Le restrizioni miofasciali e i relativi eventi traumatici
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Le restrizioni miofasciali e i relativi eventi traumatici

Quando ci troviamo di fronte ad un cambiamento strutturale della fascia, indotto da un evento traumatico, parliamo di restrizioni della miofascia che si possono manifestare sia in prossimità dell’area in cui è avvenuto il trauma sia in una regione distante.

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Le restrizioni miofasciali e i relativi eventi traumatici

Tono, tonicità e tensione

In una fibra contrattile, si definisce tensione muscolare la quantità di forza generata dinamicamente dall’interno, derivante dall’accorciamento dei sarcomeri. Di conseguenza, questa produce un’azione di trazione sui tendini, sui legamenti e sulle ossa.

Infatti, i tendini e i legamenti, non sono in grado di generare una propria tensione. Nella maggior parte dei casi essi si irrigidiscono solo in conseguenza della trazione di un osso da parte di un muscolo, a causa della tensione muscolare. Una rigidità eccessiva (stiffness), nei tendini e nei legamenti può provocare stiramenti e strappi muscolari.

Una diversa forma di tensione è quella nervosa, definita da uno stato di eccitazione accentuata, dovuto a una carica biochimica che viaggia attraverso un nervo per trasmettere sensazioni o istruzioni motorie.

Un muscolo si contrae quando è attivato direttamente da un nervo. La contrazione è il risultato di una carica biochimica o di natura elettrica, che passa attraverso il nervo e stimola l’unità muscolare. Il tono muscolare è la quantità di carica nervosa che attraversa il muscolo.

Se il tono è eccessivo e di lunga durata, si manifesta sotto forma di tensione muscolare e causa pressione e rigidità anche in altri tessuti e strutture.

Il termine “tono” è spesso utilizzato in modo intercambiabile con il termine tonicità. In realtà questi due termini hanno un significato molto diverso. La tonicitrappresenta innanzi tutto lo stato di buona salute di un muscolo e, in secondo luogo il suo livello di contrazione, che ha bisogno di una carica neuromuscolare per essere raggiunto.

Il tono muscolare o tono basale, indica lo stato di tensione del muscolo a riposo, cioè il livello minimo di contrazione necessario per mantenere l’assetto posturale del corpo e opporsi alla forza di gravità.

Il tono a riposo corrisponde al livello di carica nervosa accumulata e al conseguente stato di contrazione (tensione) dell’unità neuromuscolare. Nel corso della vita, questo livello tende a raggiungere valori sempre più alti, causando un aumento delle sensazioni di rigidità con l’età.
Infatti, la tensione a riposo produce la resistenza dei muscoli all’allungamento.

Sia alcune tecniche di massaggio che esercizi di allungamento (stretching), se eseguiti in maniera appropriata, possono contribuire alla riduzione del tono sistemico in eccesso, abbassando l’attività del sistema psiconeuromuscolare.

Si possono distinguere condizioni di ipertono (condizione di eccessiva tensione muscolare), ipotono (condizione di ridotta tensione muscolare), e atonia (mancanza o perdita del tono muscolare per effetto di varie condizioni morbose). Per limitare la cronicizzazione delle tensioni e non precludere l’estensibilità muscolare e miofasciale è fondamentale mantenere una condizione di normotono.

Un esempio può semplificare la comprensione dei concetti fin qui esposti. L’attività fisica si basa sull’esecuzione di movimenti ciclici o aciclici grazie alla contrazione ripetuta dei muscoli. In questo modo e per tutta la durata dell’esercizio, sono attivati costantemente i complessi acto-miosinici e quindi il tono (la carica biochimica) del sistema neuromuscolare del soggetto aumenta. Se questo incremento del tono muscolare non è riportato a livelli di normotono al termine dell’esercizio, ad esempio mediante il riallungamento dei gruppi muscolari che hanno lavorato in accorciamento, questo tende ad aumentare e mantenersi costantemente elevato, causando uno stato di tensione perenne. In altri termini, l’esercizio fisico porta il muscolo e le strutture che lo circondano ad accumulare tensione che se non trattata, può portare a una condizione di tensione cronica che spesso causa dolore, limitazione del range di movimento e altre disfunzioni.

La risposta al perché la tensione neuromuscolare diventa cronica è data dalla legge della facilitazione, secondo cui quanto più spesso un nervo attiva un muscolo, tanto maggiore è la probabilità che esso continui ad attivarlo.

Questo fenomeno è dovuto a una modificazione delle sostanze chimiche presenti intorno e all’interno delle sinapsi. Tale alterazione riduce la resistenza sinaptica, facendo sì che la scarica nervosa si trasmetta con una facilità sempre maggiore tra i neuroni coinvolti. L’alterazione chimica può bloccare le sinapsi nello stato di attivazione, impedendo ai muscoli interessati e agli organi a essi associati di rilassarsi. Di conseguenza, una sinapsi può raggiungere e mantenere uno stato di facilitazione costante in cui non è in grado di ridurre la propria carica e rimane costantemente attiva. Qualsiasi neurone, muscolo o organo collegato a quella sinapsi a sua volta resterà cronicamente attivo, con tutti i problemi che né conseguono.

La riduzione dell’attivazione nervosa, nota come inibizione, produce un abbassamento del numero di segnali che raggiungono i muscoli, generando una riduzione del tono e della tensione neuromuscolare.

Quando i terapisti lavorano sulla cute, sulle fasce e sui muscoli con le diverse tecniche di rilasciamento miofasciale, essi stimolano anche le terminazioni e le vie nervose contenute in questi tessuti. Se eseguita adeguatamente, la stimolazione delle terminazioni nervose può inibire i neuroni motori a esse collegati, riducendone lo stato di attivazione. Di conseguenza, la minore attivazione dei motoneuroni è associata a una diminuzione del tono di muscoli, organi e ghiandole. L’interconnessione tra i nervi sensitivi e gli inibitori dei nervi motori avviene nel sistema nervoso centrale (SNC) per mezzo degli interneuroni o neuroni associativi, che mettono in comunicazione tra loro le fibre nervosa principali. Questo fenomeno inibitorio è alla base del rilasciamento neuromuscolare.1

Il massaggio e le tecniche di rilasciamento miofasciale hanno principalmente lo scopo di inibire la carica nervosa diretta ai muscoli e di ridurre l’irritazione dei nervi sensitivi presenti nella fascia superficiale. In questo modo è possibile ridurre l’irritazione nervosa generale del SNC e abbassare il livello di eccitazione delle unità motorie neuromuscolari.

Restrizioni miofasciali

Il termine restrizione miofasciale indica il cambiamento strutturale della fascia indotto da un evento traumatico. Le restrizioni della miofascia possono manifestarsi sia in prossimità dell’area in cui è avvenuto il trauma, sia in una regione distante.

Infatti, è stato ampiamente dimostrato che l’organismo è attraversato da una fitta rete di piani fasciali che mette in relazione diverse aree del corpo e collega gruppi muscolari anche molto distanti tra loro. Proprio a causa di questa interconnessione, una restrizione della miofascia in una determinata area può provocare una reazione a distanza, limitando la funzionalità o il range di movimento di una regione apparentemente distante.

In seguito a fenomeni infiammatori, infortuni, stress posturali e mancanza di mobilità articolare si possono sviluppare senza accorgersene, delle aderenze tra le fibre muscolari e tra le guaine fasciali che le rivestono, che possono compromettere la funzionalità muscolare e del sistema miofasciale.Il sistema miofasciale è costituito a livello molecolare, da strutture cristalline organiche che hanno la capacità di generare e condurre campi elettrici; questo fenomeno prende il nome di attività piezo-elettrica.

Se il tessuto fasciale è adeguatamente idratato e non presenta al suo interno un particolare livello di tensione, è in grado di svolgere attività elettriche, quali la formazione di legami ionici, il trasferimento di nutrienti e soprattutto la conduzione di impulsi nervosi, in modo più efficace. Infatti, l’assorbimento di liquidi da parte della matrice extra cellulare, stimola la cellula a svolgere le attività elettriche in maniera efficace.

Inoltre, grazie all’attività piezo-elettrica di queste cellule, è mantenuta la distanza critica tra le fibre collagene e di conseguenza il range di movimento della fascia è massimo.

Piccoli traumi, quali lo stress da sovra utilizzo indotto ad esempio dall’allenamento sportivo, possono dare inizio a un ciclo di micro-traumi cumulativi che porta alla formazione di aderenze fibrose e alla riduzione di elasticità delle fibre, con effetti negativi sulla meccanica ed estensibilità dei tessuti.In pratica, la formazione di queste aderenze tra i tessuti è da attribuirsi al cambiamento della natura della fascia connettivale che, in seguito ad uno stress, da uno stato più fluido “sol”, tende a disidratarsi assumendo la consistenza di un “gel” causando la riduzione della distanza critica tra le fibre collagene. Di conseguenza, strutture originariamente designate a essere funzionalmente separate, si ritrovano fissate e adese, e viene così limitata la loro abilità di scivolare le une sopra le altre.
Inoltre, la disidratazione riduce l’attività piezo-elettrica delle cellule, compromettendo qualsiasi tipo di lavoro esse svolgano.

Da un punto di vista strutturale, l’aderenza fibrosa si presenta come un eccesso di deposito di tessuto connettivo o tessuto pseudo-cicatriziale da parte dei fibroblasti, intorno alle guaine fasciali e alle fibre muscolari. Le fibre collagene si attaccano le une alle altre in modo del tutto casuale, non seguendo la direzione delle fibre muscolari, ma comportandosi come un bendaggio molto spesso che aderisce alle strutture circostanti limitandone la mobilità.

Le tecniche di rilasciamento miofasciale e in particolar modo il self myofascial release, oggetto di questa argomentazione, sono in grado di modificare la composizione e la densità della fascia, favorendone la reidratazione e consentendo alle fibre collagene di separarsi rompendo le aderenze fibrose tra i tessuti adiacenti.

In ogni caso, considerato che la fascia di per sé non contiene fibre contrattili di actina e miosina, non bisogna pensare che il sistema fasciale e connettivale possa generare forze o azioni in grado di modificare in modo evidente la postura o il movimento.

Al contrario, la tensione prodotta dalla contrazione muscolare insieme al cambiamento di viscosità del sistema fasciale, può contribuire a modificare significativamente la postura e i pattern di movimento del soggetto.

Il ciclo cumulativo dell’infortunio

Piccoli traumi della vita quotidiana da stress fisico o psicologico, possono dare inizio a un ciclo di eventi concatenati che possono condizionare l’estensibilità dei tessuti miofasciali, limitandone l’elasticità e di conseguenza la mobilità dell’articolazione relativa.

È bene porre l’accento sin dall’inizio sull’ampio significato assunto dal termine trauma comprendente non solo cadute, lesioni muscolari, micro-fratture eccetera, ma anche interventi chirurgici, vizi posturali ed eventi considerati stressanti per l’organismo come ad esempio la pratica eccessiva di attività fisica. Il corpo dell’uomo riconosce questi stress meccanici come veri e propri infortuni che danneggiano i tessuti, e innesca un processo di riparazione che prende il nome di ciclo cumulativo dell’infortunio.2

Con il termine “ciclo” si vuole evidenziare come ciascun evento sia considerato l’effetto del precedente e la causa del successivo: il trauma provoca uno stato infiammatorio nel tessuto, cui segue un’attività spasmodica locale, e lo sviluppo di aderenze fibrose tra i tessuti molli che possono portare ad alterare il controllo neuromuscolare e a squilibri muscolari.

Questo processo di autodifesa dell’organismo consiste in una serie di eventi congiunti l’uno all’altro il cui obiettivo è di riparare i tessuti danneggiati e prevenire successivi danni (Figura 1).

scheletro
Figura 1: Il ciclo cumulativo dell’infortunio

Qui di seguito è proposta la spiegazione in dettaglio di ciascuna fase del ciclo:

Step 1: Trauma tissutale

Ogni stress meccanico che minaccia l’integrità dei tessuti è percepito dall’organismo come un infortunio e viene inizializzato il processo di riparazione delle fibre danneggiate.

Ad esempio, il dolore o indolenzimento percepito dal soggetto il giorno seguente, o al termine di un allenamento di forza di intensità medio-alta, è indice di un danno tissutale.

Tuttavia la formazione di queste micro lacerazioni e il processo di riparazione innescato dall’organismo, sono fondamentali per rendere più forte il muscolo e favorirne l’ipertrofia.

Al contrario, lo sviluppo di un’eccessiva tensione all’interno del muscolo e del meridiano miofasciale di cui fa parte non è benefico e interferisce con la crescita del muscolo, obbligandolo a rimanere in uno stato ipertonico.

Step 2: Stato Infiammatorio

Il trauma è accompagnato da uno stato infiammatorio localizzato, più o meno evidente in relazione alla gravità del danno stesso. Questo è favorito dal rilascio di sostanze chimiche algogene (istamina e chinine) da parte delle fibre danneggiate che provocano una vasodilatazione nel sito di lesione e un aumento della permeabilità delle pareti dei capillari. Il conseguente aumento del flusso ematico provoca un incremento della temperatura e rossore. Il gonfiore eccessivo è causato dalle alterazioni nelle pareti dei capillari, che permettono al plasma di fuoriuscire nel fluido interstiziale, causando un aumento della pressione nel tessuto interessato e la conseguente irritazione delle terminazioni nervose dei nocicettori periferici, responsabili della sensazione di dolore.

In questa prima fase del processo di riparazione dei tessuti, il dolore e il gonfiore limitano il range di movimento, riducendo il rischio di ulteriori danni. Inoltre, una volta che i recettori del dolore sono attivati, la tensione e il tono muscolare della regione traumatizzata tendono ad aumentare.

Step 3: Spasmi muscolari

L’aumento di tensione intramuscolare provoca l’attivazione dei fusi neuromuscolari delle fibre danneggiate, dando origine a una serie di micro spasmi protettivi.

L’attività spasmodica, che consiste in una serie di micro contrazioni involontarie e improvvise, è considerata il vero responsabile dei problemi e deve necessariamente essere affrontata per ripristinare l’omeostasi cellulare, prima di eseguire nuovi sforzi o attività fisiche.

Step 4: Formazione di aderenze fibrose

La conseguenza dei micro spasmi è la formazione di nodi (trigger point) o aderenze fibrose tra le fibre muscolari e le strutture connettivali adiacenti. Le aderenze fibrose rimodellano la regione miofasciale traumatizzata, dando origine a una matrice anelastica di tessuto pseudo-cicatriziale che immobilizza l’area e impedisce al muscolo di contrarsi e rilassarsi come dovrebbe.

Step 5: Controllo neuromuscolare alterato

Se la tensione miofasciale e le aderenze fibrose non sono trattate, divengono croniche e costringono il corpo a muoversi in un modo “nuovo”, a trovare un pattern di movimento alternativo. Il corpo dell’uomo vuole e deve muoversi, e continuerà sempre a farlo trovando una via alternativa, anche se questo significa adoperare i muscoli e le articolazioni in modo non ottimale o diverso dalla loro normale funzione fisiologica.

Step 6: Squilibrio muscolare

A lungo termine i nuovi pattern di movimento rimodellano il corpo nel suo aspetto fisico e influenzano la postura del soggetto. Così, se il soggetto continuerà a fare attività fisica non avendo prima riequilibrato il tono e la tensione miofasciale, andrà a stressare il corpo nel suo nuovo pattern compensativo, andando a creare un circolo vizioso che lo porterà a ripetere e rinforzare il ciclo.

Come arrestare il ciclo cumulativo dell’infortunio

Col passare del tempo, le adesioni fibrose e i trigger points possono diventare caratteristiche permanenti dei tessuti molli, il che significa che se la tensione all’interno della miofascia non viene rilasciata e riequilibrata, si può andare incontro al fenomeno delle restrizioni miofasciali di cui si è parlato nel paragrafo precedente. Inoltre, in seguito al fenomeno di immobilizzazione dei tessuti traumatizzati causato dalle stesse aderenze, l’organismo attua una serie di compensazioni posturali a dispetto di queste nuove limitazioni, nel tentativo di trovare nuove strade per muoversi.

Il miglior modo per arrestare il ciclo cumulativo dell’infortunio è la pratica di esercizi di allungamento e di self-myofascial release al termine dell’allenamento fisico tradizionale.

Ripristinando la lunghezza fisiologica muscolare e miofasciale al termine dell’esercizio fisico che, per definizione, comporta la contrazione muscolare, è possibile prevenire e curare la comparsa di tensioni muscolari e di dolori legati alla mancanza di elasticità dei tessuti.

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