partecipanti a finali mondiali (Brüggeman & Arampatzis 1997, Kyrolainen et al. 2005, Mendoza & Nixdorf 2009, Sang Yeon & Yong Woon 2011) hanno dimostrato che la massima velocità orizzontale veniva raggiunta nel corso dell'ultimo appoggio e che questo aveva una lunghezza minore rispetto al penultimo (Tabella 1).

Media con DS
Tabella 1 - Media, con DS, dei valori della velocità (in ms-1) e della lunghezza (in m) del penultimo e dell'ultimo appoggio. Si noti come l'ultimo appoggio sia in tutti i casi il più breve e quello dove si raggiunge la velocità orizzontale maggiore.

Il fattore principale è però rappresentato dal ritmo degli ultimi due appoggi: in questo frangente dev'esserci un'accelerazione finale, con un ulteriore incremento nella frequenza e perciò il raggiungimento, in concomitanza dello stacco, della massima velocità orizzontale controllabile.

Hay (1992), citando dati di analisi effettuate sui finalisti del salto triplo alle Olimpiadi di Seoul nel 1988, mostrò invece come negli ultimi tre appoggi la velocità rimanesse inalterata. Egli riportò infatti valori di 10.05, 10.16 e 10.06 m/s rispettivamente per il terz'ultimo, il penultimo e l'ultimo appoggio. L'azione degli ultimi tre appoggi presa qui in esame non era perciò la più efficace dal punto di vista biomeccanico.

A supporto della tesi precedentemente espressa vanno però sia Portnoy (1995) che Coh & Kugovnik (2011) (Tabella 2), che hanno rilevato, con due studi separati su due diversi atleti, le velocità orizzontali da 11 a 6 m e da 6 a 1 m dalla zona di stacco. Essi mostrano come la parte decisiva dell'accelerazione finale avvenga negli ultimi 5-6 metri, corrispondenti agli ultimi 2-3 appoggi. Tutto questo a testimoniare quanto, negli ultimi anni, il salto triplo si stia indirizzando verso un'esecuzione più veloce e un più efficace sfruttamento della velocità orizzontale.

È importante infine sottolineare il fatto che il corpo va preparato in maniera corretta per lo stacco, in quanto l'azione qui è molto differente rispetto alla normale corsa.

Velocità orizzontale
Tabella 2 - Velocità orizzontale da 11 a 6 m e da 6 a 1 m negli studi di Portnoy (1995) e Coh & Kugovnik (2011).

Tecniche di controllo della rincorsa

Sebbene si pensi che l'atleta, durante la rincorsa, possegga un modello di corsa che si può definire automatizzato Lee et al. (1982), Hay & Koh (1988) e Hay (1993) hanno dimostrato, nei loro studi su saltatori in lungo d'elite, un diverso comportamento.

  • Una prima parte (dall'inizio fino circa al quint'ultimo appoggio) in cui l'atleta, accelerando, utilizza un modello di corsa stereotipato, con un controllo programmato e automatizzato. Infatti, nella prima parte della rincorsa, si accumulano progressivamente, nella maggior parte dei tentativi, dei piccoli errori.
  • Una seconda parte (dal quint'ultimo appoggio fino allo stacco) in cui l'atleta si accorge, in caso questo avvenga, di non essere nella posizione corretta rispetto all'asse di battuta. Inizia così a modificare la lunghezza degli appoggi, utilizzando il suo sistema visuo-percettivo.

Nella prima parte si ha perciò un modello programmato, nella seconda un modello di controllo visivo.

Un utile mezzo di controllo della rincorsa è rappresentato da un segno, posto a circa 6-8 appoggi dallo stacco. Se l'atleta, all'appoggio considerato, arriva davanti ad esso allora per posizionare correttamente il piede sull'asse di battuta dovrà ridurre l'ampiezza del passo, e viceversa.