Anoressia atletica: definizione e caratteristiche
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Anoressia atletica: definizione e caratteristiche

Disturbo delle abitudini alimentari o del controllo del peso, diminuzione del grasso o del peso corporeo, riuscita corretta dei movimenti.

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Anoressia atletica: definizione e caratteristiche

L'anoressia atletica è stata definita per distinguere l'anoressia patologica dai disturbi alimentari associati all'allenamento e alla performance sportiva.

Il concetto di anoressia atletica (AA) è stato introdotto per la prima volta, negli anni ‘90, da studiosi norvegesi (Sundgot-Borgen, 1993, 1994) che hanno considerato le atlete come un gruppo particolare per quanto riguarda i criteri associati ad allenamenti, schemi alimentari e profilo psicologico.

Infatti, in molti sport, la tendenza registrata negli ultimi anni a raggiungere un peso corporeo eccessivamente basso deriva dall'errato convincimento che questo sia un fattore fondamentale per il miglioramento delle performance.

Ne consegue che molte atlete possono andare incontro a disturbi alimentari (Eating Disorders, ED), pur non soddisfacendo i criteri specifici e diagnostici dell'anoressia nervosa, per riuscire a mantenere un basso peso corporeo e una prestazione ottimale (Sudi et al, 2004).

Questo si nota ad esempio in sport come la ginnastica artistica, la ginnastica ritmica e le discipline di lunga durata in cui la prestazione dipende non solo dalle abilità delle atlete, ma in particolar modo da un basso peso corporeo.

Questo ha fatto si che molte atlete cerchino di raggiungere questo obiettivo diminuendo le calorie introdotte e sovrallenandosi. Tuttavia il raggiungimento di un BMI (body mass index) vicino a valori di 17 (nelle persone normopeso è compreso tra 19/20-25) può provocare seri pericoli per la salute.

Anche per questo rischio l'anoressia atletica (AA) può essere associabile ai disturbi alimentari (ED, di cui fanno parte anche l'anoressia e la bulimia nervosa), anche se la sua reale classificazione in questo contesto diviene problematica.

Infatti l'ED è un disturbo delle abitudini alimentari o del controllo del peso che possono portare ad un indebolimento della salute e del funzionamento delle facoltà psicosociali che colpisce principalmente adolescenti e giovani donne.

L'anoressia nervosa (AN), che è tra gli ED più diffusi, viene descritta come una grave patologia caratterizzata non da una perdita dell'appetito ma da una restrizione volontaria dell'alimentazione al fine di perdere peso, associata a una alterazione della percezione dell'immagine del proprio corpo, alla negazione della gravità del disturbo e del rischio per la vita.

Oltre alla turba psichica si associa anche una amenorrea primaria tra le ragazze in età prepuberale e secondaria tra le giovani.

Segue solitamente un'evoluzione classica descrivibile in 3 gruppi (1/3 di guarigione, 1/3 cronico, 1/3 a evoluzione sfavorevole), e comporta un rischio letale non trascurabile: una percentuale di mortalità del 20% nell'arco di 5 anni (un quarto per suicidio).

Questa patologia si indirizza a una popolazione sempre più giovane, per esempio sono stati descritti casi di bambine anche di 8 anni con conseguenze drammatiche sulla crescita, la futura fertilità e la salute psichica. La AA, invece, pur manifestando la maggior parte delle caratteristiche degli ED (soprattutto dell'AN), può essere vista come uno stato di ridotto apporto energetico e riduzione della massa corporea non a fini estetici, ma per raggiungere prestazioni fisiche più elevate.

Esiste un parallelismo tra i tratti della personalità di pazienti sportivi con TCA-NE (disturbo del comportamento alimentare non specifico) e quelli stabiliti nella scala EDI (Eating Disorder Inventory) di Garner (1991) e comprendono: ricerca del peso ideale, insoddisfazione del proprio corpo, dubbio sulle proprie capacità personali, perfezionismo, immaturità, insicurezza sociale, controllo di se stessi.

La AA, nei lavori di Sundgot-Borgen & Torstveit (2004, 2010), viene perc inclusa tra gli ED, poiché si tratta di un comportamento alimentare anomalo che può portare a seri disturbi alimentari clinici, pur mantenendo una propria singolarità.

La AA presenta perciò delle caratteristiche specifiche:

  • in primo luogo la riduzione della massa corporea o la perdita di massa grassa (considerata come inutile sovraccarico) avviene per migliorare la prestazione e non per un'eccessiva preoccupazione
  • per la forma e l'aspetto fisico, anche se non si esclude che questo possa svilupparsi nelle atlete nel momento in cui paragonano la propria composizione corporea con quella di altre atlete considerate migliori.
  • l'attuazione di diete o di allenamenti eccessivi è volontaria e spesso raccomandata dagli allenatori.
  • perdita di peso è legata alla diminuzione degli apporti energetici, ma anche al volume e all'intensità dell'allenamento.
  • il fine è quello di snellire il fisico, credendo che ciò avvenga non solo per il basso apporto energetico introdotto ma anche grazie al volume e all'intensità del ciclo d'allenamento. Tuttavia differenti gradi di intensità e volume portano a frequenti variazioni cicliche di peso (ripetuta perdita e ripresa di peso) e le atlete che mantengono un peso molto basso per tutto l'anno aumentano il rischio di sviluppare disturbi alimentari clinici.
  • l'AA spesso non è più rilevabile dopo la cessazione della carriera sportiva, in quanto la poca energia introdotta per compensare quella spesa è solitamente temporanea.

Purtroppo è difficile valutare correttamente tra le atlete la presenza di AA poiché ci sono molte differenze nei parametri antropometrici e nellepercentuali di massa grassa tra le atlete di sport diversi. Ci sono atlete normopeso che diminuiscono la massa per gareggiare in categorie con pesi minori o per ottimizzare l'ossidazione durante sport di endurance, altre invece le cui diete e l'allenamento eccessivo servono per bruciare calorie extra (avvicinandosi molto di più all'anoressia nervosa).

Tra la popolazione in generale l'AA non è ben definita.

Per quanto riguarda gli adolescenti bisogna considerare che spesso presentano la tendenza ad idealizzare l'immagine degli atleti di alto livello e questo può rappresentare un pericolo se l'identificazione avviene con sportivi a rischio.

In ambito sportivo quindi, sintomi di TCA non specifici potrebbero essere segnalati e interpretati diversamente: l'AA può essere osservabile nei casi di restrizione di apporti energetici e di riduzione della massa corporea malgrado le atlete abbiano prestazioni di alto livello e il mantenere un peso scarso, può far temere, in alcuni casi, l'evoluzione verso un disordine clinico.

In generale le cause degli ED sono multifattoriali, con fattori predisponenti, aggravanti e perpetuanti.

Anche nello sport sono distinguibili fattori predisponenti (individuali, familiari, culturali) che possono essere attivati e affrettati (per esempio da commenti sul peso corporeo dell'atleta) e mantenuti da fattori perpetuanti (come un successo iniziale e l'approvazione dell'allenatore).

Le atlete che riducono l'introito calorico, più o meno intenzionalmente, sono da considerare a rischio per gli ED.

Fattori specifici sono: la pressione per perdere peso(guidata da restrizioni sul cibo e/o frequenti cicli di cambiamento di peso), l'inizio di un allenamento specifico, traumi, sintomi di sovrallenamento e il giudizio dell'allenatore.

Altri fattori sono legati ad alcuni sport, come quelli ad alta intensità, in cui una diminuzione del grasso o del peso corporeo può migliorare la prestazione.

Spesso un'iniziale perdita di peso porta a un miglioramento e questo successo iniziale induce le atlete (e le altre che le vedono) ad aumentare gli sforzi per perdere peso, scivolando nei disturbi alimentari.

Anche gli allenatori contribuiscono ad aumentare i rischi, in quanto desidererebbero degli atteggiamenti da parte delle loro atlete (considerati tipici di "atleti modello") molto simili a quelli individuati in coloro che presentano gli ED: sottoporsi ad allenamenti eccessivi, essere perfezionisti e mostrare un'eccessiva obbedienza.

Molte atlete presentano caratteristiche psicologiche particolari come tendenze ossessivo-compulsive comunemente associate agli ED e molte attitudini e comportamenti sono manifestati per compensare l'ambiente sportivo e la pressione.

Un altro fattore traumatico a livello psicologico può essere la perdita dell'allenatore, considerato da alcune vitale per raggiungere l'eccellenza (provocando un senso di vulnerabilità e d'insicurezza).

Inoltre molti sport si basano sull'estetica e su canoni fisici ben definiti, esempio tipico la ginnastica ritmica e la corsa di lunga durata in cui le atlete devono essere esili, risulta quindi difficile identificare chi è esile di costituzione da chi soffre di ED, non permettendo una rapida ed efficace identificazione del disturbo.

Questo accade anche per la scarsità di studi che riguardano la AA e l'assenza di criteri diagnostici e medici specifici.

È stato considerato che un primo input scatenante può essere il percepire il proprio corpo come inadeguato in relazione ai parametri di riferimento per il proprio specifico sport o per aumentare il rapporto potenza/peso corporeo nelle discipline che richiedono una traslazione orizzontale o verticale del corpo, come ad esempio nei salti, oppure per motivi estetici in casi quali pattinaggio artistico e ginnastica ritmica.

Anche il modello incarnato dalle atlete professioniste, che spesso simboleggiano la perfezione fisica, aumenta le possibilità di scatenare un disturbo, poiché la maggior parte delle atlete non crede di avere il fisico adatto per raggiungere risultati ottimali nel proprio specifico sport e spesso percepiscono la pressione per raggiungere questo corpo "ideale" (Sundgot Borgen & Tostveit, 2010).

Come risultato queste atlete sono sottoposte a una doppia pressione: quella per mantenere una linea ideale e quella per migliorare la performance migliorando i requisiti specifici di un determinato sport.

Molte atlete sono spinte a dimagrire anche a causa della tendenza nel far gareggiare ad alto livello atlete molto giovani e per questo più leggere.

Questo fa si che inizino diete molto povere di nutrienti pensando che la prestazione ne tragga beneficio (convinzione spesso aumentata dall'insistenza degli allenatori).

Questo aspetto richiede particolare attenzione nei casi di atlete particolarmente giovani, poiché la quantità di energia richiesta dovrebbe considerare anche il dispendio energetico necessario alla crescita.

Anche atlete che gareggiano in sport ad alta intensità (come sprinter o pattinatrici di velocità), nonostante il loro tipo di muscolatura e di composizione fisica, tipica di questi tipi di sport, non rispetti quel corpo "ideale" caratterizzato dall'essere snello, cercano lo stesso di cambiare la loro composizione corporea attraverso diete allontanandosi paradossalmente dai canoni fisici del loro sport.

Perciò diete, controllo del peso ed errati comportamenti alimentari finiscono per diventare il fulcro della loro "vita" atletica e molte di loro cadono successivamente in disturbi alimentari clinici.

Può anche accadere che alcune atlete inducano un bilancio energetico negativo per perdere peso, restringendo l'introito calorico attraverso comportamenti alimentari sbagliati senza però rientrare nel disturbo alimentare clinico.

Si tratta di situazioni più lievi caratterizzate da una minor disponibilità energetica. Viene definito bilancio energetico negativo un introito energetico giornaliero minore, in seguito all'allenamento, dell'energia spesa per l'esercizio e per la quantità di quella necessaria per le altre funzioni dell'organismo.

Allenamenti esagerati, fatti per raggiungere più velocemente il livello di prestazione desiderato, possono trasformare l'esercizio fisico in un fattore di rischio rendendolo "eccessivo". Questo avviene quando è collegato a momenti o luoghi inappropriati, se interferisce negativamente con attività importanti o se è mantenuto nonostante la presenza di lesioni o altri danni.

Un altro motivo che rende difficile l'individuazione rapida delle atlete che soffrono di AA risulta essere il fatto che, nonostante manifestino alcune caratteristiche tipiche degli ED, mantengono un peso "normale", ma essendo focalizzate sul peso i loro comportamenti alimentari errati possono compromettere la salute fisica e psicologica o interferire con le attività quotidiane.

È stata riscontrata una maggior incidenza di ED nelle atlete d'elite rispetto agli amatori. Anche i dati raccolti da vari studi confermano questa situazione.

Circa il 70% delle atlete professioniste che competono in sport caratterizzati da "classi di peso" seguono diete o presentano errati comportamenti alimentari per ridurre il peso prima della competizione (Oppliger et al., 1996).Lo stesso vale per le atlete che gareggiano in sport che richiedono una corporatura esile e un basso peso corporeo (Hausenblas & Carron, 1999; Rosendal et al., 2009; Holm-Denoma et al., 2009). Gli stessi rischi sono stati riscontrati nella ginnastica e nella corsa di endurance (Davis & Cowels, 1989; Wilmore, 1991; O'Connor et al., 1995).

Le uniche differenze nei vari studi possono essere attribuite ai differenti sport, differenti livelli competitivi, differenti strumenti, periodi pre–post gare e gruppi di età diversa.

Il dubbio che può sorgere è: può una disciplina sportiva favorire lo sviluppo di questo disturbo?

Numerose constatazioni portano ad affermare che alcuni individui, predisposti o malati, sono portati a scegliere discipline sportive che favoriscono lo sviluppo dei loro disturbi.

Afflelou (2008) riporta che una ragazza su cinque tra i 12 e i 25 anni dichiara di fare sport per perdere peso. Nello stesso lavoro si fa anche riferimento al difficile passaggio da neocorpo "sportivo" a corpo adulto sessuato.

Le atlete temono un aumento di peso indesiderato conseguente allo sviluppo che potrebbe pregiudicare la prestazione o la sua valutazione. Questo fornirebbe un eccellente alibi per le giovani anoressiche al fine di respingere se non addirittura rifiutare la loro femminilità.

Anche la natura dello sport può influenzare lo sviluppo e la salute fisicomentale già in giovane età.

Quelli maggiormente a rischio possono essere suddivisi in quattro categorie: sport basati su categorie di peso, sport in cui la riuscita corretta dei movimenti dipende da un basso peso corporeo, sport estetici, sport di endurance.

Se si considerano due categorie di sport, sport che si possono definire "estetici" (danza, ginnastica, nuoto, pattinaggio..) e sport "non estetici" (pallavolo, football, softball, tennis, hockey..), si nota che la preoccupazione per il peso aumenta nel gruppo degli sport estetici intorno ai 5 anni d'età, ed aumenta verso i 7 anni.

Altri studi hanno permesso di ricavare gli elementi che possono sviluppare delle procedure a rischio: dipendenza da gara, inizio precoce, discipline giudicate rispetto a quelle misurate.

Infine fattori esterni, come la pressione dei genitori, degli allenatori e anche la cultura dello sport possono incoraggiare e legittimare delle condotte particolari nei confronti del cibo.

Questi risultati indicano che la prevalenza di TCA è aumentata in particolari sport che incoraggiano la magrezza rispetto a quelli dove queste caratteristiche sono meno importanti.

Quindi si può dedurre che lo sport può essere un fattore di rischio ma considerando solo certe condizioni: età, sesso, vincoli di peso (di categoria, estetico, ...), livello, intensità dell'attività.

Si conosce poco circa l'evoluzione dell'AA e in particolare se i comportamenti alimentari anomali in una disciplina sono una conseguenza di una TCA latente o una tipicità delle atlete di alto livello. Come già visto il rischio sarà piuttosto individuale e dipenderà dallo sport praticato.