Effetti della sindrome pre-mestruale
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Effetti della sindrome pre-mestruale

La centralità del ciclomestruale nella vita di una donna è dovuta alle numerose fluttuazioni ormonaliche lo caratterizzano e che determinano quindi notevoli cambiamenti sotto il profilo psicologico, sociale e fisico della stessa.

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Effetti della sindrome pre-mestruale

Sindrome pre-mestruale

Tutti i cambiamenti ormonali che si presentano mensilmente a causa del ciclo mestruale influenzano la vita della donna, dal menarca al termine della menopausa, sotto l’aspetto psico-somatico, emotivo e sociale generando come un circolo vizioso di cause-effetto.

Uno dei momenti più delicati e problematici di quei 28 giorni è il periodo pre-mestruale, cioè i giorni che anticipano la mestruazione, tanto da caratterizzare una vera e propria sindrome clinica riconosciuta chiamata appunto sindrome pre-mestruale (PMS) .

La PMS è un quadro clinico che si presenta con un’ampia varietà di sintomi, ciclici e ricorrenti, di natura fisica, emozionale, comportamentale e cognitiva, che si verificano durante la fase luteinica del ciclo mestruale e che vanno in remissione rapidamente con l’inizio della mestruazione.1

La maggior parte delle donne in età fertile sperimenta generalmente uno o più sintomi che possono variare di frequenza e intensità durante cicli mestruali successivi, ma la cui natura è più o meno stabile nel tempo. I sintomi più frequenti sono di natura:

  • disforica: irritabilità, labilità emotiva, depressione, ansia;
  • comportamentale: impulsività, conflitto sociale, senso di perdita di controllo e affaticamento;
  • fisica: gonfiore, tensione mammaria e sintomi dolorosi come cefalea, dolori muscolari e articolari.

Alcuni studi riportano che fino al 75% delle donne sperimenti regolarmente alcuni di questi sintomi in fase premestruale, ma che solo il 20% di queste adotti dei trattamenti per sconfiggere questa sintomatologia.

Se questo tipo di disordine premestruale si presenta in forma più severa e debilitante si parla allora di Disturbo Disforico della Fase Luteinica (PMDD), che si verifica nel 3%-8% dei casi e che comprende sempre almeno un sintomo della serie disforica.

La rilevanza clinica della PMS deriva dal fatto che i sintomi possono essere così severi da avere un impatto negativo sostanziale nella vita quotidiana della donna e nelle sue relazioni con il partner e i familiari, fino ad interferire con la performance lavorativa e le attività sociali.

I dati riportano che fino all’80% delle donne che soffrono di PMS presenta una riduzione della produttività lavorativa nella settimana che precede la mestruazione, con una maggior perdita di giorni di lavoro e un numero più elevato di accessi al sistema sanitario rispetto a donne che non lamentano sintomi premestruali. I costi socio-sanitari stimati negli USA e in Europa sono elevatissimi anche quando si considerano soltanto le donne con PMDD, la forma più severa di PMS.1

La PMS è un disturbo ad eziologia multifattoriale che scaturisce da una ipersensibilità del sistema nervoso centrale (SNC) rispetto alle fluttuazioni cicliche degli steroidi gonadici ed ai loro metaboliti neuroattivi, i quali alterano rapidamente l’eccitabilità neuronale.

A causa di questa eziologia multifattoriale e dell’elevata soggettività con cui si presenta in ogni donna, la PMS, non presenta ancora un approccio terapeutico univoco e specifico.

Lo spettro di espressione clinica della sindrome risulta infatti estremamente ampio e va dal semplice disconfort nei giorni precedenti il flusso mestruale, che potremmo definire parafisiologico, fino ad un vero e proprio quadro di patologia. In ogni caso si tratta di un disturbo cronico, spesso misconosciuto e non sempre trattato in modo adeguato, che ha le potenzialità di compromettere notevolmente la qualità di vita della donna e di chi le vive accanto.

Inoltre, è opportuno ricordare che la PMS è spesso una condizione comorbida che può costituire il terreno di vulnerabilità per varie patologie cicliche quali per esempio la cefalea mestruale, soprattutto di tipo emicranico, un disturbo altrettanto invalidante e, spesso, resistente alla terapia sintomatica.1

Considerando tutti questi aspetti l’obiettivo terapeutico consiste nel ridurre il numero dei giorni in fase luteinica in cui i sintomi sono presenti e/o di ridurre l’intensità della sindrome. Nonostante i numerosi approcci terapeutici messi in atto, si ritiene opportuno trattare il ruolo attuale delle terapie ormonali, in quanto sono stati effettuati studi riguardo il loro effetto sulla performance sportiva.

La terapia ormonale per la gestione clinica della sindrome prevede per lo più l’utilizzo di contraccettivi orali (CO) , poiché si basa sul principio che la soppressione dell’ovulazione possa eliminare la sintomatologia premestruale. Il blocco dell’attività ovulatoria con analoghi del GnRH comporta, infatti, una remissione della PMDD e l’aggiunta di estradiolo o progesterone può indurre una ricorrenza dei sintomi. Gli analoghi del GnRH hanno importanti effetti collaterali e conseguenze a lungo termine, pertanto, allo stato attuale, non devono essere considerati il trattamento di prima scelta, anche quando per mitigarne parzialmente l’azione negativa si associano schemi differenti di “add-back therapy” , cioè di terapia ormonale sostitutiva.

Gli studi sull’impiego della contraccezione ormonale hanno dato risultati non univoci ed i disturbi del tono dell’umore, caratteristici di questa sindrome, possono essere addirittura correlabili all’uso di contraccettivi orali, almeno con le formulazioni del passato.2

Una recente revisione presente in letteratura, sugli effetti dei CO sul tono dell’umore, riporta che i risultati degli studi siano difficili da confrontare a causa della molteplicità delle formulazioni ormonali presenti sul mercato farmaceutico e che ci sia quindi la necessità di ulteriori ricerche in merito a questo argomento. Tuttavia, questi studi riportano che, la maggior parte delle donne che assume CO, presenta una minor variabilità del tono dell’umore durante il ciclo mestruale e nel corso della mestruazione; spiegando che, le donne che presentano alterazioni nel tono dell’umore nonostante l’utilizzo di CO, sono quelle con disturbi affettivi preesistenti e indipendenti dal ciclo mestruale.

Inoltre, donne con PMS dimostrano un più alto numero di sintomi quando i CO hanno un rapporto progestinici/estrogeni più elevato, mentre in donne che non hanno PMS è vero il contrario e i sintomi si manifestano più frequentemente in presenza di un alto contenuto estrogenico. CO dominati dal progestinico sembrano influenzare maggiormente l’umore depresso, mentre CO dominati dagli estrogeni sembrano causare una maggior irritabilità premestruale.

Alcuni studi hanno dimostrato che l’utilizzo della pillola trifasica migliora significativamente la tensione mammaria e il gonfiore, ma non è di alcuna utilità per quanto riguarda i sintomi affettivi, mentre associazioni monofasiche hanno maggior effetto stabilizzante sull’umore rispetto alle bifasiche e alle trifasiche. Mentre il ruolo della pausa di assunzione del CO nell’insorgenza di sintomatologia simil-premestruale non è stato sufficientemente esplorato, i dati relativi alla cosiddetta cefalea da sospensione di CO sembrano suggerire che la riduzione o addirittura l’assenza della pausa esercitano un’azione positiva sull’espressione clinica dei sintomi dolorosi.3

Allo stato attuale delle conoscenze per le donne che presentano sintomi severi correlati alla ciclicità mestruale è necessario individualizzare il tipo di CO in termini di tipo di molecole, dosaggio e modalità di assunzione più adatto sulla base dell’esperienza clinica e delle caratteristiche della donna.

Un altro disturbo che può presentarsi al momento della mestruazione e che risulta invalidante nella vita di una donna è la dismenorrea.4

Viene definita dismenorrea una mestruazione dolorosa, caratterizzata dalla presenza di disturbi generali o locali e da dolori che interessano in genere la regione pelvica e l'addome.

Tale disturbo è molto frequente e può avere intensità e durata variabile da donna a donna: alcune manifestano sintomi lievi o assenti, altre invece sintomi molto accentuati tanto da costringerle alla sospensione dell’attività scolastica, lavorativa e sportiva e all’assunzione di farmaci.

Dalle varie statistiche si evince che circa l’80% delle donne soffre di dismenorrea, ma solo il 10-15% ne soffre in forma grave, con necessità di consultazione medica. La dismenorrea è una condizione propria della donna giovane, tanto che l’80% delle donne che ne soffrono manifesta questa condizione entro tre anni dal menarca. La prevalenza della dismenorrea si riduce dopo i 30 anni ed ancora più dopo i 35, specie in donne che hanno partorito: la sintomatologia algica decresce del 10% dopo il primo figlio e del 19% dopo il secondo.4

La dismenorrea, a seconda dell’eziologia, dell’epoca di comparsa e delle caratteristiche cliniche si distingue in primaria e secondaria.

La dismenorrea primaria, o essenziale, compare 2-3 anni dopo il menarca, con l’inizio dei cicli ovulatori. Si attenua col passare degli anni e può scomparire dopo la prima gravidanza. Il dolore sopraggiunge con l’inizio della mestruazione o qualche giorno prima, e può protrarsi per i primi 3 giorni del flusso mestruale. Trattandosi di un disturbo non legato ad una patologia pelvica identificabile, la diagnosi viene fatta per esclusione.

La dismenorrea secondaria, od organica, insorge più tardivamente, generalmente dopo i 20 anni. È caratterizzata da un dolore più intenso, che può durare per tutto l’arco del flusso mestruale, e talvolta può comparire anche in altri momenti del ciclo. È legata per lo più ad una concomitante patologia riguardante la sfera genitale interna (endometriosi, adenomiosi, aderenze pelviche, fibroma, ecc.).

La dismenorrea è una sindrome complessa e non può essere definita una malattia. Data la sua sintomatologia multifattoriale ed eziopatogenesi non ben definita, la scelta terapeutica viene fatta in base a: intensità dei sintomi, età, desiderio o meno di contraccezione, valutando i vantaggi e gli svantaggi che ciascun trattamento comporta.

La terapia, che ha come obiettivo la scomparsa o la diminuzione del dolore e della sintomatologia associata, di solito deve essere mantenuta per lunghi periodi di tempo, valutando gli effetti collaterali. I farmaci analgesici sono efficaci nelle forme minime o moderate di dismenorrea essenziale, mentre gli antalgici semplici sono efficaci se presi qualche giorno prima delle mestruazioni; più efficace sembra essere l’associazione di un analgesico centrale ad uno periferico come: codeina/paracetamolo o destropropossifene/paracetamolo.

Come per tutte le terapie anche in questo caso i farmaci assunti devono essere usati con cautela in considerazione degli effetti secondari che possono indurre e quindi previa prescrizione medica.

Possiamo concludere affermando che per quanto riguarda un qualsiasi tipo di alterazione e/o sindrome del ciclo mestruale, seppur non esista ancora una vera e propria cura per ognuna di esse, tutti i presidi medici, chirurgici e naturali diventano fondamentali nel ridurre la sintomatologia dolorosa che colpisce la donna ciclicamente, permettendole così di condurre una vita normale, senza limitazioni, e di vivere nel miglior modo la propria femminilità.

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