Il doping e le sue origini
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Il doping e le sue origini

Il doping nello sport è l'uso intenzionale o involontario da parte di un atleta di una sostanza o di un metodo proibito dal Comité International Olympique (CIO). Si tratta di un evento che avviene da millenni e che ha subito un’evoluzione nelle sostanze e nelle metodiche impiegate dagli atleti.

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Il doping e le sue origini

La diffusione del doping nella popolazione di sportivi che non perseguono obiettivi agonistici o che, pur perseguendoli, potrebbero trarre dall’allenamento un ampio margine di miglioramento della prestazione indica che il doping è ormai diventato un fenomeno sociale complesso, che assume significati che vanno oltre la dimensione prestazionale. Esso va inquadrato nel più ampio problema della tendenza nella nostra società a risolvere ogni difficoltà nella maniera più semplice, cioè delegando ad una “sostanza” la risoluzione di un sintomo (l’antidolorifico per il mal di testa ad esempio) o di un problema psicologico-esistenziale (droga).

Le motivazioni che spingono gli sportivi agonistici a fare uso di sostanze dopanti sono diverse da quelle che inducono gli sportivi amatoriali all’uso di sostanze illecite. Nello sport agonistico, e in particolare negli atleti di alto livello, le motivazioni alla pratica del doping sono fondamentalmente dettate dai grossi interessi che gravitano attorno alle manifestazioni. La pressione sull’atleta, già grande a livello psicologico per il solo fatto di doversi cimentare con i propri limiti e/o con gli avversari, è aumentata dagli ingenti guadagni che gli vengono proposti come premio per superare il record o vincere una partita.

Gli sponsor, inoltre, legano molto spesso l’entità della loro partecipazione economica ai risultati conseguiti. Questo sistema spalanca le porte all’uso delle sostanze illecite, che permettono all’atleta di allenarsi oltre i propri limiti per ottenere prestazioni idonee a soddisfare le aspettative del mondo che lo circonda. In definitiva, il campione, simbolo della massima forza e della massima autodeterminazione nell’immaginario collettivo, è di fatto una semplice pedina, per lo più manovrata da personaggi e da pressioni che pretendono da lui solo una cosa: il risultato a tutti i costi.1

Il problema del doping e le spinte al suo utilizzo possono essere spiegate anche attraverso il cosiddetto “dilemma dei prigionieri” chiamato anche “dilemma del doping”: se è certo, o altamente probabile, che il mio avversario (l'atleta, nella fattispecie) imbrogli (usi il doping), la mia scelta razionale è fare altrettanto (doparmi). L’azione di una persona ha conseguenze anche su un’altra persona ma è improbabile che il successo si verifichi per entrambi. Quindi, una ragione molto importante per l’uso di sostanze per potenziare le performance (PED = Performance Enhancing Drugs) e i metodi usati dagli atleti per migliorare le prestazioni, è la convinzione e il sospetto che qualsiasi altra persona ne stia facendo uso e, di conseguenza, una persona ne farà uso perché crede che tutti gli altri ne faranno uso.2

Nello sport amatoriale le motivazioni sono diverse. Ciò che induce gli sportivi amatoriali all’uso, ad esempio, di steroidi anabolizzanti, oltre a motivazioni come migliorare la performance e ridurre i tempi di recupero dopo l’allenamento, è l’aumento della massa muscolare (R.Hurst, B. Hale, 2000). Questa è la spia più frequente della presenza di una sindrome comportamentale nota come sindrome da dismorfia muscolare, che si presenta sotto forma di una mancata accettazione delle sembianze del proprio corpo per una percezione distorta della propria immagine. I soggetti che soffrono di questo disturbo sono in genere uomini oggettivamente molto muscolosi, definiti e possenti ma quando si vedono allo specchio non si percepiscono come tali, anzi si vedono sempre troppo magri, non adeguatamente “pompati”, piccoli e deboli; le donne al contrario, si sentono flaccide e grasse quando in realtà sono magre e muscolose.

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Il dismorfismo muscolare è un disturbo di recente rilevazione, infatti, era il 1993 quando lo psichiatra H.G. Pope lo descrisse come “Revers Anorexia”, per indicare la specularità con l’anoressia nervosa: mentre l’anoressico ricerca l’estrema magrezza, chi soffre di dismorfismo muscolare ricerca l’estrema muscolosità. Questa patologia dell’immagine è citata anche come “Complesso di Adone”, il dio greco che incarna la bellezza maschile e il prototipo al quale i più vorrebbero aspirare. Il disturbo è noto anche come Vigoressia e, soprattutto tra i frequentatori di palestre, è noto come Bigoressia (parola nata dal mix tra il termine inglese “Big” che significa grande/grosso, e “anoressia”). In genere interessa ragazzi giovani di età compresa tra i 15 e i 23 anni circa che praticano sport in cui lo scopo degli allenamenti è proprio quello di aumentare la propria muscolatura e la propria forza come il football, il wrestling e il body-building.3

La prevalenza del disturbo è calcolata intorno a 100.000 persone nel mondo, e, nelle palestre, si aggira attorno al 10% dei frequentatori, ma con grande probabilità è sottostimata dal momento che non è così semplice riconoscere chi ne è affetto.4Attualmente, la dismorfia muscolare non è inclusa nel DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come categoria diagnostica a sé stante e si discute se debba essere classificata o tra i disturbi dell’alimentazione o come sottotipo del disturbo da dismorfismo corporeo o come appartenente ai disturbi ossessivo-compulsivi.

Dobbiamo anche ricordare che viviamo nella società dell’apparenza, dove i mass-media ci bombardano di continuo con immagini che propongo modelli di perfezione estetica, irraggiungibile ai più, ma con i quali tutti ci confrontiamo e pongono gli individui in un forte senso di insoddisfazione e insicurezza circa la propria immagine.

Ovviamente non tutti soccombono al confronto con i modelli e le modelle che popolano i cartelloni pubblicitari, tutto dipende da quanto è importante l’ideale di bellezza, quanto si è sensibile al piacere e all’apparire, dai sentimenti che emergono dal confronto tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, dalle ansie e dalle insicurezze che pervadono il singolo. Se a tutto questo aggiungiamo la scarsa informazione in materia di effetti nocivi indotti dal doping, è facile immaginare quanto questa pratica sia radicata nel tessuto sociale e quanto essa possa ancora proliferare se non si ricorre ai ripari mettendo in atto strategie globali per affrontare il fenomeno.

Il doping nello sport è l'uso intenzionale o involontario da parte di un atleta di una sostanza o di un metodo proibito dal Comité International Olympique (CIO). La International Federation of Sports Medicine (FIMS) sostiene il divieto del doping per proteggere gli atleti da :

  • il vantaggio sleale che può essere acquisito da quegli atleti che fanno uso di sostanze o metodi proibiti per migliorare le prestazioni;
  • possibili effetti collaterali nocivi che alcune sostanze o metodi possono produrre.

Oltre alle conseguenze etiche e sanitarie, esistono anche implicazioni legali. La distribuzione di molte sostanze vietate (ad esempio, steroidi anabolizzanti), se non per un motivo medico giustificato, è illegale in molti paesi. Incoraggiare o aiutare gli atleti ad utilizzare tali sostanze o metodi è immorale e, di conseguenza, ugualmente proibito (Position Statement of the International Federation of Sports Medicine – before WADA foundation).

Il doping non è un fenomeno recente, fin dall'antichità si è fatto ricorso a sostanze e pratiche per cercare di migliorare una prestazione sportiva; La storia del doping inizia fin dalle prime Olimpiadi nel 776 a.C. con l'impiego di sostanze di origine naturale. Nelle Olimpiadi del 668 a.C. viene riportato l'uso di sostanze eccitanti (quali funghi allucinogeni). Galeno (130-200 d.C.) descrive nei suoi scritti le sostanze che gli atleti romani assumevano per migliorare la loro prestazione, come anche nell’antica Grecia, durante lo svolgimento dei giochi olimpici, gli atleti assumevano infusi a base di erbe o funghi.

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Se nelle civiltà antiche si faceva ricorso a funghi, piante e bevande stimolanti, con lo sviluppo della farmacologia e dell'industria farmaceutica si assiste nel XIX secolo ad una diffusione di sostanze quali alcool, stricnina, caffeina, oppio, nitroglicerina e trimetil (sostanza alla quale si deve la prima morte conosciuta per doping, quella del ciclista Arthur Linton nel 1886).

Nel 1896 la passione per lo sport del barone de Coubertin, la sua perseveranza e i suoi capitali, riuscirono nell'impresa di far risorgere il mito delle Olimpiadi, sospese dall'imperatore Teodosio nel 393 d.C. Con le Olimpiadi moderne, contestualmente al rilancio delle competizioni sportive, si diffuse in Francia il vin Mariani, una mistura stimolante a base di vino e foglie di coca in grado di ridurre la percezione della fatica. Negli anni cinquanta del novecento comparvero sul mercato gli steroidi anabolizzanti.

Inizialmente furono usati androgeni naturali come il testosterone, poi steroidi di sintesi realizzati dall'industria farmaceutica con il fine di separare l'effetto anabolizzante dall'attività androgenica. Nel 1960, nel corso della XVII Olimpiade di Roma, una miscela di acido nicotinico e anfetamine fu fatale al ciclista danese Kurt Jensen, che morì in gara. Fu il primo decesso per doping durante una competizione olimpica e fu anche la scintilla che fece esplodere il problema connesso con l'uso di sostanze potenzialmente mortali da parte degli sportivi.

Quest'episodio, oltre a evidenziare l'abuso di steroidi nei giochi olimpici del 1964, favorì l'introduzione del “controllo doping” a partire dai successivi giochi del 1968, per i quali il Comitato Internazionale Olimpico (CIO) stilò il primo elenco ufficiale delle sostanze proibite. Oltre agli anabolizzanti, che venivano utilizzati soprattutto per aumentare la massa e la potenza muscolare, negli sport di resistenza si ricercarono sostanze e metodiche capaci di incrementare la durata dello sforzo, intervenendo sulla capacità di trasporto di ossigeno del sangue ai tessuti. Si diffuse la pratica delle autoemotrasfusioni che, alla fine del secolo scorso, fu sostituita dall'uso di eritropoietina (EPO), un ormone peptidico in grado di ottenere il medesimo effetto promuovendo la maturazione dei globuli rossi e la sintesi di emoglobina. Queste procedure avevano il vantaggio di potenziare i processi bioenergetici muscolari senza lasciare tracce rilevabili al controllo antidoping.

Da questo breve excursus storico emerge come il doping nello sport sia un evento che avviene da millenni. Le sostanze e le metodiche impiegate dagli atleti hanno subito un'evoluzione in linea con la disponibilità di molecole di sintesi e, recentemente, con la biotecnologia molecolare, prospettando il doping genetico.5

Lotta al doping

Il primo grande passo nella lotta contro il doping viene compiuto nel 1960, quando il Consiglio d'Europa presenta una risoluzione contro l'uso di sostanze dopanti nello sport. Sembra che i primi decessi siano stati necessari per sensibilizzare le autorità su questo fenomeno. La prima legislazione antidoping appare nel 1963 in Francia, seguita poco dopo dal Belgio nel 1965. Nel 1967 il Comitato Olimpico Internazionale(CIO) istituisce la propria commissione medica specifica.
1968: Ai Giochi olimpici estivi di Città del Messico ed ai Giochi invernali di Grenoble vengono introdotti per la prima volta i test antidoping. Il CIO redige una lista di sostanze e metodi vietati (Lista di sostanze proibite), sebbene l'equipaggiamento tecnico e le procedure di analisi siano ancora inadeguati.
1988: In Germania vengono introdotti i test fuori gara.
1999: Nel febbraio di quest'anno, in seguito a un nuovo grande scandalo di doping scoppiato al Tour de France l'anno precedente, il CIO convoca a Losanna la Conferenza mondiale sul doping nello Sport. Il risultato principale di questa conferenza è l'istituzione, il successivo 10 novembre, dell'Agenzia Mondiale Antidoping (AMA-WADA, World Anti-Doping Agency).
2004: Il Codice mondiale antidoping diventa la struttura portante di un insieme omogeneo di politiche, norme e regolamenti antidoping, validi sia per le organizzazioni sportive sia per le istituzioni pubbliche. Il Codice è strettamente connesso con i quattro Standard internazionali, cioè gli aspetti principali della lotta al doping, che hanno lo scopo di armonizzare l'attività delle organizzazioni antidoping nelle diverse aree: controlli, laboratori, esenzioni per uso terapeutico (TUE) e Lista di sostanze e metodi proibiti.
2007: Si svolge la Convenzione internazionale contro il doping nello sport, che rappresenta un evento storico in cui, per la prima volta, i governi di tutto il mondo accettano di applicare le leggi internazionali per combattere il doping. Ciò è particolarmente importante, giacché vi sono determinate zone del mondo in cui l'unica autorità che possiede i mezzi per contrastare il doping è quella dello stato. La Convenzione consente perciò di uniformare globalmente le norme, le politiche e le linee guida antidoping dei vari paesi, in modo da fornire a tutti gli atleti un ambiente di gara equo e onesto.

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