Appunti dal convegno internazionale Isokinetic
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Appunti dal convegno internazionale Isokinetic

Nei giorni scorsi si è tenuto il Congresso Internazionale di Riabilitazione Sportiva e Traumatologia della Isokinetic Medical. Il dottor Davide Serpe ha avuto il privilegio di partecipare ed intende condividere con i nostri lettori alcune riflessioni

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Appunti dal convegno internazionale Isokinetic

Si è tenuto a Milano uno degli eventi annuali più importanti nell'ambito della riabilitazione sportiva e traumatologia, con relatori di livello mondiale tutti fortemente vicini al contesto sportivo e agonistico. Ciò che ha fatto da comune denominatore (soprattutto nella giornata di lunedì nella quale si è svolto il secondo Science of Football Summit) sono state le varie strategie e metodologie di allenamento in chiave preventiva.

È stato sottolineato, se mai ce ne fosse ulteriormente bisogno, che nella maggior parte degli sport la zona anatomica maggiormente colpita da lesione sono gli ischiocrurali seguiti dai muscoli adduttori e dal polpaccio. Ovviamente come si può facilmente intuire dal titolo il Summit era contestualizzato al calcio, ma gli spunti pratici e le riflessioni proposte dai relatori sono sicuramente stimolanti per tutti gli operatori del settore (anche perché sul palco sono intervenuti Professori di Fisiologia, Chirurghi, Ortopedici oltre che ovviamente Preparatori Atletici).

Cercherò di fare una scaletta riassuntiva dei punti a mio avviso importanti e di interesse comune:

1. Allenamento del core

Questa zona anatomica è di fondamentale importanza e va stimolata ed allenata almeno due-tre volte la settimana. Le modalità di lavoro sono innumerevoli così come gli attrezzi a disposizione sul mercato; ma basta avere conoscenza della materia e si possono proporre ottimi esercizi a corpo libero (la NonSoloFitness Editrice ha pubblicato un volume sull'argomento, intitolato proprio "L'allenamento del CORE ndr).

2. Propriocezione

In questo caso risulta importante stimolare la parte sensoriale dell'atleta e proporre esercizi che mettano in crisi l'equilibrio. Anche per la propriocezione le proposte sono illimitate e secondo me, ad un certo punto, queste devono avvicinarsi il più possibile al gesto tecnico-motorio-biomeccanico dell'atleta considerato. Faccio un esempio per rendere il concetto più chiaro: a coppie, un atleta su un bosu dovrà colpire la palla di testa, di piede, con stop e passaggio al compagno posto di fronte. Questa è solo una delle tantissime opzioni di lavoro, vi consiglio di proporre esercitazioni di difficoltà crescente e sempre correlate col modello prestativo e biomeccanico della vostra disciplina sportiva.

Nelle fasi iniziali di un'ipotetica riabilitazione dell'atleta ovviamente bisogna avere come unico obiettivo la ripresa della funzionalità dell'articolazione colpita da lesione, solo successivamente inserire l'attrezzo di gioco e rendere specifiche le proposte. Interessante proporre, sempre in ottica preventiva e con la giusta modalità, quei gesti tecnici-motori che in partita rischiano di essere fatali per l'atleta proprio per abituare il sistema neuromuscolare a reagire nella maniera opportuna nell'eventualità ciò dovesse capitare. Benissimo tutti quegli esercizi con gli elastici, anche in questo caso con la possibilità di proporre esercizi sia a secco che con l'attrezzo.

3. Lavoro sui cambi di direzione

Molto interessante l'intervento del Professor Sassi (Responsabile dei preparatori atletici della Juventus) sulla modalità di allenamento in chiave preventiva dei cambi di direzione. Ha sottolineato come abbiano eliminato i balzi sostituendoli con questa metodologia di allenamento; da un suo studio è emerso quanto la componente eccentrica sia stimolata in maniera notevolmente maggiore rispetto ad esempio al CMJ (Counter Movement Jump) o allo SJ (Squat Jump). Inoltre sono meno traumatici a livello lombare e biomeccanicamente molto più vicini alla motricità tipica del calciatore, costituita da scatti brevi ed intensi. Ciò in effetti è inconfutabile e basta guardare una partita di alto livello per constatare quanti cambi di direzione ad altissima intensità eseguano i giocatori. Tra l'altro uno dei casi tipici di lesione muscolare al distretto degli hamstring è proprio durante uno scatto breve e potente. Quindi, dal suo punto di vista col quale concordo pienamente, sarebbe opportuno inserire delle sessioni sui cambi di direzione con angoli di lavoro sempre differenti, tutto ciò per rendere la proposta altamente specifica del modello fisiologico e prestativo.

4. Stretching dinamico

Qui si rischierebbe di aprire una diatriba quasi infinita… per riassumere il tutto lo stretching dinamico pare sia più funzionale e preventivo dello stretching statico.

Con ciò non voglio assolutamente sostenere che lo statico non serva sia chiaro, ma che bisogna contestualizzarlo alla disciplina sportiva nella quale si è inseriti. In tutti quegli sport che "vivono" di scatti sarebbe opportuno lavorare sulla mobilità articolare dinamica, con gesti che richiamano da vicino ciò che successivamente l'atleta ripeterà in gara. Durante i corsi che conduco propongo delle sedute pratiche di stretching dinamico, sottolineando quanto sia importante renderlo funzionale alla biomeccanica tipica dell'atleta. In letteratura vi sono diverse ricerche e studi a conferma di ciò che scrivo, ribadendo che non sono contrario allo stretching statico ma che questo per diverse discipline sportive non è altrettanto funzionale e preventivo come il dinamico. Personalmente, per quanto possa valere il mio pensiero e la mia condotta, nel calcio non adotto più lo stretching statico né in allenamento né in gara ma tutto dinamico. Per sgombrare il campo da dubbi qui si parla di atleti "sani", non di giocatori alle prese con un programma riabilitativo post-operatorio al menisco o al LCA ad esempio.

5. È possibile incrementare la performance degli atleti riducendo notevolmente il volume di lavoro e aumentando nel contempo l'intensità delle esercitazioni

Anche in questo caso c'è il rischio di scontrarsi con filosofie di lavoro diametralmente opposte, io sono dell'avviso che la verità come in molte altri frangenti stia nel mezzo. Certo è che a livello top si usufruisce di tecnologia all'avanguardia, grazie alla quale è possibile monitorare l'atleta (in molti casi tutti gli atleti) avendo un feedback immediato circa il carico interno. Mi riferisco ad esempio all'utilizzo di cardiofrequenzimetri con gps o al rilevamento immediato del lattato, ma penso sia chiaro a tutti che si tratti di attrezzature molto costose e alla portata di poche società professionistiche. Quindi ritengo che un buon piano di lavoro debba prevede e porre l'accento più sull'intensità che sul volume, senza dimenticare che per sviluppare ed incrementare la potenza aerobica sono ottime anche tutte quelle esercitazioni a secco come gli 800 o i 1000 metri corsi intorno alla velocità di soglia. Bisogna fare di necessità virtù insomma e avere un occhio esperto nel comprendere se l'esercitazione che stiamo proponendo si avvicini all'obiettivo della seduta; utile potrebbe essere in tal senso l'utilizzo della scala di Borg o la sua versione modificata CR 10.

Il messaggio da portare a casa è che non c'è bisogno di inventarsi esercitazioni complesse e sofisticate da proporre ai nostri atleti (quest'appunto potrebbe essere allargato anche al mondo del fitness…), ma bensì contenuti semplici e funzionali fondati su una profonda conoscenza della materia e consapevoli che l'errore faccia parte dell'agire umano, sia da parte dell'atleta sia da parte del tecnico. Se qualcosa non è andato secondo i nostri piani e non si è raggiunto l'obiettivo di inizio stagione è d'obbligo interrogarsi e capire dove si è sbagliato; l'anno successivo si farà tesoro della precedente annata e si andrà a modificare la metodologia di allenamento in toto o in alcune sue parti. In fondo "fare esperienza" vuol dire anche questo, avere l'apertura mentale e l'intelligenza di mettersi sempre in gioco assumendosi le responsabilità del risultato.