Da un corpo all’altro: ritorno allo sport
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Da un corpo all’altro: ritorno allo sport

L’esercizio fisico può costituire una forma di terapia capace di restituire ai soggetti trapiantati una percezione di notevole benessere fisico e psicologico e di bisogni emotivi, permettendo loro di raggiungere un livello di qualità della vita simile a quello precedente o del resto della popolazione.

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Da un corpo all’altro: ritorno allo sport

Il caso Jonah Lomu: dal trapianto al ritorno al rugby

Jonah Lomu è stato una leggenda del rugby. Ha fatto parte della nazionale neozelandese, gli invincibili All Blacks, e fin da giovanissimo ha stupìto il mondo per la sua tecnica rivoluzionaria e la sua forza impressionante. Parallelamente alla sua affermazione come stella assoluta di rilievo mondiale, Lomu ha però dovuto affrontare una grave insufficienza renale che lo ha tormentato sin dall’età di ventuno anni. Jonah Lomu muore all’età di 40 anni a causa dell’aggravarsi della sua malattia renale.
In questa intervista il campione racconta come ha affrontato e superato la sua prova più difficile, e come il trapianto gli abbia permesso, dopo anni di sofferenze, di tornare a giocare a rugby.

INTERVISTA

D: Jonah Lomu, lei è considerato da tutti una leggenda vivente del rugby, e il suo stile di gioco ha cambiato profondamente questo sport. A soli vent’anni, al suo esordio nella Coppa del Mondo, ha stupito tutti con delle performance esaltanti, ed in particolare la sua partita in semifinale contro l’Inghilterra viene ancora ricordata ed apprezzata da milioni di persone. La sua carriera è stata un susseguirsi di vittorie personali e di squadra. Sin dai primissimi tempi, però, qualcosa nel suo corpo ha cominciato a non andare più come doveva, e lei è stato costretto a combattere a più difficile delle sfide, quella contro la morte. Cosa può dirci di come ha affrontato quella sfida?

R: Ho giocato con un’insufficienza renale per tutta la carriera. All’inizio tenevo nascosta la mia malattia perché non volevo assolutamente che fosse una giustificazione. Volevo essere scelto dagli All Blacks (la nazionale neozelandese) per aver dimostrato di essere il migliore nel mio ruolo, e niente doveva interferire con il mio obiettivo. Per questo non ho detto niente a nessuno. Dal rugby ho imparato ad essere forte e determinato, e questo mi ha aiutato nello sport ma anche nella battaglia contro la malattia. La mia forza è sempre stata questa: la volontà di fare sempre ciò che va fatto senza esitazione, il pensare alle cose in modo positivo, e non arrendersi mai.

D: Quali furono I pensieri di uno sportivo di successo come lei, quando ha sentito parlare per la prima volta del Trapianto?

R: Il mio medico mi scrisse una lettera. Mi comunicava di aver riscontrato una insufficienza renale e aggiungeva che prima o poi avrei avuto bisogno di un trapianto. È stato uno shock incredibile, e sul momento sono rimasto frastornato e confuso. Poi però sono stato felice di sapere finalmente perché ero sempre così stanco e faticavo così tanto in allenamento, e ho pensato, semplicemente, che dovevo accettare la mia condizione, e già conoscerne le cause era una buona cosa.

D: Per quanto tempo è rimasto in attesa del trapianto? E quali erano le sue paure più grandi?

R: Sono stato in dialisi per 14 mesi mentre ero in attesa del trapianto, otto ore a notte per sei notti a settimana. Dopo un periodo del genere non avevo nessuna paura del trapianto, ed ero convinto che sarebbe andato bene.

D: Come si sente adesso dal punto di vista fisico e psicologico? Quando è tornato ad allenarsi?

R: Mi sento alla grande. Due settimane dopo il trapianto ero tornato in bicicletta e in palestra. Due mesi dopo sono tornato all’allenamento intensivo. Dato che il mio rene nuovo era stato messo in una posizione protetta sotto il costato sono addirittura tornato a giocare a rugby.

D: In Italia, come nel resto del mondo, il Trapianto è considerato la migliore terapia per le insufficienze d’organo, eppure molte persone sono ancora in attesa di poterne usufruire. I medici, i volontari e le istituzioni sono costantemente impegnate nel diffondere la cultura della donazione tra i cittadini per far capire a tutti che essere favorevoli al trapianto e quindi alla donazione può salvare molte vite. Cosa si sente di dire a quelli che non sono ancora coscienti dell’importanza del donare gli organi?

R: Penso che abbiamo bisogno di parlare di più della donazione d’organi. Molta gente non sa quante persone sono ancora in attesa di un organo. Sono convinto che più se ne parlerà, in famiglia e con gli amici, e più crescerà la disponibilità di organi, e così aumenterà il numero di coloro che potranno beneficiare del trapianto.

D: Pensa che lo sport possa aiutare i trapiantati e le loro famiglie?

R: Certo, lo sport aiuta moltissimo. Questo vale per tutte le persone, non solo per i trapiantati. Un fisico forte e in salute rende la mente in grado di far fronte a qualsiasi sfida. Per una persona trapiantata, poi, le sfide non finiscono, ed essere forte fisicamente e mentalmente è fondamentale.

D: Oggigiorno lo sport è macchiato da innumerevoli scandali e perde rapidamente molta della sua credibilità. Il rugby sembra però essere diverso. È uno sport che ispira fiducia alla gente, perché costruito sul rispetto dell’avversario e sull’etica sportiva, e valorizza al massimo le abilità tecniche e fisiche. Fortunatamente il rugby sta ricevendo in Italia sempre maggiore attenzione e ne vengono sottolineati spesso i valori fondamentali: passione, impegno generosità.
Pensa che i valori del rugby siano in qualche modo simili a quelli della cultura della donazione?

R: Certo, passione e impegno sono I valori basilari, nel rugby come nella vita, e sono anche i valori che stanno alla base della cultura della donazione.1

Dopo il trapianto, il ritorno all’NBA. La storia di Alonzo Mourning

Guerriero, è il termine che si può facilmente attribuire ad Alonzo Mourning. Uno che sul parquet ha sempre dato tutto, non si è mai tirato indietro ed ha sempre lottato fino alla fine. Nemmeno quando una grave malattia lo costrinse ad abbandonare, per poco, la pallacanestro, non ha mollato e ne è uscito vittorioso. Ma andiamo con ordine. Alonzo Harding Mourning Jr nasce a Chesapeake il lontano 8 febbraio 1970.

All’high school Alonzo cominciò a far parlare di se. Dominava come pochi sotto canestro diventando subito il miglior stoppatore della sua categoria della nazione e condusse la squadra della sua scuola a 51 vittorie, prima volta in assoluto. Finita l’high school e arrivato il momento di decidere il college, tra le tante opzioni scelse Georgetown. All’università di Washington continuò la sua crescita. Finisce la carriera collegiale come leader di sempre nelle palle recuperate della Divison One. Inoltre, è l’unico insieme ad Ewing a finire il college con più di 2000 punti segnati e più di 1000 rimbalzi conquistati. Dopo i canonici quattro anni di college, fu eleggibile per il draft NBA del 1992. Gli Charlotte Hornets non se lo fecero sfuggire chiamandolo con la seconda scelta assoluta, subito dietro a Shaquille O’Neal, il miglior prospetto di quel draft e suo eterno rivale.

Dopo altre due stagioni passate in maglia Hornets, dove Charlotte si confermò ad alti livelli con Mourning ma non riuscì mai a fare il vero salto di qualità, i Miami Heat, con Pat Riley alla guida, acquistarono Mourning e ne fecero subito il punto cardine del roster. Le stagioni a seguire non avevano portato grandissimi risultati. Nel 1999, invece, Miami arrivò alla post-season con il primo seed ad est. Nonostante ciò, gli Heat furono eliminati 3-2 dai Knicks. Al rientro negli Stati Uniti, però, ebbe una tragica notizia. Durante, infatti, una visita medica gli fu diagnosticata una Glomerulosclerosi segmentaria e focale. Una malattia che colpisce i reni, una sindrome clinico-patologica caratterizzata da proteinuria massiva tipicamente non selettiva, ipertensione sistemica, insufficienza renale, resistenza agli steroidi e lesioni sclero-ialine glomerulari. Una malattia dalle serie conseguenze per un qualsiasi individuo e che avrebbe sancito la fine della carriera per chiunque.

Come abbiamo già detto, Mourning è un duro, uno che non molla mai, e come tale non ha mollato neanche in questa circostanza. Dopo essersi sottoposto ad un trattamento intensivo che lo tenne lontano dai campi per cinque mesi, Mourning ebbe il via libera dai medici nella stagione successiva. Riuscì a scendere in campo per 75 partite, nelle quali si notavano nettamente le sue difficoltà fisiche.

Un peggioramento improvviso delle sue condizioni lo costrinse a restare ai box per l’intera stagione 2003. In estate, inoltre, finì il contratto che lo legava agli Heat e, nonostante la sua volontà di restare a Miami, a causa di questioni contrattuali si accasò ai New Jersey Nets. L’approdo ai Nets poteva essere il modo per ritornare in forma, ma dopo sole dodici gare il destino volle che un nuovo peggioramento delle sue condizioni lo fermasse ancora. Mourning fu costretto a ritirarsi dall’attività, e grazie ad un trapianto di rene, rene che gli fu donato da un cugino marine di nome Jason Cooper, non fu più in pericolo di vita. Ritornò anche a calcare il parquet nella stagione 2005 e dopo un po’ i Nets lo spedirono a Toronto. Tuttavia, Mourning rifiutò l’approdo in Canada e dunque da svincolato ritornò all’amata Miami. La squadra in cui si ritrovò, era ovviamente diversa da quella che lasciò ed anche il suo ruolo era del tutto ridimensionato.

Dopo il mancato approdo alle Finals nel 2005, la stagione successiva gli Heat condussero un’ottima regular season. Ai playoff eliminarono Bulls, Nets, e alle Finali di Conference i Detroit Pistons, coloro che avevano impedito agli Heat di raggiungere l’ultimo atto la stagione precedente, il tutto con un grande contributo di Mourning. Alle Finals incontrarono i Dallas Mavericks che partirono meglio.
Gli Heat, però, ribaltarono la serie da 0-2 a 4-2 e si laurearono Campioni NBA. Era fatta, Mourning aveva finalmente vinto l’anello. Il giusto premio per tutto ciò che aveva dovuto passare. Dopo un altro anno e mezzo di attività contraddistinto ancora da infortuni, Mourning annunciò il ritiro definitivo il 22 gennaio 2009. Il 30 marzo successivo, Riley lo onorò ritirando la maglia numero 33. Nell’agosto scorso, invece, è stata la NBA ad onorarlo, introducendolo nella Hall of Fame. Questa è la storia di un giocatore, ma prima uomo, che non ha mollato di fronte a nessuna difficoltà, nemmeno quando era in pericolo di vita. La grinta e il cuore che metteva sul parquet sono da esempio per i bambini che si avvicinano alla pallacanestro.2

Il caso Aries Merritt, dal trapianto ai mondiali di Londra 2017

Aries Merritt nasce a Chicago il 24 luglio 1985, trascorrere la sua vita accanto all’atletica e diventa uno dei più grandi campioni dei 110 metri a ostacoli, tant’è che tuttora detiene il record in questa disciplina (12”80), conquistato il 7 settembre 2012 al Memorial Van Damme di Bruxelles; nello stesso anno conquista l’oro olimpico a Londra. Un anno dopo il mondo gli si rovescia addosso, è un attimo: ai mondiali sentiva che qualcosa non andava. Entra in finale senza ripescaggio, ma è evidente che non sta bene, tanto è vero che comunque il suo è il peggior tempo ottenuto dai finalisti in semifinale. Chiude sesto. Tornato a casa cominciò a star male, gli mancavano le forze, aveva il respiro corto e dopo un allenamento faticava a recuperare. Dieci giorni così e non ne poteva più. Era anche impaurito. In una brutta mattina lo avremmo trovato su un lettino del pronto soccorso della Mayo Clinic di Phoenix. Quando gli dissero, senza tanto girarci intorno, che aveva una grave patologia renale, Aries non voleva quasi crederci. Una malformazione genetica, frequente negli afro-americani, poi una serie di guasti ad essa connessi, subdoli, alcuni asintomatici. Gli dissero che non c'era altra strada: doveva fermarsi, curarsi, aspettare, cambiare vita, essere un altro.

Una pietra sul campione che aveva regalato al mondo e a se stesso performance straordinarie. Il suo rene malfunzionante era anche stato attaccato dal Parvovirus B16, che andò a prendersela anche col suo midollo spinale, creando uno scompiglio inaudito nel suo organismo, l'organismo di un campione olimpico, teoricamente perfetto, teoricamente inattaccabile. Merritt rimane in ospedale sette mesi, da ottobre (2013) ad aprile (2014). La funzionalità renale era scesa sotto il 15%. Il solo deambulare era diventato uno sforzo, una specie di sfida quotidiana. I reni erano così danneggiati da non riuscire più a elaborare le proteine, che così vennero eliminate dalla dieta. Costretto a nutrirsi male, Aries perde peso, diventa magrissimo. Allenarsi, una volta tornato a casa, era fuori discussione. Non poteva effettuare ripetute, alzare pesi in palestra.

Ogni giorno era costretto alla dialisi: "Per restare emotivamente vivo, quando finivo il trattamento tornavo a casa, mangiavo e facevo una corsetta". Il parvovirus (la principale preoccupazione dei medici) era cattivo, resistente, venne trattato con le immunoglobuline. Tolto il parvovirus i medici confidavano di poter ripristinare quella parte di rene non ancora danneggiata. Ma arrivano altre complicazioni. Le immunoglobuline non legavano col sangue di Aries, gli provocavano l'emolisi, in pratica gli attaccavano i globuli rossi. I reni miglioravano, il resto del corpo peggiorava. Tutto questo circa un anno fa. A maggio il parvovirus declinò. Aries aveva tutti contro, i medici gli avevano detto che difficilmente sarebbe potuto tornare a competere, soprattutto ai suoi livelli, in famiglia temevano per la sua vita, non per la sua atletica.

Non ascoltò nessuno. A fine maggio volò in California con due settimane di medio allenamento e finì 3° in un 110 ostacoli di inizio stagione (13"78). Aveva corso il suo 110 hs più lento degli ultimi quattro anni, ma l'importante è che l'aveva corso. A settembre venne applaudito il suo ritorno in Diamond League, ma in pochi sapevano della sua malattia. Merritt era felice di aver cambiato i piani pensionistici elaborati per lui, pur col solo scopo di proteggerne la salute, dai suoi affezionati e competenti medici, che avevano soltanto un difetto: non capivano cosa volesse significare essere un ostacolista di livello mondiale, come la passione di un campione potesse sovvertire le cartelle cliniche. Aries rimane un sorvegliato speciale, ma torna all'atletica. I reni funzionano bene, ma a intermittenza. Aspettando il rene che gli cambierà la vita, a Pechino vince il bronzo, un colpo di reni del ragazzo in dialisi. Dal podio mondiale alla sala operatoria il passo è breve. Aries si sottopone al trapianto di rene. La donatrice è sua sorella La-Tonya, otto anni più grande di lui.

Nella primavera 2016 Merrit torna ad allenarsi in vista di Rio: non aveva livelli normali di sangue e per questo i medici gli consigliano di non correre più, ma lui non demorde e continua ad allenarsi. Il sogno olimpico svanisce per la dura legge dei Trials. Quarto per un centesimo: tradotto niente pass per il Brasile. Merritt non demorde e dodici mesi più tardi ci riprova. Stavolta il biglietto per il Mondiale è staccato, così Aries si presenta in gara a Londra. Chiude quinto, ma nell’affollata zona mista dell’impianto di Stratford, riceve più attenzioni rispetto ai tre medagliati. Merritt ha una nuova missione: annunciare a tutti i trapiantati del mondo di non rassegnarsi, ma di andare avanti: «Come nei 100 ostacoli la vita è piena di barriere, ma l’uomo deve imparare a superarle, perché attraversare il traguardo dà un piacere immenso».3

Daniela De Rossi e le sue medaglie

Daniela è vittima di una rara malattia autoimmune che si chiama glomerulo sclerosi focale segmentale, riscontrata nel 2012 in seguito a degli esami medici sportivi che le dovevano dare l’ok per l’attività agonistica. Invece arrivò un drammatico stop, non solo sportivo. «La sentenza fu choccante – spiega la signora Monica –, la malattia era già in stato avanzato, non restava che sperare nel trapianto. Che però in quel momento non era possibile affrontare: cuore, fegato e tutti gli organi vitali erano quasi compromessi a causa del malfunzionamento dei reni. Daniela ha fatto due anni di dialisi peritoneale: 12 ore al giorno, tutti i giorni. I medici sono riusciti a ristabilizzarla per poterla avviare al trapianto di rene da vivente. Nel frattempo io e mio marito Angelo abbiamo fatto tutti i test. Risultavamo entrambi idonei, ma sono stata scelta io».

Così l’anno scorso Daniela è nata per la seconda volta grazie a sua madre, autentica donatrice di una nuova esistenza. In Spagna la nuotatrice azzurra ha vissuto le sue prime Olimpiadi da trapiantata filando come un missile nella più simbolica delle acque rigenerative, forte di quel “nuovo” rene donatole da mamma Monica grazie al trapianto effettuato poco più di un anno fa, il 16 febbraio 2016. «Non riesco a esprimere la mia felicità – ci dice al telefono da Malaga la giovane campionessa romana –. A settembre porterò queste medaglie a scuola perché sono un po’ anche dei miei compagni e delle maestre che mi sono sempre stati vicino negli anni della malattia e della dialisi».

«Mai avrei immaginato di essere campionessa olimpica – dice Daniela, che in vasca aveva conquistato 9 titoli regionali e uno nazionale già prima del trapianto –. Tra due anni voglio tornare ai Giochi (si terranno a Newcastle, in Inghilterra, dal 17 al 24 agosto 2019, ndr) e magari puntare a 4 ori. Il nuoto mi ha dato tanta forza per affrontare la malattia e tornare a vivere come prima».

Agostino Radici, dal trapianto allo sport

Agostino Radici è il responsabile della Nazionale Italiana Pallavolo trapiantati e dializzati di Aned onlus, nominato lo scorso novembre atleta dell’anno 2016 secondo UNVS di Bra. Nato a Soncino è residente in Piemonte, in provincia di Cuneo, dal 1967, ha una storia permeata di sfide vinte sui campi di gara e nella vita. Il percorso che lo ha portato oggi ad essere una colonna della squadra azzurra ha nel suo divenire un bagaglio di esperienze che dimostrano la sua passione verso lo sport e la sua particolare dedizione a mettersi a disposizione per aiutare la sua comunità e non solo.
Comincia i primi passi nel mondo dell’atletica nel 1974, con diverse soddisfazioni a livello provinciale, poi si avvicina alle arti marziali, un interesse che lo ha portato a diventare istruttore nel 1982 in vari doji del cuneese. Da qui il suo spirito combattivo si sposta dal tatami alla quotidianità dovendo affrontare nel 1987 una delle sfide più grandi, quella contro la dialisi. Questo particolare momento, che stravolge il suo ritmo di vita con continue sedute di terapia sostitutiva presso l’ospedale, non ferma la sua voglia di mettersi in gioco, anzi Agostino sembra trovare nuove motivazioni che lo portano a iniziare a praticare il tennis e scoprire la pallavolo giocata. Riesce inoltre a tramutare la sua malattia in voglia di aiutare gli altri, per questo diventa quasi da subito socio della Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto (ANED) , mettendosi a disposizione a sostegno dei pazienti della provincia di Cuneo, e venendo poi eletto come componente del comitato regionale della stessa, di cui ancor oggi fa parte.

Subisce il primo trapianto nel 1990 ma l’emozione durò poco, perché, proprio come in una gara sportiva a cui era tanto abituato, dopo il successo arriva nuovamente il momento di dover affrontare un avversario più duro che sembra metterti a ko. Solo dopo pochi mesi deve ancora una volta confrontarmi con la dialisi. La sua tenacia è stata premiata con una nuova rinascita l’8 aprile 1997, giorno in cui si è reso disponibile per lui un nuovo rene al Centro Trapianti di Torino. Da quella data non si è più fermato.

Spinto da Aned e dalla sua indimenticabile fondatrice Franca Pellini, comincia a partecipare alle competizioni anche da trapiantato, capendo che lo sport poteva dare un segnale di speranza a coloro che come lui si fossero trovati in un momento difficile della loro vita. La sua motivazione, la sua passione e il suo impegno lo portano a collezionare successi ai Giochi Mondiali Invernali per trapiantati nel 2001 in Svizzera e nel 2003 a Bormio e a raccogliere diverse medaglie nelle varie edizione dei Giochi Nazionali per trapiantati e dializzati che Aned organizza ogni anno fin dal 1991. La soddisfazione più grande è sempre stata però poter vedere persone che come lui davano e ancor oggi danno all’attività sportiva un significato profondo che va oltre al pezzo di metallo al collo, ma che vuole essere testimonianza di speranza e grande gratitudine per il dono ricevuto. Partecipa nel 2009 a uno studio sugli effetti di una camminata di 100 Km nel deserto di Tefendest in Algeria”.

La sua forte personalità e le sue capacità lo portano anche oggi a continuare a mettersi in gioco. Da poco è diventato uno dei responsabili dell’Aned sport della sua regione e ogni anno si batte per portare in alto questi campionati a lui sempre cari. Agostino, atleta azzurro di cui il nostro Paese deve andare orgoglioso, ha sempre dimostrato che lo sport ti insegna a vincere nella vita, un atleta azzurro instancabile che difenderà ancora una volta i colori della bandiera italiana con la prossima spedizione della Nazionale Italiana trapiantati di Aned Sport ai Giochi Mondiali in Spagna, a fine giugno.

Daniele Dorizzi, dal trapianto alle mezze maratone

Daniele Dorizzi ha 50 anni, vive a Colà di Lazise, in provincia di Verona e sin dall’età di 11 anni porta avanti questa grande passione per la corsa, tant’è che partecipa a molti Campionati Nazionali di Atletica come mezzo maratoneta, la sua disciplina preferita. Nell’anno 2004 gli viene annunciato che ha un rene policistico e che a breve avrebbe avuto bisogno di un nuovo rene che riceverà nell’anno 2006. Daniele non si è mai arreso, anche di fronte a questo destino che non era proprio dalla sua parte.

Lui si sentiva alla pari degli altri, anche dopo il trapianto, ed è per questo che decise di partecipare alla mezza maratona delle Tre Cime di Lavaredo, che ci fu sei mesi dopo il trapianto. È stato sempre agevolato dal suo fisico, abituato agli sforzi e agli allenamenti: tanto è vero che i medici non hanno mai cercato di frenare il suo desiderio di tornare al più presto a correre.

Vince la sua prima medaglia nei mondiali per trapiantati il 28 agosto 2009, esattamente nel terzo anniversario della morte del suo donatore e quindi del suo trapianto di rene. Lo scorso anno ha partecipato alla Spoleto Country Half Marathon, corsa di 21 chilometri inserita nel programma del Running Festival che, grazie a un lungo percorso tra i boschi e i sentieri che circondano la città umbra, è senza dubbio tra le più affascinanti in Italia, dove riesce a chiudere con un tempo di 02:06:56.
È solo grazie allo sport che Daniele riesce a vivere una vita felice e ha sempre dimostrato che finchè le sue gambe reggeranno lui sarà sempre pronto con le sue scarpette a percorrere quei 21 km tanto amati sin da bambino.

Le testimonianze di Margherita e Carlo, trapiantati di rene

Lo scorso agosto ho avuto il piacere di assistere ai Campionati Regionali di Pallavolo della Nazionale Italiana per trapiantati, e fra le tante storie che ho ascoltato, due in particolare mi hanno suscitato particolare interesse.

Margherita ha 50 anni, all’età di 6 anni scopre di avere il diabete di tipo 1, trascorre la sua vita tra mille difficoltà e a lungo andare comincia a riscontrare problemi agli occhi (grave retinopatia), ai reni e al pancreas. Si sottopone a pesantissime terapie farmacologiche per cercare di coprire i problemi che il diabete stava portando sempre con maggiore insistenza. È nel 2000 che la situazione peggiora così tanto che si ritengono necessari due tipi di trapianto: pancreas e rene.

L’intervento chirurgico prevedeva l’inserimento del nuovo rene e del nuovo pancreas poiché se fosse rimasto il pancreas malato sarebbe andato a danneggiare anche il nuovo rene. Si ritiene necessario anche intervenire sugli occhi, infatti si sottopone a una panfotocoagulazione laser per retinopatia diabetica che va a ridonarle la vista. Dopo il trapianto essa va incontro a un’attenta riabilitazione che prevedeva la ripresa del cammino molto lentamente e la ripresa dell’attività fisica poco più intensa nei mesi successivi. Nel 2004 entra a contatto con l’ANED sport (Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto – Onlus) e quindi con quella che è l’attività fisica per soggetti Trapiantati, diventando dopo pochi anni coordinatrice nazionale di questa associazione. Nel 2005, a 5 anni dal trapianto, partecipa ai Campionati Mondiali per Trapiantati, gareggiando in molte discipline tra le quali la pallavolo (il suo sport sin da quando era bambina), nuoto e atletica. Oggi Margherita è una donna in carriera, lavora in banca e si occupa ogni anno dei Campionati per Trapiantati girando per l’Italia e ogni due anni per il mondo, partecipando ai Mondiali per Trapiantati. Negli ultimi mondiali è riuscita a vincere il bronzo con la nazionale di pallavolo e il bronzo al lancio del disco.

Carlo ha 69 anni, sin da bambino entra a contatto con lo sport e partecipa ai Campionati Regionali di atletica gareggiando come lanciatore del disco, inoltre inizia a giocare a pallavolo a livelli agonistici; all’età di 41 anni, nel 1989, comincia ad avere gravi problemi ai reni, scopre di avere una grave nefrite e l’unica soluzione era quella di procedere con la dialisi, inserendosi nello stesso tempo in lista d’attesa per un trapianto. Continua questo trattamento per ben 2 anni fino a quando non arrivò la chiamata dall’ospedale: c’era un donatore cadavere compatibile.
Così, nell’anno 1991, Carlo ricevette finalmente un nuovo rene che gli permise di tornare a vivere una vita normale. Purtroppo la riabilitazione motoria non fu proposta dai medici, in quanto 26 anni fa si pensava che il paziente avrebbe dovuto ricominciare da solo il cammino e la ripresa delle normali attività di vita quotidiana. Dunque riprese per gradi a camminare, sempre facendo il possibile riguardo la sua condizione. A 6 anni dal trapianto, partecipò per la prima volta ai Campionati Mondiali per Trapiantati a Sidney, dove riuscì a vincere la medaglia di bronzo con la nazionale di pallavolo. Da quel momento in poi ha sempre partecipato ai mondiali e a tutti gli altri campionati in giro per l’Italia ed oggi vive una vita tranquilla in compagnia dello sport.

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