60 metri indoor
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60 metri indoor

I 60m indoor come massima espressione della partenza e dell'accelerazione nelle gare di velocità.

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Negli ultimi anni hanno acquisito sempre maggior spessore le gare indoor, competizioni dell'atletica leggera non olimpiche, anomale se vogliamo, disputate in inverno in appositi impianti al coperto (indoor appunto). A parte l'ovvia differenza tra l'impianto indoor e quello outdoor riguardante le quattro mura, vi sono importanti differenze soprattutto nelle gare di corsa tra gare al coperto e quelle all'aperto.

Consistendo la pista indoor in un anello di 200m e non di 400m come nei normali impianti, risulta evidente che tutte le corse risulteranno penalizzate da rettilinei più brevi e curve dal raggio più stretto, mentre per ovvie ragioni, impossibili sono le dispute sui 100m.

A tale "mancanza" si é ovviato con l'inserimento della gara più breve in assoluto nel palmares dell'atletica leggera, anche più breve della gara considerata "sprint puro" dei 100m, e cioè i 60m indoor (piani e con ostacoli).

Questi si corrono in appositi rettilinei posti all'interno dell'anello.
Se dal punto di vista della tecnica, del regolamento, dell'allenamento e della "interpretazione nervosa" della gara non esistono differenze con la gara regina, é pur vero che essendo ancor più ridotta la distanza, più importanza assumono l'esecuzione della partenza dai blocchi e l'accelerazione.

Non soltanto perché la gara é più breve, ma anche perché effettivamente mancano due fasi rispetto alla gara dei 100m.

Una é quella del mantenimento della velocità negli ultimi 15-20metri, fase in cui non solo non é possibile incrementare la velocità perché si é già raggiunta la velocità massima, ma in cui addirittura la velocità tende a diminuire per il consumo delle riserve di CP nei muscoli a causa di uno sforzo massimale protratto per più di 8 secondi e per la riduzione dell'efficienza di trasmissione degli impulsi nervosi ai muscoli a causa dello stesso sforzo protratto.

Ma soprattutto risulta fortemente ridotta la terza fase della gara, cioé quella "lanciata" che segue partenza e accelerazione. È infatti risaputo che la velocità massima si raggiunge intorno ai 50-60m di gara per poi mantenerla il più a lungo possibile, grazie a vari fattori quali la reattività dei piedi, l'elasticità, la tecnica.
Appare quindi evidente che viene a mancare uno dei "punti forti" di molti atleti, che proprio nella fase lanciata esprimono al meglio le loro qualità di velocisti.

A tal proposito mi preme fare un'ultima osservazione sull'incidenza del biotipo del velocista nella gara dei 60m.

Statisticamente é provato che i velocisti brevilinei dal baricentro più basso, sono capaci di esprimersi meglio dei velocisti dalle lunghe leve su tale distanza. Tra i tantissimi esempi possibili, ne riporto due: uno è quello dell'americano Maurice Greene, a lungo recordman non solo dei 100m piani con 10"79 ma anche dei 60m piani indoor, con uno strepitoso 6"39, con il suo 1,76 di altezza; l'altro é quel "mostro" di tecnica, coordinazione, stile, eleganza e velocità dell'altrettanto statunitense Carl Lewis, che con il suo 1,88 non fu mai molto avvezzo alle gare al coperto, nella sua pur lunga e premiatissima carriera.

Questo a conferma della tesi che, a parità di valori cronometrici sui 100m, nella maggior parte dei casi, tra due velocisti dalle caratteristiche antropometriche così diverse, nei 60m molto probabilmente meglio si esprimerà il biotipo brevilineo, il quale quasi sicuramente avrà una maggiore frequenza iniziale e minore difficoltà nel raggiungimento del migliore assetto di corsa, che raggiungerà pertanto più rapidamente.