Malattie del sistema cardio-circolatorio e attività fisica
NonSoloFitness: divulgazione, formazione, consulenza
Corsi di formazione Corsi di formazione per Personal Trainer, Istruttori Fitness
06 40403925

Malattie del sistema cardio-circolatorio e attività fisica

L’attività fisica, accompagnata da una dieta equilibrata e uno stile di vita sano, ha un effetto positivo nelle persone affette da patologie del sistema cardio-circolatorio, poiché migliora la quotidianità e si hanno effetti diretti sulla patogenesi della malattia.

Autore:
Ultimo aggiornamento:

Malattie del sistema cardio-circolatorio e attività fisica

Malattie cardiovascolari

Le malattie cardiovascolari sono un gruppo di patologie a carico del cuore e/o dei vasi sanguigni, che possono comprendere il restringimento, l'ostruzione o l'eccessivo allargamento (aneurisma) dei vasi, i quali sono infatti responsabili di patologie molto diffuse, come quelle coronariche (angina pectoris ed infarto), cerebrovascolari (ictus) e vascolari periferiche (claudicatiointermittens).

Nella famiglia delle patologie cardiovascolari vengono fatti rientrare anche tutti i difetti congeniti del cuore, le malattie reumatiche ad interessamento miocardico, le varie forme di aritmia, le patologie che interessano le valvole cardiache e l'insufficienza cardiaca.

Per quanto riguarda il cuore e la funzione cardiovascolare dell’organismo sono strettamente collegate con l’età anagrafica. Dopo i venti anni e per ogni anno di età, il consumo di ossigeno diminuisce di circa l’1%, il che significa meno resistenza, ma questo calo può essere contenuto se si continua a praticare sport ininterrottamente negli anni, tanto da ridurre lo scarto del 50% rispetto ai coetanei sedentari. L’avanzare dell’età non influenza solo la funzione aerobica, bensì anche la frequenza cardiaca, soprattutto quella massima, infatti se un bambino supera spesso i 200 bpm, un sessantenne non va oltre i 160 bpm. Il cuore va a perdere un battito all’anno nella sua frequenza massimale.

immagine_1
Fig. 1: cuore (Fonte: AdamSport)

Ipertensione

La pressione arteriosa è una misurazione della forza esercitata dal sangue sulle pareti delle principali arterie. Ad ogni battito del cuore, il sangue esce dal ventricolo sinistro attraverso la valvola aortica, passa nell’aorta, e si diffonde in tutte le arterie. Durante questo periodo, quando il cuore è contratto e il sangue passa nelle arterie, si registra la pressione arteriosa più alta, detta anche sistolica. Tra un battito e l’altro, il cuore si riempie di sangue e all’interno delle arterie si registra la pressione arteriosa più bassa, detta anche diastolica.

La misurazione della pressione si registra usualmente a livello del braccio con uno strumento chiamato sfigmomanometro e viene indicata da due numeri che indicano la pressione arteriosa sistolica e la diastolica, entrambe misurate in millimetri di mercurio (mmHg).

Secondo la classificazione del JNC 7 (Joint National Committee on Prevention, Detection, Evaluation and Treatment of High Blood Pressure) si può considerare nella norma una pressione sistolica inferiore a 120mmHg e una pressione diastolica inferiore a 80mmHg.

immagine_2

A partire dal 2000, quasi un miliardo di persone nel mondo, circa il 26% della popolazione adulta, soffre di ipertensione. In Italia, oggi circa 15 milioni di persone risultano ipertese. Questa condizione rappresenta il fattore di rischio più importante per l’ictus, l’infarto del miocardio, gli aneurismi, le arteriopatie periferiche, l’insufficienza renale cronica, la retinopatia ed altre patologie. Nella maggior parte dei casi l’ipertensione non determina alcun sintomo, per questo viene indicata come “killer silenzioso”.

Il valore della pressione arteriosa dipende in massima parte dall’adozione degli stili di vita sin dalla giovane età: mangiare con poco sale, molta frutta e verdura, camminare e non fumare mantengono la pressione a livelli favorevoli nel corso della vita.

Lo scopo nel trattamento dell’ipertensione arteriosa non è solo quello di abbassare i valori pressori per riportarli nella norma, ma anche di proteggere gli organi bersaglio dell’ipertensione che solitamente sono quelli principali. Basti pensare che ridurre la pressione arteriosa di appena 5mmHg, consente di abbattere il rischio di ictus del 34% e il rischio di infarto del 21%.

Il trattamento di prima linea per l’ipertensione consiste in cambiamenti nella dieta, esercizio fisico e perdita di peso. Queste accortezze hanno dimostrato di ridurre in modo davvero significativo la pressione in soggetti ipertesi, nel caso in cui però l’ipertensione è talmente elevata si andrà ad integrare anche l’utilizzo di una terapia farmacologica attraverso l’assunzione di Diuretici, Beta-bloccanti, Calcio-antagonisti, ACE, Alfa-bloccanti e Clonidina.

immagine_3
Fig.2: principali complicanze dell’ipertensione (Fonte: Wikipedia)

In cosa consiste il corretto stile di vita che è in grado di prevenire o, nel caso in cui sia già presente, ridurre l’ipertensione?

Innanzitutto, bisogna seguire un’alimentazione sana, ricca di fibre (frutta e verdura) e pesce, povera invece di grassi saturi (di origine animale, carni rosse, salumi, insaccati, formaggi). Altro aspetto importante da correggere nella dieta è ridurre gradualmente la quantità di sale aggiunto alle pietanze, i cibi saporiti (dado da cucina, cibi in scatola, carne, tonno, sardine ecc…) e anche la quantità di cibo che si mangia. La quantità di sale che si consuma durante l’arco della giornata non dovrebbe superare i 5 grammi al giorno (un cucchiaino da tea). È interessante notare che un etto di prosciutto crudo contiene già i grammi di sale raccomandati per un’intera giornata. La riduzione dell’utilizzo del sale è in grado di diminuire la pressione arteriosa anche fino a 6-8 mmHg. Altra accortezza è quella di limitare il consumo di alcool, attraverso il quale possiamo ridurre la pressione di 2-4 mmHg.

Oltre a variare la propria dieta però bisogna cambiare anche il proprio stile di vita, ovvero smettere di fumare qualora il soggetto sia fumatore; imparare a gestire lo stress e l’ansia attraverso yoga, tecniche di rilassamento e meditazione; scendere di peso in caso il soggetto sia sovrappeso o obeso, ogni 10 kg di peso persi, la pressione arteriosa si riduce di circa 5-10 mmHg; e dulcis in fundo praticare regolarmente attività fisica aerobica. Ebbene sì, la pratica di attività fisica aiuta il soggetto iperteso nella sua lotta contro l’alta pressione arteriosa, l’aumento dell’esercizio fisico produce una riduzione di 4-9 mmHg. Inoltre l’attività aerobica, come risaputo, aiuta anche nella perdita di peso e se integrata con una dieta corretta allunga non di poco l’aspettativa di vita del paziente.

Esistono quattro studi in particolare che dimostrano gli effetti positivi dell’attività fisica sulla pressione sanguigna a riposo in normotesi ed ipertesi: Cornellissen e Fagard (2005), Kelley (2001), Kelley&Kelley (2000) e Pescatello (2004).

Ad esempio nello studio di Cornellisen e Fagard, l’obiettivo principale è stato quello di valutare l'influenza dell’allenamento di resistenza sulla pressione arteriosa in soggetti sani adulti sedentari.

In questo studio è stato proposto l’allenamento di resistenza come unico intervento sia in soggetti sani normotesi sedentari che in adulti ipertesi. La durata dell’intervento è stata di almeno 4 settimane e la meta-analisi ha coinvolto 72 studi clinici, 105 gruppi di studio e 3936 partecipanti.

I dati risultanti da questo studio hanno evidenziato che la riduzione della pressione sanguigna a riposo è stata più pronunciata nei 30 gruppi di soggetti ipertesi (-6,9 / -4,9) rispetto alle altre (-1.9 / - 1.6); la resistenza vascolare sistemica ha dimostrato un calo del 7,1% (p < 0,05); la noradrenalina è diminuita del 29% (p < 0,001); e l'attività della renina plasmatica del 20% (p <0.05). Anche il peso corporeo ha avuto una riduzione di 1,2 kg (p <0.001), così come la circonferenza vita di 2,8 cm (p <0,001) e la percentuale di grasso corporeo del 1,4% (p < 0,001); altro fattore positivo è l’accrescimento del Colesterolo buono, HDL, aumentato di 0,032 mmol / L (-1) (p<0.05).1

Dai dati fornitici dall’esperimento possiamo intendere che l’esercizio di resistenza aerobica è capace di ridurre la pressione sanguigna tramite una diminuzione della resistenza vascolare, in cui anche il sistema nervoso simpatico ed il sistema renina-angiotensinasono coinvolti. In conclusione possiamo confermare che l'allenamento di resistenza aerobica a intensità moderata non è controindicato, anzi potrebbe diventare parte della strategia di terapia non farmacologica per prevenire e combattere l’ipertensione.

Attraverso questi studi con persone che hanno partecipato a prove di diversa preparazione fisica come gli allenamenti per la forza o camminare è stato dimostrato che l’esercizio fisico induce una riduzione della pressione sanguigna, che in genere dura 4-10 ore dopo la cessazione dell’allenamento, ma che può perdurare anche fino a 22 ore. La diminuzione media della pressione sistolica è 15 mmHg e per la diastolica è 4 mmHg.

Un programma di allenamento continuato nel tempo nelle persone ipertese induce ad un calo della pressione arteriosa sistolica di circa 7.4 mmHg e nella pressione diastolica di 5.8 mmHg. Il dato più rilevante e più interessante di questi numeri è che la sola terapia convenzionale con farmaci ipertensivi riduce in genere gli stessi valori della pressione diastolica.

Dunque tutti i pazienti ipertesi dovrebbero svolgere attività fisica, visto che la durata della riduzione della pressione del sangue persiste fino a molte ore dopo l’esercizio, in questo modo i soggetti affetti da ipertensione possono raggiungere valori pressori normali durante gran parte del giorno.

L’allenamento fisico quotidiano richiesto solitamente prevede un esercizio di tipo aerobico di resistenza a bassa-media intensità tra il 40 ed il 60% del VO2R per la durata di 30’ continui o accumulati nel giorno. Nel caso si voglia, si può sostituire anche l’allenamento di resistenza con il condizionamento della forza due volte a settimana.

Nei pazienti con ipertensione lieve è ragionevole tentare un trattamento non farmacologico, bensì una terapia sotto forma di attività fisica, dieta e uno stile di vita sano e corretto per un periodo di 3-6 mesi prima di optare per una eventuale terapia farmacologica.

Molti pazienti ipertesi sono sintomatiche delle malattie ischemiche cardiovascolari, l’attività fisica dunque deve essere altamente individuale e personalizzata.

Per poter vedere i benefici, l’allenamento deve avere una durata minima di 12 settimane e deve essere svolto per almeno due o tre sedute ogni sette giorni. La durata di ogni singolo allenamento deve essere di 30’ minimo di esercizio continuo o accumulato con una frequenza cardiaca (FC) di almeno 10 battiti al di sotto di quella consigliata dal cardiologo, poi successivamente, una volta intrapreso il percorso di allenamento, se al successivo controllo le condizioni fisiche saranno migliorate, molto probabilmente il medico prescriverà una nuova soglia di FC, maggiore della precedente, da rispettare.

Per impostare un allenamento con sovraccarichi sarà necessario rispettare diversi parametri: prima di tutto è di fondamentale importanza l’utilizzo di un cardiofrequenzimetro a fascia che ci permetta di valutare la frequenza con cui il cuore del paziente batte. In questo modo si ha un maggior controllo per la sicurezza del soggetto in allenamento; altro aspetto molto importante, come già specificato in precedenza, è quello di un allenamento con una frequenza di 2 o 3 giorni a settimana in modo tale da permettere la ripresa del soggetto dalla fatica nei giorni di riposo. Naturalmente, nel caso in cui durante la seduta, il paziente dovesse avvertire sintomatologie preoccupanti tipo dolore al petto, alla mascella, al collo, intorno alle spalle, alla schiena oppure fiato corto inusuale, giramenti di testa, vertigini, in questi casi l’allenamento deve essere sospeso iniziando la procedura di defaticamento, è importante non interrompere mai bruscamente la seduta, ma utilizzare almeno uno o due minuti ad un ritmo molto meno sostenuto, in modo che il defaticamento del soggetto avvenga in modo graduale.

Inoltre si devono adottare anche diverse strategie per migliorare il proprio allenamento e mantenere la giusta motivazione, si comincia, infatti, ad allenare prima i gruppi muscolari più grandi e poi quelli più piccoli; i gruppi muscolari maggiori (petto, dorso e gambe) vanno allenati con serie che vanno da 2 a 4 e, dove possibile, si incrementano i carichi del 5%.

Nella parte iniziale dell’allenamento, eseguire 12/15 ripetizioni con il 30%-40% dell’1RM (ripetizione massimale, ovvero il peso che ognuno di noi è in grado di sollevare solamente una volta per quel determinato movimento o esercizio) per la parte superiore del corpo, mentre per la parte inferiore utilizzare il 50%-60% dell’1RM.

Sarà molto importante spiegare al soggetto le motivazioni per cui si propone questo tipo di allenamento con lo scopo di cercare di minimizzare il rischio di eventuali infortuni iniziando il programma con esercizi semplici e via via testare i progressi dell’allenamento su base periodica, quindi registrarli su una tabella. Rendere consapevole il soggetto dei propri progressi è molto stimolante e favorisce la partecipazione fisica ed emotiva: infatti, svolgere attività varie e divertenti per non fare annoiare il soggetto, contribuisce a stabilire una programmazione corretta aumentando il livello di attività fisica durante la giornata.

Malattia coronarica

Per malattia coronarica indichiamo una qualsiasi alterazione, sia anatomica che funzionale, delle arterie coronarie, cioè dei vasi sanguigni che portano sangue al muscolo cardiaco.

La malattia coronarica si può manifestare sia come ischemia silente (asintomatica) che come malattia coronaria sintomatica in cui avremo dapprima angina pectoris stabile e instabile (dolori a livello toracico), poi infarto, alterazione ischemica con insufficienza cardiaca sinistra, aritmie soprattutto a livello ventricolare ed infine morte.

Questo tipo di malattia può essere congenita oppure dovuta a fattori predisponenti non influenzabili come l’età, il sesso e la predisposizione familiare, ma può essere anche acquisita attraverso fattori di rischio come dislipidemie ed aumento del colesterolo cattivo (LDL) , ipertensione, diabete mellito, sindrome metaboliche e tabagismo.

L'impatto delle malattie cardiovascolari in tutto il mondo è di grande preoccupazione per i pazienti e per le agenzie di assistenza sanitaria.

L’attività fisica, una dieta equilibrata e uno stile di vita sano hanno sicuramente un effetto positivo nelle persone affette da questa patologia, andando a migliorare la sopravvivenza ed avendo effetti diretti sulla patogenesi della malattia. Ad accertare gli effetti positivi dell’esercizio fisico sulla malattia coronarica ci sono molti studi, tra cui anche quello di Joliffe (2000).

Lo studio di Joliffe tratta appunto i benefici apportati dall’attività fisica nei soggetti affetti da malattia coronarica, in questo esperimento sono stati presi in considerazione uomini e donne di tutte le età, sia in ambienti ospedalieri che di comunità, che hanno avuto un infarto miocardico, bypass coronarico o angioplastica coronarica percutanea transluminale, o che hanno angina pectoris o malattia coronarica definita da angiografia.

Questa revisione sistematica ha permesso l'analisi di un maggior numero di pazienti, da 4500 a circa 8440. L'esercizio fisico impiegato come unico intervento mostra una riduzione del 27% nella mortalità, del 31% invece sul totale della mortalità cardiaca e c'è stata anche una riduzione significativa del colesterolo totale e soprattutto di quello cattivo LDL.

In conclusione i dati dimostrano che la riabilitazione cardiaca a base di esercizio fisico è molto efficace nel ridurre morti dovute a malattie cardiache, gli effetti dell’attività fisica sui soggetti affetti da queste patologie sono: la riduzione dell’aggregazione dei trombociti, il miglioramento dei valori della pressione sanguigna, l’ottimizzazione del profilo lipidico, il miglioramento della vasodilatazione endotelio-mediata coronarica, l’aumento della variabilità della FC e per finire anche effetti benefici su fattori psicosociali.

In soggetti affetti da patologie cardiache come una malattia coronarica è preferibile proporre un esercizio di tipo aerobico in cui l’intensità e la durata delle sessioni di allenamento vengono gradualmente aumentate, è importante realizzare un programma di allenamento personalizzato ed effettuare dei specifici test precedenti all’attività fisica finalizzati a valutare la FCmax e il VO2max.

L’intensità degli esercizi oltre a questi due valori fa riferimento alla scala di Borg.

Naturalmente bisogna tenere conto che ci possono essere controindicazioni anche come angina pectoris, dispnea a riposo, pericardite, miocardite, endocardite, stenosi aortica sintomatica, grave ipertensione ed altro ancora.

Un valido esempio di protocollo di allenamento per soggetti con malattia coronarica potrebbe essere il seguente:

Primo mese:

  • 30 minuti al giorno di attività aerobica.
  • 10’ di riscaldamento con bike, Borg 10-12
  • 10’ bike, Borg 12-13
  • 10’ bike, Borg 10
  • 2 volte la prima settimana, 3 volte la seconda settimana, 4 volte la terza e quarta settimana.

Nei mesi successivi:

  • 45 minuti di attività, 3 volte a settimana, allenamento aerobico e della forza.
  • 10’ di riscaldamento con bike o tapis roulant, Borg 10
  • 10’ esercizi muscolari sia per arti superiori che inferiori, Borg 10-12
  • 15’ esercizi muscolari con utilizzo di elastici, Borg 12-13
  • 10’ lavoro leggero per gambe e braccia, Borg 10-12.

È importante ricordare che l’allenamento in soggetti con patologie cardiovascolari stabili deve essere autorizzato da un medico, il ruolo dell’allenatore è quello di sviluppare un programma in linea con le direttive del cardiologo, così da migliorare la salute della persona senza comprometterne le funzionalità cardiocircolatorie di base.

€ 0.00 0 prodotti
AREA RISERVATA